Copenhagen 2009

copenhagen2009Alla fine la montagna ha partorito un topolino. Un topolino dalla vita non ben definita. E’ calato il sipario sulla Conferenza di Copenhagen che ha catalizzato l’attenzione di tutto il mondo per settimane ma che ha prodotto dei risultati risibili.

Che cosa ci si aspettava? Un trattato vincolante, ben definito, con scadenze, percentuali di riduzione dell’emissione dei gas serra, investimenti  e sanzioni previste. O perlomeno la stesura di un’agenda degli incontri futuri per la definizione di un piano di azione. Da tutto ciò ci si è tenuti ben alla larga e le 2 settimane di conferenza sono state sintetizzate in 3 paginette con l’accordo USA – Cina – India – Sud Africa, secondo cui entro il 2020 l’aumento della temperatura media planetaria deve essere inferiore ai 2°C. Bene… Se non altro ci sono sul tavolo 100 miliardi di dollari per finanziare la green economy nei Paesi in via di sviluppo. Non è per questo, però, che è stata organizzata la conferenza.

Si sospettava già nelle settimane antecedenti che non si poteva sperare troppo in “Hopenhagen”. Tutti confidavano sul premio Nobel del momento, Mr Obama, ma, pur essendo il presidente della nazione più potente al mondo, non ne è il padrone. Obama si è presentato alla conferenza senza alcun documento approvato dal Congresso o dal Senato. Certo, c’è il Climate Change Bill in fase di discussione alle Camere. Questo disegno di legge, per un Paese che fino ad un anno fa negava strenuamente l’esistenza di una questione climatica, ha dei contenuti rivoluzionari. Anche se fosse stato approvato in tempo, tuttavia, sarebbe risultato debole sul piano internazionale: il ddl propone la riduzione sulla base dei livelli di emissione del 2005 laddove UE e Kyoto insistono sul prendere il 1990 come baseline. Tradotto in numeri  rispetto ai livelli del 1990, mentre i Paesi Occidentali per garantire risultati significativi in generale si devono impegnare a ridurre le proprie emissioni di un 25-40%, questo ddl propone di ridurli del 4%… Un po’ poco per il principale inquinatore del pianeta, anche se è meglio che niente. Negli ultimi mesi il Governo Obama ha puntato sulla riforma sanitaria degli USA e, di conseguenza, il clima è passato in secondo piano.

Cina e India non si sono volute cimentare in accordi vincolanti senza gli Stati Uniti e, infatti, la Cina aveva già messo le mani avanti nel precedente incontro di Singapore con gli USA, escludendolo a priori. Va detto, a rigor di cronaca, che il governo di Pechino si sta impegnando molto sul fronte interno per porre rimedio ai disastri dei precedenti decenni di industrializzazione: la Repubblica Popolare può vantare la presenza di alcune delle zone più inquinate del pianeta al suo interno e se ora interviene è perché la situazione lì è al limite.

Senza questi 3 big, l’accordo a livello planetario è andato in fumo. La UE, da parte sua, porta avanti un buon esempio con la legge 20-20-20 ma da sola, senza i 3 grandi produttori di CO2, non può fare molto. E’ un po’ come stare su di una nave: se qualcuno ha forato lo scafo e si sta colando a picco è un problema di tutto l’equipaggio, non solo di quelli che occupano i ponti che verranno allagati per primi…
Vediamo un paio di esempi di Paesi che stanno andando a fondo. L’Africa emette appena il 4% della CO2 globale ma paga già cari prezzi per il cambiamento climatico: il lago Ciad, in 50 anni, è passato da un’estensione di 26000 km2 a 1500 km2 (nel 2000), con tutte le conseguenze che il fenomeno può avere sulle aree desertiche circostanti. Il progressivo inaridimento ha provocato conflitti nelle zone del Chad e del Darfur.
La maggior parte degli stati dell’Oceania sono arcipelaghi di atolli che spesso raggiungono al massimo un’altitudine di +4/5 m sul livello del mare e il Pacifico ha iniziato a crescere negli ultimi decenni, modificando diversi kilometri di costa. Il caso più famoso è quello delle isole Tuvalu, il cui rappresentante ha guidato la rivolta dei piccoli stati in disaccordo con l’indifferenza delle grandi potenze alla conferenza di Copenhagen. Le isole Tuvalu saranno in gran parte sommerse nei prossimi decenni, obbligando gran parte degli abitanti ad emigrare e a tal proposito sono già stati presi accordi tra il Governo dell’arcipelago e quello neozelandese.

Ci sono fenomeni che uno stato non può affrontare da solo, serve l’impegno di tutti, specie di chi ha i mezzi.  Il motto degli Stati Uniti recita “E pluribus unum“, “Da molti uno”. Non ci resta che augurarci che se lo ricordino in occasione della prossima conferenza e cerchino di guidare i vari Paesi al superamento degli interessi locali in funzione di un traguardo globale.

Altri articoli interessanti

Twitter Digg Delicious Stumbleupon Technorati Facebook Email

I commenti sono chiusi.