L’uomo che predisse un terremoto
Due terremoti devastanti in rapida successione, a Haiti e in Cile, avevano iniziato a oscurare le memorie di un disastro simile avvenuto esattamente un anno fa: la distruzione della città medioevale de L’Aquila e di altri cinquanta paesini vicini, nella provincia montagnosa dell’Abruzzo. Fino a quando dalle pagine del Giornale di Zoologia è apparsa la notizia di alcuni rospi che avrebbero “predetto” il disastro.
La scorsa settimana, la stampa britannica riportava notizie di una colonia di rospi comuni, presente in un lago a settanta chilometri di distanza, che avrebbe in qualche modo previsto il sisma de L’Aquila. Nel corso di uno studio di routine sui rospi, la Dott.ssa Rachel Grant della Open University ha notato che il 96% di quest’ampia colonia, in costante riproduzione, era scomparso all’improvviso. Cinque giorni dopo si è verificata la scossa tellurica, in seguito alla quale i rospi non sono ricomparsi per altri cinque giorni. Secondo la Grant: “La nostra scoperta suggerisce che i rospi siano in grado di recepire i segnali presismici, quali il rilascio di gas e di particelle cariche, sfruttandoli come sistema d’allarme preventivo”.
Come hanno dimostrto gli eventi dell’anno scorso, nessun fattore dovrebbe essere trascurato nella ricerca di un sistema affidabile per predire l’attività sismica. E mentre i rospi hanno attirato molta attenzione, il terremoto de L’Aquila aveva già fatto emergere un altro più eloquente, e forse anche polemico, “preveggente”: Giampaolo Giuliani, un tecnico scientifico che lavora vicino L’Aquila e che per anni ha lottato per essere preso sul serio. Poi, alle 3:32 del 6 aprile 2009, il disastro ha colpito la città in cui lui e la sua famiglia vivevano.
In mezzo a un improvviso frastuono, il suolo è stato devastato da violente scosse per 22 terribili secondi. Nel buio reso soffocante dalla polvere, i sopravvissuti storditi brancolavano in mezzo alle macerie, mentre le scosse di assestamento creavano ulteriore confusione. I servizi di emergenza, pur non essendo in allarme rosso, sono arrivati molto velocemente, portando esperti, attrezzature speciali e 5.000 borse per cadaveri. Nell’arco di pochi giorni si sono contati 307 morti, 1.500 feriti e 80.000 sfollati.
Giuliani era sconvolto come qualsiasi altro sopravvissuto. Non tanto per il terremoto, perché lui l’aveva previsto, bensì dalla sua potenza e dalla vastità dei danni. Si sarebbe aspettato qualcosa intorno ai 4 gradi di magnitudo sulla scala Richter, ma il terremoto è stato di 6,3 gradi, il che vuol dire mille volte più potente. (Facendo un paragone, il terremoto di Haiti è giunto ai 7 gradi e quello in Cile agli 8,8).
Per diversi giorni Giuliani aveva tenuto d’occhio con crescente ansietà le quattro unità misuratrici di radon collocate intorno e all’interno di L’Aquila che registravano valori molto elevati e sempre crescenti di gas radon proveniente dal suolo. Domenica 5 aprile era convinto che entro 24 ore ci sarebbe stata una scossa, ma non poteva dare l’allarme al pubblico. Era vincolato da un decreto ingiuntivo, rilasciato una settimana prima, che gli vietava di farlo con la motivazione che le sue predizioni avrebbero generato panico infondato.
In privato, quella fatidica sera, Giuliani ha avvertito telefonicamente parenti, amici e colleghi. Infine, si è messo a letto vestito completamente con sua moglie e le sue due figlie, lasciando porte e finestre spalancate in modo da favorire una rapida uscita. Un paio d’ore dopo, sono scappati alle prime scosse. La modesta villa in calcestruzzo è sopravvissuta intatta, ma nel corso dei successivi sette mesi hanno dormito in un camper per calmare le paure della figlia più piccola. La loro seconda casa, in un paese vicino, è finita in macerie, ma fortunatamente il figlio maggiore di Giuliani, che vi abitava, si trovava a Roma.
Il terremoto ha messo fuori uso anche 3 dei preziosi misuratori di radon di Giuliani. Nell’accingersi a ripararli, ha attaccato le autorità che gli avevano negato i finanziamenti, che avevano deriso l’attendibilità scientifica delle sue ricerche e che si erano appellate alla legge per imbavagliare le sue predizioni. Infine, in un attacco di rabbia, ha chiesto pubblicamente delle scuse, che però non ha ricevuto.
L’Italia è l’area geologicamente più instabile in Europa, ha quattro vulcani attivi, montagne in crescita, e molti terremoti. (L’Aquila era stata devastata anche in passato: 1349, 1461, 1703 e 1915, anno in cui la conta dei morti è arrivata fino a 30.000). Il centro della ricerca italiana sui terremoti è l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, diretto da Enzo Bosci con sede a Roma. L’istituto possiede anche un importante laboratorio distaccato appena fuori L’Aquila, sui pendii del Gran Sasso, collegato con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che si trova in profondità dentro la montagna. E’ proprio questo il posto dove Giuliani è stato impiegato, durante gli anni ‘90, come tecnico di laboratorio, lavorando sugli strumenti per gli studi astrofisici dei raggi cosmici.
Nel 1999, Giuliani venne a conoscenza per la prima volta delle anomalie nel gas radon osservate da scienziati russi poco prima di un terremoto nella Turchia orientale. Questo attirò così tanto la sua attenzione da portarlo al trasferimento all’esterno della montagna nel laboratorio di geofisica, sperando di fare ricerca sull’argomento. Il suo ruolo, tuttavia, è rimasto quello di un tecnico piuttosto che di uno scienziato ricercatore di ruolo.
A questo punto, il governo italiano aveva cominciato a elargire lauti finanziamenti destinati alla protezione antisismica e ai sistemi d’allarme preventiva. Le normative antisismiche per le abitazioni sono state rese più severe; il numero dei sismografi (i quali misurano e registrano le scosse di terremoto) è stato quadruplicato; e il ministero degli interni ha creato due nuovi enti: la Protezione Civile, un’organizzazione nazionale per rispondere alle emergenze, e un comitato con il compito di prendere decisioni rapide, denominato Commissione Grandi Rischi, il quale contava il Dr. Bosci tra i membri del gruppo di 12 esperti.
Nel 2003, Giuliani ha fatto richiesta all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per un finanziamento per un progetto avente lo scopo di studiare le emissioni di gas radon come possibile indicatore dell’imminenza di un terremoto, usando uno o più rilevatori di radon da lui ideati. Ha incontrato sia Bosci che Bertolaso, il capo della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma la sua proposta è stata rifiutata con la motivazione di non essere sufficientemente scientifica.
Questo giudizio doveva aver tenuto conto di studi sul radon precedenti, portati avanti tra i tanti tentativi di trovare un indicatore affidabile in grado di predire l’arrivo dei terremoti. Giapponesi, americani, russi e cinesi, così come gli italiani, hanno provato tutti vari tipi di misuratori di radon e diverse procedure, ma nessuno è mai riuscito ad ottenere risultati definitivi o coerenti. E, secondo una dichiarazione successiva del vice di Bosci, Walter Mazzochi: “Il lavoro presentato da Giuliani è di basso livello da un punto di vista scientifico. Non vi era alcuna prova che il suo metodo potesse funzionare”.
Per nulla scoraggiato dalla critiche, nel 2006 Giuliani aveva costruito i suoi primi due rilevatori di radon, a proprie spese. Incoraggiato dai risultati dei test, ha riprovato a fare domanda di finanziamento e assistenza. Ancora una volta, la richiesta è stata rifiutata. Perciò ha continuato a fare ricerche in privato, aiutato soltanto da suo figlio maggiore e da un paio di colleghi, mentre continuava a costruire altri rilevatori di radon, collegandoli in una piccola rete.
In seguito, il 14 dicembre 2008, l’aumento dell’attività sismica nella zona de L’Aquila è iniziato con uno “sciame sismico” di piccole scosse. Queste sono continuate in maniera intermittente fino a gennaio e i successivi mesi del 2009. Nessuna delle scosse ha fatto dei veri danni; la maggior parte delle persone continuava con la propria vita quotidiana senza nemmeno farci tanto caso.
Ma Giuliani ci fece caso. Il 27 marzo inviò un messaggio al suo amico, il sindaco de L’Aquila, che l’aveva aiutato ad installare una delle sue stazioni per la misurazione del radon nel piano interrato di una scuola del centro storico. Giuliani lo avvertì del pericolo di un terremoto nelle successive 24 ore. Il giorno dopo ci furono delle scosse, ma ancora quasi impercettibili, di magnitudo 2.3.
Oramai, tuttavia, Giuliani aveva individuato una minaccia più grande a sud-est, verso la città di Sulmona, a 50 km da L’Aquila. Il sindaco venne contattato e prese sul serio l’allarme, mandando in giro per la città dei camioncini muniti di altoparlanti per avvertire la popolazione (fatto erroneamente collegato a L’Aquila dalla stampa britannica). Come era d’aspettarsi, si scatenò il panico. Fu questo a preoccupare Bosci, Bertolaso e le autorità, portandole a chiedere un decreto ingiuntivo nei confronti di Giuliani rilasciato il 30 marzo.
Il giorno dopo, L’Aquila venne colpita da una scossa di magnitudo 4.2. Esattamente una settimana dopo, la città era ridotta in rovine. Se la scossa più forte fosse arrivata durante le ore lavorative, alle nove del mattino invece che alle 3:32 della notte, gli esperti dicono che il numero dei morti sarebbe arrivato fino a 30.000, proprio perché le strutture maggiormente colpite, oltre chiese antiche e case vecchie, sono stati i palazzi governativi, le scuole e gli ospedali, costruiti senza tener conto delle più moderne normative antisismiche.
La sensazione di shock è rimasta viva per molti mesi, mentre un’operazione di recupero di ammorevole energia ed organizzazione si occupava delle zone colpite. Quello che una volta era il bel centro storico de L’Aquila, era ora silenzioso, vuoto, una rovina piena di macerie in cui soltanto i vigili del fuoco, coordinati dalla Protezione Civile, avevano il permesso d’entrare. Le loro squadre hanno anche messo su i vasti campi di tende blu, denominate tendopoli, per migliaia di sfollati che non potevano accettare di lasciare la città in favore di Pescara, sulla costa, dove Berlusconi aveva allegramente e indelicatamente suggerito loro di andare in vacanza a spese dello Stato.
La cosa più impressionante è stata la velocità con cui i modernissimi condomini antisismici, conosciuti come le “case di Berlusconi”, sono stati costruiti da zero. Soltanto sette mesi dopo, 5.000 persone vi abitavano, mentre nuovi condomini venivano completati ogni settimana e le tende venivano smontate, in una gara contro il cambio della stagione.
La lunga estate è terminata a metà ottobre ed è arrivato il freddo. Ci sono state piogge abbondanti su L’Aquila, insieme alla prima neve sulle sovrastanti cime appenniniche. Nella propria abitazione, Giuliani aveva l’aria stanca. Aveva controllato la sua rete di rilevatori di radon al computer e stava cercando di scrivere un resoconto del suo lavoro in inglese per una pubblicazione specializzata. Fuori, vicino al loro camper-camera da letto, sua moglie stava esercitando il suo mestiere di estetista e parrucchiera su un’unica e allegra cliente. Il salone presso cui lavorava giaceva distrutto nel centro della città, dove tutta l’attività commerciale si era arrestata.
All’inizio della propria carriera, Giuliani aveva lavorato per qualche mese nel Regno Unito. Si ricorda di esserci stato in vacanza con quella che era allora la sua fidanzata, aprendo le tende la mattina di fronte al paesaggio marino di Folkestone. Il suo inglese non era male all’epoca, ma l’ha perso per mancanza d’uso. Adesso, però, aveva bisogno di ritrovarlo. L’Unione Geofisica Americana l’aveva invitato a presentare il suo lavoro ai propri membri, nella città di San Francisco.
In fin dei conti, la presentazione di Giuliani lo scorso dicembre è andata molto bene. Gli americani forse non reggono il confronto con gli italiani per quanto riguarda la gestione dei disastri (paragonate New Orleans a L’Aquila), ma apprezzano uno spirito libero e indipendente nella ricerca scientifica. Le prove presentate da Giuliani hanno sollevato interesse e dibattito, e in seguito l’Unione Geofisica Americana l’ha invitato a partecipare, assieme alla Chapman University e la Nasa, allo sviluppo di un sistema mondiale d’allarme sismico preventivo.
Inoltre, quando Giuliani è tornato a casa, le autorità italiane hanno sollevato il decreto d’ingiunzione emesso contro le sue predizioni, che si sono rivelate accurate anche nei primi mesi del 2010, anche se questa volta le scosse sono state clementemente minori. Che conclusione possiamo trarre da tutto questo, un anno dopo il terremoto de L’Aquila? E’ troppo presto per dire se Giuliani abbia scoperto una tecnica in grado di predire i terremoti, capace di funzionare in tutte le zone sismiche del mondo (diventando potenzialmente un salvavita per milioni di persone). Oppure, effettivamente, se la tecnica possa essere perfezionata per anticipare la potenza, così come la certezza delle scosse prima che si verifichino.
Sicuramente, però, grazie alla sua ostinata determinazione, Giuliani ha aperto un nuovo campo scientifico. Dalla tragedia de L’Aquila, e da rospi che scompaiono, nascono nuove speranze.
“The man who predicted an earthquake”, The Guardian, Gran Bretagna.
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20. apr, 2010 







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