Africa, PIL, Crescita e Benessere
Dal Rapporto Onu 2009 si prevede che l’economia africana sia destinata a crescere in media del 4,3% nel 2010, rispetto all’1,6% del 2009. Una crescita che tuttavia potrebbe non intaccare povertà e disoccupazione, che anzi sono previste in aumento. Questo è quanto è stato affermato dalla Commissione Economica per l’Africa delle Nazioni Unite. Si tratta di tassi di crescita che non consentono di creare un gran numero di posti di lavoro. Secondo le stime, nell’Africa Sub-Sahariana, il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,2 per cento nel 2009 e sembra non subirà eccessivi cambiamenti fra il 2009 e il 2010. Questo aumento limitato non riflette l’impatto reale della crisi nella regione e dovrebbe essere valutato congiuntamente ad altri indicatori come il numero dei lavoratori vulnerabili e i working poors.
Nell’Africa Settentrionale si stima che il tasso di disoccupazione generale abbia raggiunto nel 2009 il 10,5% e si prevede resterà elevato anche nel 2010, intorno al 10,6%. Ciò comporterebbe un aumento di 300.000 disoccupati rispetto al 2009. Complessivamente, la difficile situazione del mercato del lavoro prima della crisi ha accentuato l’impatto di una crescita economica ridotta e la regione avrà senza dubbio bisogno di molto tempo per riprendersi. Alti sono i rischi di inflazione, che potrebbe salire a due cifre a causa degli effetti ritardati dell’aumento del prezzo del petrolio e dei generi alimentari. In particolare: Malawi, Repubblica Democratica del Congo, Zambia e Angola, nonostante siano arrivati ad una crescita media del 5% in questi ultimi anni, hanno subito un aumento della disoccupazione nei primi tre mentre il quarto ha mostrato un aumento drastico dell’occupazione nel settore informale. Il rapporto ha ribadito come l’Africa abbia bisogno di mobilitare il proprio capitale per finanziare gli investimenti e la crescita. L’attuale crisi economica mondiale ha mostrato la vulnerabilità del continente in balia delle sorti dell’economia mondiale ma ha anche dimostrato che l’Africa non può contare su fonti esterne per finanziare il proprio sviluppo in modo sostenibile.
A prima vista questi risultati ci pongono di fronte ad un’assoluta mancanza di senso ed eppure tutto viene percepito come assolutamente normale. Nonostante l’ambiguità del termine “normalità” usato per dar conto o persino giustificare risultati di per sé ambigui, resta da chiederci dove possa condurre invece il dubbio di chi, di fronte a questi dati così chiaramente presentati, avverta che non sia normale la divergenza fra un PIL in aumento e una disoccupazione crescente. Approfondendo il problema si nota poi come non possa risultare normale neanche la spiegazione, i metodi e gli strumenti necessari per rendere conto di tale situazione. Sembra infatti che quel valore di riferimento scelto per rendere conto della ricchezza di un paese, il PIL appunto, differisca notevolmente da quelle che dovrebbero essere le conseguenze, se non i motori primi, di questa maggior ricchezza. In situazioni come quella africana, dove interessi multinazionali e internazionali sono in un rapporto di cooperazione competitiva o di competitività cooperativa, il benessere non fa tutt’uno con il PIL.
Provo a spiegare a cosa potrebbero essere dovuti questi dati, senza cadere in un pessimismo che non ha motivo d’essere se non quando voglia essere mantenuto, così come in una condanna che non porti a cambiamenti.
Il Pil è comunemente il valore di riferimento per misurare la ricchezza di una paese prodotta al suo interno e il suo livello di sviluppo economico. Nello specifico caso africano, i dati ci pongono di fronte ad un aumento del Pil a cui non corrisponde un equivalente aumento dell’occupazione. Il principale motivo potrebbe essere che la crescita del Pil sia stata provocata per maggior misura dall’aumento del prezzo delle materie prime, a sua volta determinato dalla crisi di liquidità dei mercati finanziari che dal 2007 ha scosso le borse di tutto il mondo. Una crisi che senza dubbio non ha portato alla crescita dell’occupazione.
Nonostante le grandi iniezioni di liquidità di Bernanke (presidente della Federal Reserve statunitense), la situazione altamente instabile dei mercati non ha consentito la restaurazione della fiducia necessaria alle banche per effettuare il loro lavoro. Gli istituti di credito, non godendo più di fiducia reciproca, non si prestavano soldi se non a tassi molto elevati. La conseguenza è stata un costo più alto del capitale per chi si trovava in possesso di mutui accesi o nel caso delle imprese, che in mancanza di soldi per nuovi investimenti, hanno agito anche effettuando crescenti tagli del personale.
Comunque le ingenti iniezioni di liquidità erano state effettuate e la stagnazione del circuito della fiducia non poteva tradursi in un continuo mantenimento di tale liquidità in eccesso all’interno delle banche (ovvero in regime di tesaurizzazione); questa avrebbe dovuto prima o poi trovare sbocco, se non altro almeno per la paura stessa di una futura svalutazione. E’ così che gli investimenti si sono diretti verso il mercato delle materie prime facendone così aumentare il prezzo, in particolare dei prodotti agricoli e del grano.
Una crescita dei prezzi delle materie prime si traduce così in un aumento del Pil. In tal caso però ad aumentare è solo il reddito di coloro impiegati nel settore primario, mentre il resto della popolazione risente soltanto degli effetti negativi dell’aumento dei prezzi al consumo, risultante in una diminuzione del potere reale di acquisto.
Forse è necessario porre delle domande che siano soprattutto domande ben poste. A stupire e lasciare sconcertati non sono tanto i dati registrati quanto il fatto che si cerchi di affrontare il problema senza risolvere i problemi che lo hanno generato. Sarà perché i dati appaiono incontrovertibili, perché le ricette già esistono, perché le alternative sono sempre nascoste, ma si tratta di vedere come la situazione sia il frutto di decisioni, di modi di agire e di un sistema che non permette di essere pensato, solo seguito nei suoi movimenti.
Quindi mi chiederei:
- E’ il Pil una misura idonea della ricchezza di un paese? La moneta, così come la conosciamo e si presenta sui nostri mercati, non necessita anch’essa di essere ripensata – o forse semplicemente pensata? Non è il caso di proporre una riflessione sull’intero sistema economico, difeso nei suoi fondamenti dalla Mainstream attuale? Una riflessione che possa metterele carte in chiaro fin dal principio, in modo che lo possano essere anche alla fine.
Riporto a riguardo ciò che ha affermato il presidente dell’Istat Luigi Biggeri durante il convegno “Liberiamoci dal Pil” il 2 e il 25 maggio 2008: “Bisogna smettere di conferire al Pil (Prodotto Interno Lordo) valenze che non gli appartengono: si tratta di un indicatore nato per misurare la produzione e l’efficienza di mercato. Esistono altri indicatori per misurare il benessere e la qualità della vita. Il Pil inoltre non fornisce alcuna indicazione rispetto alla distribuzione interna del reddito.”
- Cosa dire della dimensione globale che ha assunto il commercio internazionale dove tutti sono legati a tutti? Ciò implica una riflessione comune da parte di tutte le nazioni sulla necessità di una cooperazione nella soluzione di problemi che, anche quando locali, assumono rilevanza internazionale. A proposito di questo basti accennare al caso “Subprime”, che ha avuto inizio nella provincia americana e ripercussioni sull’intera economia mondiale.
- Qual’è il rapporto fra Società ed Economia? Sembra ormai che sfera pubblica ed economica si siano intrecciate fino quasi a confondersi, anche quando affermano di voler essere indipendenti (quell’indipendenza che viene cercata proprio quando si sa di non poter fare a meno dell’altro). Infatti l’una ha bisogno dell’altra, ma non secondo misura e regola ma secondo reti di salvataggio e obiettivi di volta in volta definiti secondo gli interessi del momento.
-E l’Africa? Questa sarebbe già così di per sé una domanda. Penso che sia un continente degno di tutta l’attenzione possibile, data la vuota retorica che circonda spesso ogni discussione a riguardo.
- Democrazia = Apertura dei mercati finanziari? Perché la connessione fra esportazione del modello economico occidentale e democratizzazione si presenta così naturale? In cosa consiste in fondo la democratizzazione della finanza? Sembra quasi esserci in fondo un messaggio di liberazione dell’uomo dal lavoro. Forse sarebbe questo però l’inizio della schiavitù, che, se vogliamo, è sempre stata schiavitù per debiti.
- E infine perché alcuni credono solo nel potere illimitato e molti non credono semplicemente più?
Fonti:
- Africa: cresce l’economia, non l’occupazione
- Intervista a massimo amato e luca fantacci
- Oltre 200 milioni di disoccupati nel mondo
- Terra Futura: dal Pil alla decrescita per sviluppo e benessere
- Paul Collier e Anthony Venables, “Rethinking trade preferences: how Africa can diversify its exports”, The World Economy, 30(7), 2007.”



13. apr, 2010 







L'Autore





I commenti sono chiusi.