Economia, società, crisi e cambiamento
C’è un gran parlar di soldi in giro…
Invece nell’unico luogo adatto per parlarne, le Facoltà di Economia, non se ne parla mai veramente come un vero oggetto di studio. La questione viene chiusa abbastanza velocemente dopo aver detto, o meglio proclamato, che la moneta è “merce universalmente sostituibile il cui prezzo è il tasso di interesse”. Viene naturale fare un parallelo fra l’ortodossia che vige in economia e un certo modo d’essere della teologia. Perché questo parallelo con la teologia?! Perché l’odierno atteggiamento che i sostenitori dell’attuale Mainstream economica hanno è proprio simile a quello dei sacerdoti in difesa di un dogma.
Tale impostazione di tipo religioso-dogmatico si inizia a scorgerla osservando il silenzio che circonda ogni discorso attorno alla moneta e alle ipotesi alla base dei modelli economici. Questi ultimi dovrebbero essere a fondamento di un sistema volto a consentire l’equilibrato svolgersi degli scambi economici o perlomeno a permettere sempre un incontro fra creditori e debitori (il vero compito della finanza, da “finantia” che nel latino del tardo impero stava proprio a significare “risoluzione amichevole di una controversia”) nonché tra consumatori e produttori. Peccato che nelle facoltà di economia non si parli mai dei fini, dei “perché”, degli obiettivi che una società responsabile dovrebbe perseguire attraverso una sana economia (quella per cui un economista è propriamente colui che studia quel qualcosa che è di tutti e di nessuno). O meglio, se ne parla all’interno di uno schema in cui non è possibile porre veramente alcuna domanda, poiché tutte le risposte sono già state date in modo che gli unici discorsi possibili diventino quelli attorno alla potenziale efficacia, o alla possibile correzione, di modelli già perfetti di per sè.
E’ un po’ come voler cercare di risolvere i problemi della fisica quantistica attraverso le leggi della fisica meccanica, riconducendo ogni errore incontrato ad un errore di misurazione, ma mai all’inadeguatezza del metodo di ricerca. Si parla di debitori e creditori, di società, di moneta, di consumatori e produttori, senza che ad essere indagata sia la stessa dimensione ontologica in cui debito e credito sorgono. Senza cioè avere un’idea di ciò di cui si sta parlando. I pensieri si fanno così molto confusi e complicati, venendo ad essere sostenuti da una logica matematica che regge finché regge. Fino a quando cioè non si presenta una CRISI. A questo punto tutti gli operatori sul mercato ammettono la propria ignoranza in materia, per poi affermare che la crisi stessa è “solo” il necessario corollario della crescita economica che l’attuale sistema consente di perseguire. In seguito rievocano invece la necessità di una regolamentazione dei mercati finanziari da parte dello stato solo per dichiarare poi, di nuovo, la paura di un possibile dirigismo statale.
Che la crisi sia un fenomeno che lascia i sostenitori della Mainstream economica senza risposte è confermato dal fatto che sul Finantial Times del 30 Gennaio 2007 si legge: “ Il problema […] è che non abbiamo la capacità di anticipare i tempi e i fattori scatenanti della crisi. Prima o poi capita qualcosa. Se fossimo capaci di anticipare tempi e fattori scatenanti, le crisi non si verificherebbero”. Che il sistema attuale sia, come afferma la stessa Mainstream, come l’unico sistema possibile è confermato da un’affermazione di Eichengreen qualche mese dopo la fine della crisi argentina: “Il sistema oggi prevalente può essere ampiamente criticato ma non è screditato. Il punto di vista dominante, per parafrasare il sir Winston Churchill a proposito della democrazia, è che esso costituisce il peggior modo di organizzare l’allocazione delle risorse finanziarie, tranne le alternative possibili.” e “Come dobbiamo valutare che cosa deve essere fatto, quanto è stato fatto e quanto resta da fare? La mia valutazione si basa sul presupposto che le crisi siano un concomitante inevitabile del funzionamento dei mercati finanziari.” I discorsi e le affermazioni terroristiche riguardo alla crisi fanno il panorama generale sempre più confuso. Difficile scorgere solo un punto di riferimento in mezzo al dilagare di posizioni che per lo più non vogliono cercare soluzioni ma solo continuare a gestire il problema all’interno di un sistema di per sé problematico, come se gestire una malattia fosse lo stesso che curarla. Ciò che ne va perso in un caso come nell’altro è il senso del tutto. O forse è il senso che manca sin dal principio.
Nella scienza economica, il dogma dell’efficienza va di pari passo con una visione della vita in cui a governare e a muovere il mondo sia esclusivamente il caso, che può elargire grande benessere a tutti in periodi di crescita economica per poi distribuire le perdite a caso e “per” caso in periodi di crisi. Il caso: ovvero un regime di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite senza nessuna possibile contestazione. Anche qui ciò che va perso è la possibilità stessa della “responsabilità” come modo di essere dell’uomo nel mondo. Un uomo che agisce e che per agire sceglie. Un uomo le cui scelte non vengono determinate da un sistema che funziona senza di lui.
Il rischio è che in tutto questo trambusto a venire screditata sia proprio l’Economia come scienza nella sua totalità, nella sua ricchezza di prospettive. Lo stesso rischio che si riscontra infatti nella Teologia, dove, dato un certo modo di fare della religione, ad essere penalizzato è proprio il messaggio che testi come il Vangelo e la Bibbia ci offrono da sempre e per sempre. Questo rischio è reale anche per le scienze economiche, in cui gli attuali “sacerdoti”, l’elite finanziaria, tanto più vengono condannati quanto più assumono potere. Ad uno sguardo più attento, e rifacendosi allo studio di ricercatori che si pongono fuori dall’attuale Mainstream economica, si possono iniziare a scorgere dei punti di riferimento che possano mostrarci di cosa principalmente si occupi l’economia come scienza. Solo in questo modo possiamo vedere come la forma che ha oggi sia in realtà il risultato di un modo di vedere la vita (intesa come vita di comunità a partire dagli individui che la compongono) che si sposa con parole come Potere, Potenziamento, Efficienza e Caso. D’altra parte si scoprono le basi su cui invece far sorgere una nuova economia, che rispecchi una visione più profonda della realtà, che piuttosto possa danzare con la vita.
Ogni scienza in fondo fa proprio questo: descrive a suo modo leggi universali. Le cose che si scoprono sono in finale sempre le stesse. Ogni scienza è di per sè una piccola-grande opera d’arte.
Ho preso spunto da Massimo Amato, docente di storia economica e autore di numerosi libri di critica economica come l’ultimo “L’enigma della moneta”; Tony Lawson, docente presso l’univesità di Cambridge; Ugo Pagano e Massimo D’Antoni docenti presso l’Università di Siena.



07. apr, 2010 







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