<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>il Grimaldello &#187; Economia</title>
	<atom:link href="http://www.ilgrimaldello.com/category/economia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.ilgrimaldello.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 06 Jan 2012 14:37:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>L’educazione alla regolamentazione</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2010/12/leducazione-alla-regolamentazione/</link>
		<comments>http://www.ilgrimaldello.com/2010/12/leducazione-alla-regolamentazione/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 07:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[progresso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilgrimaldello.com/?p=3553</guid>
		<description><![CDATA[Alla luce delle attuali proteste universitarie che stanno avendo luogo in Italia e nel Regno Unito, reputo sia necessario iniziare a comprendere il piano inclinato lungo cui si sta muovendo il pensiero “per” e dell&#8217;educazione, quel pensiero che la lega “costitutivamente” al progresso economico e sotto la cui egida si muovono anche quelle riforme tanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/educazione.jpg" rel="lightbox[3553]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3585" title="educazione" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/educazione-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>Alla luce delle attuali proteste universitarie che stanno avendo luogo in Italia e nel Regno Unito, reputo sia necessario iniziare a comprendere il piano inclinato lungo cui si sta muovendo il pensiero “per” e dell&#8217;educazione, quel pensiero che la lega “costitutivamente” al progresso economico e sotto la cui egida si muovono anche quelle riforme tanto contestate. Se da una parte queste vengono avvertite come dannose per l&#8217;educazione universitaria, d&#8217;altra sanciscono e legittimizzano, rendendolo necessario, tale legame (o meglio prendono atto di un processo che ha già avuto il suo avvio) fra la dimensione dell&#8217;economico e dell&#8217;educazione. Negli stessi giorni in cui sono iniziate le proteste universitarie, ha avuto luogo anche l&#8217;inaugurazione dell&#8217;anno accademico dell&#8217;Università Commerciale Luigi Bocconi. I relatori invitati a parlare all&#8217;evento hanno evidenziato il legame di cui parlo, affiancandolo e ponendolo a sostegno necessario alla dimensione istituzionale e normativa. Prendo quindi proprio questa circostanza ad esempio di come tale legame tra educazione e progresso economico appaia per loro del tutto naturale.</p>
<h4>Regole. Per educare i giovani alla cultura della legalità e per stimolare lo sviluppo economico.</h4>
<p>È stato quello delle regole il tema centrale dell’inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011 all’Università Bocconi. Mario Monti, con incredibile doti sintetiche, è riuscito a riassumere l&#8217;obiettivo che debba guidare l&#8217;istruzione all&#8217;università Bocconi, e non solo. Lo descrive nei termini di &#8220;compattamento generale degli individui al fine di  creare una moderna economia di mercato con poteri pubblici forti e imparziali, capaci di stabilire e far rispettare le regole del gioco”. A questo punto sorge la mia confusione nel constatare che la parola imparzialità, posto che sia un aggettivo positivo, venga ad essere affiancata alla necessità di stabilire e far rispettare le regole del gioco. Ma quali? E chi le ha decise? Non meno vago nel rimanere vago e allo stesso tempo preciso (i miracoli dell&#8217;attuale management universitario) è stato Guido Tabellini.</p>
<blockquote><p>“La sfida principale per l’Italia è lo sviluppo economico, il cui rallentamento è dovuto anche a fattori culturali, a un’insufficiente diffusione di una cultura della legalità che ostacola il buon funzionamento delle istituzioni. L’azione di un’università come la Bocconi è importante, dal momento che l’istruzione è lo strumento principale per incidere in modo duraturo sugli atteggiamenti culturali”</p></blockquote>
<p><strong>Nel suo discorso</strong>, sviluppo economico e cultura vengono legati indissolubilmente. Il processo è gia in atto da tempo e questo è tema che fa da sottofondo alle proteste universitarie che stanno avendo luogo in Italia e nel Regno Unito proprio in questi giorni. Tabellini non ha dubbi né pause nel procedere del suo pensiero che lega in maniera profonda economia ed istruzione. Sarebbe invece necessario proprio fermarsi e chiedersi quale sia il compito dell&#8217;istruzione, prima di legarla così profondamente alle sorti dell&#8217;economia mondiale. In particolare la definizione di istruzione come fondamentale e necessaria, se non come fondamento del “progresso economico”, rende urgente una ancor più lunga pausa  per poter intendere realmente cosa sia questo progresso economico. La storia ci ha già parlato, ci ha già comunicato a lungo i tesori dell’educazione. Il discorso economico invece è qualcosa che è della nostra epoca e di cui dobbiamo ancora scoprire la saggezza e la verità che gli è dietro, che resta nascosta dalla dimensione del “potere” che oggi gli è costitutivamente legata. La questione economica infatti si è andata pian piano formulando fin dalla nascita degli Stati nazionali come portatori di debito pubblico per arrivare al suo odierno perfezionamento,  lì dove le istituzioni sono divenute attori sul mercato.</p>
<p><strong>Tema scottante</strong> all’interno dell’attuale dibattito sull’educazione e la possibilità di accedervi è quello della meritocrazia. Nulla si potrebbe infatti aggiungere alle testuali parole pronunciate dal rettore dell’università italiana.</p>
<blockquote><p>&#8220;Il riconoscimento del merito e la valorizzazione delle capacità individuali sono un aspetto centrale per formare senso di appartenenza e di identificazione con la società in cui viviamo: possiamo condividere un senso di appartenenza solo nei confronti di una società giusta, che offre opportunità a tutti, e dove il merito è riconosciuto. Come università siamo però attenti a evitare che la meritocrazia non sia così esasperata da degenerare in competizione eccessiva. La Bocconi si è dotata di un sistema di regole il più possibile eque, che sono fatte rispettare con imparzialità. Anche questo è un modo per diffondere il rispetto delle istituzioni e per sviluppare senso di appartenenza a una comunità di cui si condividono i valori”.</p></blockquote>
<p>Eppure una semplice riga dice più di mille parole: “Siamo però attenti a evitare che la meritocrazia non sia così esasperata da degenerare in competizione eccessiva.” Ma di quale meritocrazia stiamo parlando? Una meritocrazia che va direttamente nella direzione di una competizione tra individui che dev&#8217;essere controllata è una meritocrazia?  Cosa vuol dire “meritocrazia senza esagerare”?  Chi decide e come viene messo in pratica tale controllo? Quel’è la linea che di volta in volta definisce quando la competitività è troppa? Molto probabilmente il merito di cui si parla trova il suo punto di partenza e quindi la sua logica conclusione nella competitività tra individui. Non so quanto sia possibile arginare tale tendenza che la meritorcrazia, così intesa, porta con sé.</p>
<p><strong>A parlare durante l&#8217;inaugurazione</strong> dell&#8217;anno accademico bocconiano è stato anche Kishore Mahbubaniean (Lee Kuan Yew School of Public Policy, National University of Singapore). Tema del suo intervento è stato: &#8220;L’Europa può ispirare l’Asia?&#8221; La sua risposta: sì e no. I successi europei vengono elencati uno ad uno e affiancati all’attuale sentimento di scoraggiamento che nutrono gli attuali paesi europei, che trova la sua conferma nel fatto che “Sono pochi i giovani che credono che le loro vite miglioreranno”.<br />
Fermandomi su tale osservazione mi domando: cosa succede quando lo stesso scoraggiamento viene visto come un difetto? E perche&#8217; sarebbe la societa&#8217; stessa a doverci consentire di credere che le nostre vite miglioreranno? Non sarebbe piu&#8217; reale dirci che sta a noi costruire..e poi darcene la possibilita&#8217;? E ancora, perché dovremmo credere (poichè si crede in ciò che si vede, nelle opere, in ciò che appare agli occhi come evidente, non in ciò che non si vede) che le nostre vite miglioreranno? Forse se non si crede in qualcosa significa semplicemente che quel qualcosa non è vero. Non serve a nulla dare prove in continuazione per convincerci dell’esistenza di Babbo Natale. Mentre Babbo Natale esiste, le prospettive di miglioroamento della vita facendo rimanere tutto uguale, nel mondo e in noi  stessi dunque, è altamente improbabile.</p>
<p><strong>In merito all’esistenza di Babbo Natale</strong> ho varie prove, nonostante la costante campagna che ha avuto inizio quando avevo 7 anni per far sì che smettessi di credergli, nel corso della vita mi si è dimostrato il contrario. Se ben ricordo funziona cosi: si desidera qualcosa, la si scrive in modo da definirla e si agisce in modo da ottenerla. In questo modo in un tempo e in un luogo ben definito arriverà come un dono. Non frutto di una specifica azione ma come dono a ciò che siamo e come realizzazione dei nostri desideri, in una notte in cui un nuovo mondo ha inizio. E&#8217; così che si chiede a Babbo Natale e dato che ogni volta che si applica la formula i risutati sono certi, non vedo perché non dovrei credergli dando invece credito al fatto che la mia vita migliorerà per cieca fiducia in una società sulla via del progresso. Babbo Natale non arriva solo perché è gia arrivato nel nostro passato o per i nostri genitori. I suoi doni sono una conquista continua che dipende solo dalla personale capacità di desiderare, dalla fiducia (ovvero dall’aperura al mondo e non alla “fede“ in qualcuno), dalla costanza e dall&#8217;azione.</p>
<p><strong>Tra i doni</strong>, elencati da  Kishore Mahbubaniean, di cui l&#8217;Europa sarebbe la portatrice e la portavoce vi è naturalmente la cultura della pace:</p>
<blockquote><p>“La più grande realizzazione dell’Europa per la civiltà non è solo quella di aver prevenuto qualsiasi guerra tra due stati dell’Unione europea dopo la Seconda Guerra Mondiale. [...] Ha realizzato qualcosa ancora più degno di nota: ha annullato ogni prospettiva di guerra.”</p></blockquote>
<p><strong>Vorrei avere un’idea più chiara</strong> di cosa si intenda quì per guerra: le forme passate di guerre, la guerra di trincea o la guerra fra paesi in generale? Dire che si è eliminata ogni forma di guerra senza specificarne il tipo può solamente indicare la nostra incapacità di vedere il luogo in qui questa ogni giorno si compie, nelle famiglie, nelle nostre vite, sui mercati finanziari, nelle nostre teste, fra vicini. Forse l’autore identifica con la guerra solo un qualcosa che trova due o più parti in contrapposizione per l&#8217;ottenimento di qualcosa e che provoca quindi un gran numero di morti. Questa già sarebbe una definizione più esatta e tuttavia vorrei ancora avere la prova che le guerre che si svolgono costantemente all&#8217;interno delle nostre vita e quella guerra di cui sembra consistere la nostra stessa intera società, dove parole come competizione sono diventate parole meritevoli, provochino un minor numero di morti, fuori o all&#8217;interno della civiltà occidentale (i cui confini non sono mai stati così “mobili”). E poi per morte si intende solo la morte fisica? O in una società laica, libera, che voglia promuovere la piena realizzazione individuale, la morte spirituale non dovrebbe avere minore importanza di quella fisica?</p>
<p>Viene poi suggerito che:</p>
<blockquote><p>“..Gli asiatici potrebbero e dovrebbero rivolgersi all’Europa per capire come generare una simile disposizione in Asia..”</p></blockquote>
<p><strong>Ma è possibile generare  tali disposizioni?</strong> Generare comportamenti e modificarli, come se si trattasse di un esperiemnto di ingegneria genetica? La pace posa veramente su uno pseudo aspetto comportamentale da assimilare o generare? Dov&#8217;è l&#8217;uomo in tutto questo? Non è la pace una conquista continua su cui non è mai possibile appoggiarsi? La pace che regna tra i paesi europei che tipo di pace è? E in vista di cosa? Prima di emularla così a scatola chiusa o di proporla così velocemente, non è necessario un pensiero su di essa?</p>
<p>Altro pregio europeo è quello di aver generato una &#8220;cultura della compassione&#8221;, un progresso questo dato che..</p>
<blockquote><p>“..Fin dall’alba dell’umanità ci siamo misurati con il problema della disuguaglianza..”</p></blockquote>
<p><strong>Ma è veramente un problema la disuguaglianza?</strong> O è la ricchezza del genere umano? Cosa vuol dire che nella disuguaglianza consiste il problema? E come viene risolto dalla compassione? Attraverso politiche sociali? Quand&#8217;è che la compassione è stata legata al pensiero dell’uguaglianza e della disuguaglianza? E dov&#8217;è che l&#8217;uguaglianza e la disuguaglianza si pongono a sostegno di un pensiero della compassione?</p>
<p>E continua:</p>
<blockquote><p>“Nell’età feudale differenze di classe e di casta tra l’aristocrazia e i contadini erano profondamente radicate. [...]Oggi l’Europa ha eliminato ogni traccia di feudalesimo, anche se esiste ancora qualche casa reale.”</p></blockquote>
<p>Ma è la differenza fra classi ciò che caratterizza l&#8217;età medievale oppure a caratterizzarla è il rapporto con il potere, oltre alla sua distribuzione?</p>
<p><strong>Il terzo dono dell’europa</strong> al mondo sarebbe la cultura della cooperazione:</p>
<blockquote><p>“Il moderno concetto di stato sovrano è un concetto europeo. Alla fine dell’età coloniale europea, gli stati che avevano appena ottenuto l’indipendenza abbracciarono con convinzione l’idea di sovranità nazionale perché dava loro la libertà e l’indipendenza d’azione che avevano a lungo sognato. [...] Gli stati dell’Unione Europea hanno intrapreso la loro marcia verso una stabile cessione della loro sovranità alle istituzioni europee. Il modello europeo di cooperazione è tutt’altro che perfetto. Pochi stati asiatici, soprattutto tra le nuove potenze emergenti, sono disposti a cedere la propria sovranità a organismi internazionali, anche se viviamo in un mondo in cui la cooperazione trans‐nazionale è una necessità e non una scelta. “</p></blockquote>
<p><strong>Sono confusa.</strong> Mi sembra che ad essere così sancita sia solo un ultimo tipo di superiorità: la superiorità europea, certo non per colore, per razza o per intelletto, ma per progresso e possibilità che questa consente. Non è un caso se a partire dall’educazione e dal suo legame con il progresso economico, mi sono sempre più mossa verso una comprensione di quel progresso stesso che qualifica l’economico. Lo stesso Tabellini inoltre reputa che le regole e le istituzioni rivestano un ruolo estremmaente importante in questo processo, perché il gioco c&#8217;è, è stato definito e le regole sono state scoperte, non ci rimane altro che adottarle. All’educazione non è dato scoprire nulla ma semplicemente constatare, confermare e costruire le basi solide perché tale cultura della legalità possa appunto stabilizzarsi. Eppure&#8230;</p>
<blockquote><p>&#8220;Con le regole fisse c&#8217;è sicurezza, comodità, convenienza. Lascia andare quel comfort, lascia andare quella convenienza, quella sicurezza. Comincia a vivere una vita pericolosa. E una vita è vita solo quando vivi pericolosamente, quando è una grande avventura, un&#8217;esplorazione di ciò che rimane sempre sconosciuto.&#8221;<br />
Osho</p></blockquote>
<p><strong>Un’ultima nota personale,</strong> che è anche un appello, relativa a tutti coloro che dicono che le proteste di questi giorni sono segno di una strumentalizzazione sui giovani. Per quanto mi riguarda tutte le volte che ho protestato, mi sono ribellata, ho cercato per il cambiamento nella mia vita e ho visto ingiustizie intorno a me, non è stato mai perché strumentalizzata, ma perché in cerca di libertà e verità. Certo possiamo sbagliare, nel cercare si possono scegliere esempi sbagliati o rimanere delusi da qualcosa in cui abbiamo creduto. Spesso chi vede tanta strumentalizzazione e ogni protesta come frutto di essa è perché ha proprio questo davanti agli occhi; forse è proprio chi vorrebbe strumentalizzarci che per paura nell’ammetterlo vede la strumentalizzazione intorno ma mai dentro.</p>
<p><strong>Fonti:</strong><br />
<em><a href="http://www.stampa.unibocconi.it/editor/archivio_pdf/BocconiUniversitaDelleRegole20101122165521.pdf">Comunicato stampa Università Commerciale L. Bocconi 23 novermbre 2010</a><br />
<a href="http://www.viasarfatti25.unibocconi.it/notizia.php?idArt=6592&amp;key=flash">Tabellini, “lo sviluppo Economico dipende dalla cultura”</a><br />
<a href="http://www.stampa.unibocconi.it/editor/archivio_pdf/RelazioneMahbubani20101122165648.pdf">Relazione Mahbubuani</a><br />
<a href="http://www.iea-nantes.fr/fr/informations-pratiques/annuaire/bdd/personne_id/36">Alain Supiot: “ Homo Juridicus”, Pagina personale IEA</a><br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Educazione">Definizione di educazione</a><br />
<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Behavioural_sciences">Behavioural Sciences</a></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilgrimaldello.com/2010/12/leducazione-alla-regolamentazione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>A lezione di nichilismo</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2010/11/a-lezione-di-nichilismo/</link>
		<comments>http://www.ilgrimaldello.com/2010/11/a-lezione-di-nichilismo/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 07:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[ironia]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilgrimaldello.com/?p=3490</guid>
		<description><![CDATA[Dopo quattro anni di studi universitari credo che sia solo uno il problema del mondo accademico: l’atteggiamento contraddittorio e irrisolto che ha nei confronti delle domande, che vengono affogate in risposte preformulate e accuratamente messe sottovuoto. Qualora lo staff accademico non conosca la ricetta per combinare il nuovo ingrediente, la domanda, con gli altri per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-3499" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/11/a-lezione-di-nichilismo/mask/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3499" title="mask" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/maschera-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a>Dopo quattro anni di studi universitari</strong> credo che sia solo uno il problema del mondo accademico: l’atteggiamento contraddittorio e irrisolto che ha nei confronti delle domande, che vengono affogate in risposte preformulate e accuratamente messe sottovuoto. Qualora lo staff accademico non  conosca la ricetta per combinare il nuovo ingrediente, la domanda, con gli altri per farne una torta, si evita semplicemente di crearne una nuova. Si proclama invece che, dato che nessuna torta contiene attualmente questo ingrediente, significa che questo è inadatto per fare torte, rimarcando più volte le deboli abilità culinarie di chi ha posto per primo tale domanda.</p>
<p><strong>“Devi essere più chiaro”</strong>, “L&#8217;argomento non ha rilevanza”, “Devi fornire prove”, “Chi lo dice?”, “Ma questo è un pensiero pericoloso!”, “Ti devo insegnare il modo di ragionare”, “Le cose non vanno così” sono solo alcune delle frasi chiave per rimarcare tali deboli attività culinarie, che comunque se prese alla lettera possono diventare le basi per un autoanalisi gratuita. Naturalmente il povero studente da quel giorno si crederà veramente un pessimo cuoco, oppure si accorgerà che, dati i poveri menù a cui è abituato lo staff accademico, forse questo ha solamente perso il senso del gusto e provvederà da sé a curarsi del suo personale ingrediente.</p>
<p><strong> Nonostante questa splendida</strong> lezione di coraggio che il mondo universitario può offrire allo studente interessato, mi preoccupa invece il primo caso. Da quel primo episodio infatti penderà il via un processo di annichilimento delle domande. Il principale obbiettivo di qualsiasi cosa si scriva o si ricerchi diventerà quello di essere solo una “piccola aggiunta alle attuali correnti di ricerca”(ci sono correnti? E che effetto ha su queste il surriscaldamento globale?). Si cercherà sempre di rimanere in linea con qualche centinaio di altri ricercatori (basta guardare le centinaia di referenze in fondo ad ogni articolo accademico, referenze queste che ne decidono o meno la pubblicazione) al solo scopo di poter aver ragione, o perlomeno di non avere torto.</p>
<p><strong>Non penso che tutto il mondo accademico</strong> rientri in questa descrizione, ma la mia fiducia è stata messa a dura prova da un master in Economia dove eminenti professori americani (di quelli che decidono i programmi triennali delle facoltà di economia) iniziano la lezione “proclamando di non sapere cosa siano i mercati”. Una tale affermazione di modestia e di stimolo alla discussione potrebbe sembrare anche positiva. Purtroppo tale proclamazione di ignoranza è candidamente seguita da quella relativa all&#8217;inutilità della questione stessa, che viene abbandonata e messa a tacere immediatamente.</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-3500" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/11/a-lezione-di-nichilismo/escher/"><img class="alignright size-medium wp-image-3500" title="escher" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/escher-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a>Poiché niente può essere messo a tacere</strong> senza che si fornisca in qualche modo il sostituto per tappare letteralmente lo spazio rimasto vuoto, ecco che mi trovo di fronte bello impacchettato il “Toppabuchi”, un programma di studio per spiegare la nostra realtà. Un programma per una spiegazione che possa mantenere e accudire al suo interno tutte le spiegazioni esistenti e che per questo viene elogiato proprio per la sua versatilità.</p>
<p><strong>Vorrei rendere più chiara</strong> la volontà che guida tali programmi di studio cosicché, qualora uno ci si trovi coinvolto, riesca ad accorgersene e non si preoccupi. In quel caso è sempre meglio affidarsi al FAI DA TE.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Corso in “Come sistematizzare al meglio ciò che non sappiano”.</strong></p>
<p style="text-align: left;"><span style="text-decoration: underline;">Descrizione del corso</span>: In questo corso sarà descritto e analizzato fin nel dettaglio ciò che è necessario sapere per non sapere mai nulla.</p>
<p style="text-align: left;"><span style="text-decoration: underline;">Requisiti di ammissione</span>: Per essere ammessi al corso sarà indispensabile avere una conoscenza base di:</p>
<ul>
<li>“L&#8217;arte di non rispondere alle domande”</li>
<li>“Sistematizzazione caotica della confusione”</li>
<li>“Come creare sfiducia attraverso la fiducia nella sfiducia”</li>
<li>“La creazione dell’universo: come non prendervi parte”</li>
</ul>
<p><span style="text-decoration: underline;">Programma</span>: Il programma del corso evolverà piano piano e inesorabilmente verso il nulla.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Obbiettivi</span>: Il corso prevede il raggiungimento dei seguenti obbiettivi:</p>
<ul>
<li>abbandono di ogni domanda che non porti essenzialmente verso il nulla</li>
<li>come prendere potere dal nulla</li>
<li>come sentirsi importanti nel constatare il nulla</li>
<li>come non rendersi conto che si sta parlando di nulla</li>
</ul>
<p>Ogni lezione inizierà ricordando che:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tutti si conformano perché la conformazione è per ogni persona la migliore scelta quando tutti gli altri si conformano</strong></p>
<p style="text-align: left;">E di fronte alle difficoltà si terrà presente che:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La crisi non esiste, è solo parte di un processo evolutivo che porta verso il rifinimento del “nulla”</strong></p>
<p>A chiunque entro le prime 3 lezioni:</p>
<ul>
<li>non dimostri di aver compreso appieno che nessuna contestazione degli insegnamenti impartiti è possibile (non avendo ancora compreso quindi che non si può contestare qualcosa che “NON è”);</li>
<li>non abbia capito che non c&#8217;è nulla da fare col nulla</li>
<li>non sia fondamentalmente eccitato all&#8217;idea di aver a che fare con il nulla</li>
</ul>
<p style="text-align: left;">sarà impartita una classe straordinaria di “Tutto dipende dalle circostanze” e infine, come ogni buona scuola fa, si cercherà di fargli capire che se continua “a essere” non avrà mai ragione.</p>
<p style="text-align: left;">Se nonostante tutto ciò lo studente continuerà a non capire l&#8217;importanza del nulla, la direzione lascia ogni responsabilità all’interessato non essendo questo ambito di sua competenza e si rifarà al suo principio fondamentale:</p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>“Fare come se niente fosse qualcosa”.</strong></h3>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilgrimaldello.com/2010/11/a-lezione-di-nichilismo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Africa, PIL, Crescita e Benessere</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/africa-pil-crescita-e-benessere/</link>
		<comments>http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/africa-pil-crescita-e-benessere/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilgrimaldello.com/?p=2826</guid>
		<description><![CDATA[Dal Rapporto Onu 2009 si prevede che l&#8217;economia africana sia destinata a crescere in media del 4,3% nel 2010, rispetto all&#8217;1,6% del 2009. Una crescita che tuttavia potrebbe non intaccare povertà e disoccupazione, che anzi sono previste in aumento. Questo è quanto è stato affermato dalla Commissione Economica per l&#8217;Africa delle Nazioni Unite. Si tratta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2827" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/africa-pil-crescita-e-benessere/colours-of-africa/"><img class="alignleft size-large wp-image-2827" title="colours-of-africa" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/04/colours-of-africa-392x600.jpg" alt="" width="200" height="305" /></a><strong>Dal Rapporto Onu 2009</strong> si prevede che l&#8217;economia africana sia destinata a crescere in media del 4,3% nel 2010, rispetto all&#8217;1,6% del 2009. Una crescita che tuttavia potrebbe non intaccare povertà e disoccupazione, che anzi sono previste in aumento. Questo è quanto è stato affermato dalla Commissione Economica per l&#8217;Africa delle Nazioni Unite. Si tratta di tassi di crescita che non consentono di creare un gran numero di posti di lavoro.  Secondo le stime, nell’Africa Sub-Sahariana, il tasso di disoccupazione ha raggiunto l&#8217;8,2 per cento nel 2009 e sembra non subirà eccessivi cambiamenti fra il 2009 e il 2010. Questo aumento limitato non riflette l&#8217;impatto reale della crisi nella regione e dovrebbe essere valutato congiuntamente ad altri indicatori come il numero dei lavoratori vulnerabili e i working poors.</p>
<p><strong>Nell&#8217;Africa Settentrionale</strong> si stima che il tasso di disoccupazione generale abbia raggiunto nel 2009 il 10,5% e si prevede resterà elevato anche nel 2010, intorno al 10,6%. Ciò comporterebbe un aumento di 300.000 disoccupati rispetto al 2009. Complessivamente, la difficile situazione del mercato del lavoro prima della crisi ha accentuato l&#8217;impatto di una crescita economica ridotta e la regione avrà senza dubbio bisogno di molto tempo per riprendersi. Alti sono i rischi di inflazione, che potrebbe salire a due cifre a causa degli effetti ritardati dell&#8217;aumento del prezzo del petrolio e dei generi alimentari. In particolare: Malawi, Repubblica Democratica del Congo, Zambia e Angola, nonostante siano arrivati ad una crescita media del 5% in questi ultimi anni, hanno subito un aumento della disoccupazione nei primi tre mentre il quarto ha mostrato un aumento drastico dell&#8217;occupazione nel settore informale. Il rapporto ha ribadito come l&#8217;Africa abbia bisogno di mobilitare il proprio capitale per finanziare gli investimenti e la crescita. L&#8217;attuale crisi economica mondiale ha mostrato la vulnerabilità del continente in balia delle sorti dell&#8217;economia mondiale ma ha anche dimostrato che l&#8217;Africa non può contare su fonti esterne per finanziare il proprio sviluppo in modo sostenibile.</p>
<p><strong>A prima vista questi risultati</strong> ci pongono di fronte ad un’assoluta mancanza di senso ed eppure tutto viene percepito come assolutamente normale. Nonostante l’ambiguità del termine &#8220;normalità&#8221; usato per dar conto o persino giustificare risultati di per sé ambigui, resta da chiederci dove possa condurre invece il dubbio di chi, di fronte a questi dati così chiaramente presentati, avverta che non sia normale la divergenza fra un PIL in aumento e una disoccupazione crescente. Approfondendo il problema si nota poi come non possa risultare normale neanche la spiegazione, i metodi e gli strumenti necessari per rendere conto di tale situazione. Sembra infatti che quel valore di riferimento scelto per rendere conto della ricchezza di un paese, il PIL appunto, differisca notevolmente da quelle che dovrebbero essere le conseguenze, se non i motori primi, di questa maggior ricchezza. In situazioni come quella africana, dove interessi multinazionali e internazionali sono in un rapporto di cooperazione competitiva o di competitività cooperativa, il benessere non fa tutt’uno con il PIL.</p>
<p><strong>Provo a spiegare</strong> a cosa potrebbero essere dovuti questi dati, senza cadere in un pessimismo che non ha motivo d’essere se non quando voglia essere mantenuto, così come in una condanna che non porti a cambiamenti.<br />
Il Pil è comunemente il valore di riferimento per misurare la ricchezza di una paese prodotta al suo interno e il suo livello di sviluppo economico. Nello specifico caso africano, i dati ci pongono di fronte ad un aumento del Pil a cui non corrisponde un equivalente aumento dell’occupazione. Il principale motivo potrebbe essere che la crescita del Pil sia stata provocata per maggior misura dall’aumento del prezzo delle materie prime, a sua volta determinato dalla crisi di liquidità dei mercati finanziari che dal 2007 ha scosso le borse di tutto il mondo. Una crisi che senza dubbio non ha portato alla crescita dell’occupazione.</p>
<p><strong>Nonostante le grandi iniezioni</strong> di liquidità di Bernanke (presidente della Federal Reserve statunitense), la situazione altamente instabile dei mercati non ha consentito la restaurazione della fiducia necessaria alle banche per effettuare il loro lavoro. Gli istituti di credito, non godendo più di fiducia reciproca, non si prestavano soldi se non a tassi molto elevati. La conseguenza è stata un costo più alto del capitale per chi si trovava in possesso di mutui accesi o nel caso delle imprese, che in mancanza di soldi per nuovi investimenti, hanno agito anche effettuando crescenti tagli del personale.<br />
Comunque le ingenti iniezioni di liquidità erano state effettuate e la stagnazione del circuito della fiducia non poteva tradursi in un continuo mantenimento di tale liquidità in eccesso all&#8217;interno delle banche (ovvero in regime di tesaurizzazione); questa avrebbe dovuto prima o poi trovare sbocco, se non altro almeno per la paura stessa di una futura svalutazione. E&#8217; così che gli investimenti si sono diretti verso il mercato delle materie prime facendone così aumentare il prezzo, in particolare dei prodotti agricoli e del grano.<br />
Una crescita dei prezzi delle materie prime si traduce così in un aumento del Pil. In tal caso però ad aumentare è solo il reddito di coloro impiegati nel settore primario, mentre il resto della popolazione risente soltanto degli effetti negativi dell’aumento dei prezzi al consumo, risultante in una diminuzione del potere reale di acquisto.</p>
<p><strong>Forse è necessario porre</strong> delle domande che siano soprattutto domande ben poste. A stupire e lasciare sconcertati non sono tanto i dati registrati quanto il fatto che si cerchi di affrontare il problema senza risolvere i problemi che lo hanno generato. Sarà perché i dati appaiono incontrovertibili, perché le ricette già esistono, perché le alternative sono sempre nascoste, ma si tratta di vedere come la situazione sia il frutto di decisioni, di modi di agire e di un sistema che non permette di essere pensato, solo seguito nei suoi movimenti.</p>
<p><strong>Quindi mi chiederei</strong>:</p>
<p>- E&#8217; il Pil una misura idonea della ricchezza di un paese? La moneta, così come la conosciamo e si presenta sui nostri mercati, non necessita anch’essa di essere ripensata &#8211; o forse semplicemente pensata? Non è il caso di proporre una riflessione sull’intero sistema economico, difeso nei suoi fondamenti dalla Mainstream attuale? Una riflessione che possa metterele carte in chiaro fin dal principio, in modo che lo possano essere anche alla fine.<br />
Riporto a riguardo ciò che ha affermato il presidente dell’Istat Luigi Biggeri durante il convegno “Liberiamoci dal Pil” il 2 e il 25 maggio 2008: “Bisogna smettere di conferire al Pil (Prodotto Interno Lordo) valenze che non gli appartengono: si tratta di un indicatore nato per misurare la produzione e l&#8217;efficienza di mercato. Esistono altri indicatori per misurare il benessere e la qualità della vita. Il Pil inoltre non fornisce alcuna indicazione rispetto alla distribuzione interna del reddito.”</p>
<p>- Cosa dire della dimensione globale che ha assunto il commercio internazionale dove tutti sono legati a tutti? Ciò implica una riflessione comune da parte di tutte le nazioni sulla necessità di una cooperazione nella soluzione di problemi che, anche quando locali, assumono rilevanza internazionale. A proposito di questo basti accennare al caso &#8220;Subprime&#8221;, che ha avuto inizio nella provincia americana e ripercussioni sull’intera economia mondiale.</p>
<p>- Qual’è il rapporto fra Società ed Economia? Sembra ormai che sfera pubblica ed economica si siano intrecciate fino quasi a confondersi, anche quando affermano di voler essere indipendenti (quell’indipendenza che viene cercata proprio quando si sa di non poter fare a meno dell’altro). Infatti l’una ha bisogno dell’altra, ma non secondo misura e regola ma secondo reti di salvataggio e obiettivi di volta in volta definiti secondo gli interessi del momento.</p>
<p>-E l’Africa? Questa sarebbe già così di per sé una domanda. Penso che sia un continente degno di tutta l’attenzione possibile, data la vuota retorica che circonda spesso ogni discussione a riguardo.</p>
<p>- Democrazia = Apertura dei mercati finanziari? Perché la connessione fra esportazione del modello economico occidentale e democratizzazione si presenta così naturale? In cosa consiste in fondo la democratizzazione della finanza? Sembra quasi esserci in fondo un messaggio di liberazione dell’uomo dal lavoro. Forse sarebbe questo però l’inizio della schiavitù, che, se vogliamo, è sempre stata schiavitù per debiti.</p>
<p>- E infine perché alcuni credono solo nel potere illimitato e molti non credono semplicemente più?</p>
<p><strong>Fonti:</strong><br />
- <a href="http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=9538&amp;amp;IdModule=1"> Africa: cresce l’economia, non l’occupazione<br />
- </a><a href="http://www.archive.org/details/CGrossaCrisi_600">Intervista a massimo amato e luca fantacci</a><br />
- <a href="http://www.rassegna.it/mobile/articolo.cfm?ida=57494">Oltre 200 milioni di disoccupati nel mondo</a><br />
- <a href="http://www.unimondo.org/Guide/Economia/Decrescita/Terra-Futura-dal-Pil-alla-decrescita-per-sviluppo-e-benessere">Terra Futura: dal Pil alla decrescita per sviluppo e benessere</a><br />
- <em>Paul Collier e Anthony Venables, “Rethinking trade preferences: how Africa can diversify its exports”, The World Economy, 30(7), 2007.”</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/africa-pil-crescita-e-benessere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Economia, società, crisi e cambiamento</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/economia-societa-crisi-e-cambiamento/</link>
		<comments>http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/economia-societa-crisi-e-cambiamento/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 12:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Dogma]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilgrimaldello.com/?p=2811</guid>
		<description><![CDATA[C’è un gran parlar di soldi in giro… Invece nell’unico luogo adatto per parlarne, le Facoltà di Economia, non se ne parla mai veramente come un vero oggetto di studio. La questione viene chiusa abbastanza velocemente dopo aver detto, o meglio proclamato, che la moneta è &#8220;merce universalmente sostituibile il cui prezzo è il tasso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-2813" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/economia-societa-crisi-e-cambiamento/businessmen1/"><img class="alignleft size-medium wp-image-2813" title="businessmen1" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/04/businessmen1-200x153.jpg" alt="" width="200" height="153" /></a>C’è un gran parlar di soldi in giro…</strong><br />
Invece nell’unico luogo adatto per parlarne, le Facoltà di Economia, non se ne parla mai veramente come un vero oggetto di studio. La questione viene chiusa abbastanza velocemente dopo aver detto, o meglio proclamato, che la moneta è &#8220;merce universalmente sostituibile il cui prezzo è il tasso di interesse&#8221;. Viene naturale fare un parallelo fra l’ortodossia che vige in economia e un certo modo d&#8217;essere della teologia. Perché questo parallelo con la teologia?! Perché l’odierno atteggiamento che i sostenitori dell&#8217;attuale Mainstream economica hanno è proprio simile a quello dei sacerdoti in difesa di un dogma.</p>
<p><strong>Tale impostazione di tipo religioso-dogmatico</strong> si inizia a scorgerla osservando il silenzio che circonda ogni discorso attorno alla moneta e alle ipotesi alla base dei modelli economici. Questi ultimi dovrebbero essere a fondamento di un sistema volto a consentire l’equilibrato svolgersi degli scambi economici o perlomeno a permettere sempre un incontro fra creditori e debitori (il vero compito della finanza, da &#8220;finantia&#8221; che nel latino del tardo impero stava proprio a significare &#8220;risoluzione amichevole di una controversia&#8221;) nonché tra consumatori e produttori. Peccato che nelle facoltà di economia non si parli mai dei fini, dei &#8220;perché&#8221;, degli obiettivi che una società responsabile dovrebbe perseguire attraverso una sana economia (quella per cui un economista è propriamente colui che studia quel qualcosa che è di tutti e di nessuno). O meglio, se ne parla all’interno di uno schema in cui non è possibile porre veramente alcuna domanda, poiché tutte le risposte sono già state date in modo che gli unici discorsi possibili diventino quelli attorno alla potenziale efficacia, o alla possibile correzione, di modelli già perfetti di per sè.</p>
<p><strong>E&#8217; un po&#8217; come voler cercare</strong> di risolvere i problemi della fisica quantistica attraverso le leggi della fisica meccanica, riconducendo ogni errore incontrato ad un errore di misurazione, ma mai all’inadeguatezza del metodo di ricerca. Si parla di debitori e creditori, di società, di moneta, di consumatori e  produttori, senza che ad essere indagata sia la stessa dimensione ontologica in cui debito e credito sorgono. Senza cioè avere un’idea di ciò di cui si sta parlando. I pensieri si fanno così molto confusi e complicati, venendo ad essere sostenuti da una logica matematica che regge finché regge. Fino a quando cioè non si presenta una CRISI. A questo punto tutti gli operatori sul mercato ammettono la propria ignoranza in materia, per poi affermare che la crisi stessa è “solo” il necessario corollario della crescita economica che l&#8217;attuale sistema consente di perseguire. In seguito rievocano invece la necessità di una regolamentazione dei mercati finanziari da parte dello stato solo per dichiarare poi, di nuovo, la paura di un possibile dirigismo statale.</p>
<p><strong>Che la crisi sia un fenomeno</strong> che lascia i sostenitori della Mainstream economica senza risposte è confermato dal fatto che sul Finantial Times del 30 Gennaio 2007 si legge: “ Il problema […] è che non abbiamo la capacità di anticipare i tempi e i fattori scatenanti della crisi. Prima o poi capita qualcosa. Se fossimo capaci di anticipare tempi e fattori scatenanti, le crisi non si verificherebbero”. Che il sistema attuale sia, come afferma la stessa Mainstream, come l’unico sistema possibile è confermato da un’affermazione di Eichengreen qualche mese dopo la fine della crisi argentina: “Il sistema oggi prevalente può essere ampiamente criticato ma non è screditato. Il punto di vista dominante, per parafrasare il sir Winston Churchill a proposito della democrazia, è che esso costituisce il peggior modo di organizzare l’allocazione delle risorse finanziarie, tranne le alternative possibili.” e “Come dobbiamo valutare che cosa deve essere fatto, quanto è stato fatto e quanto resta da fare? La mia valutazione si basa sul presupposto che le crisi siano un concomitante inevitabile del funzionamento dei mercati finanziari.” I discorsi e le affermazioni terroristiche riguardo alla crisi fanno il panorama generale sempre più confuso. Difficile scorgere solo un punto di riferimento in mezzo al dilagare di posizioni che per lo più non vogliono cercare soluzioni ma solo continuare a gestire il problema all’interno di un sistema di per sé problematico, come se gestire una malattia fosse lo stesso che curarla. Ciò che ne va perso in un caso come nell’altro è il senso del tutto. O forse è il senso che manca sin dal principio.</p>
<p><strong>Nella scienza economica</strong>, il dogma dell’efficienza va di pari passo con una visione della vita in cui a governare e a muovere il mondo sia esclusivamente il caso, che può elargire grande benessere a tutti in periodi di crescita economica per poi distribuire le perdite a caso e “per” caso in periodi di crisi. Il caso: ovvero un regime di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite senza nessuna possibile contestazione. Anche qui ciò che va perso è la possibilità stessa della “responsabilità” come modo di essere dell’uomo nel mondo. Un uomo che agisce e che per agire sceglie. Un uomo le cui scelte non vengono determinate da un sistema che funziona senza di lui.</p>
<p><strong>Il rischio è</strong> che in tutto questo trambusto a venire screditata sia proprio l’Economia come scienza nella sua totalità, nella sua ricchezza di prospettive. Lo stesso rischio che si riscontra infatti nella Teologia, dove, dato un certo modo di fare della religione, ad essere penalizzato è proprio il messaggio che testi come il Vangelo e la Bibbia ci offrono da sempre e per sempre. Questo rischio è reale anche per le scienze economiche, in cui gli attuali &#8220;sacerdoti&#8221;, l’elite finanziaria, tanto più vengono condannati quanto più assumono potere. Ad uno sguardo più attento, e rifacendosi allo studio di ricercatori che si pongono fuori dall’attuale Mainstream economica, si possono iniziare a scorgere dei punti di riferimento che possano mostrarci di cosa principalmente si occupi l’economia come scienza. Solo in questo modo possiamo vedere come la forma che ha oggi sia in realtà il risultato di un modo di vedere la vita (intesa come vita di comunità a partire dagli individui che la compongono) che si sposa con parole come Potere, Potenziamento, Efficienza e Caso. D&#8217;altra parte si scoprono le basi su cui invece far sorgere una nuova economia, che rispecchi una visione più profonda della realtà, che piuttosto possa danzare con la vita.</p>
<p><strong>Ogni scienza</strong> in fondo fa proprio questo: descrive a suo modo leggi universali. Le cose che si scoprono sono in finale sempre le stesse. Ogni scienza è di per sè una piccola-grande opera d’arte.</p>
<p><em>Ho preso spunto da Massimo Amato, docente di storia economica e autore di numerosi libri di critica economica come l&#8217;ultimo “L’enigma della moneta”; Tony Lawson, docente presso l’univesità di Cambridge; Ugo Pagano e Massimo D’Antoni docenti presso l’Università di Siena.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/economia-societa-crisi-e-cambiamento/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tasse e debito pubblico</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/tasse-e-debito-pubblico/</link>
		<comments>http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/tasse-e-debito-pubblico/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 06:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilgrimaldello.com/?p=2614</guid>
		<description><![CDATA[Spesso si sente il politico di turno rilanciare l’idea della riduzione delle tasse. Veniamo al motivo per cui non possono venire tagliate così facilmente come viene propagandato. L’Italia è una delle Nazioni più indebitate al mondo. Allo stato attuale delle cose ogni cittadino italiano è portatore di un debito di circa 30.000 € nei confronti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2643" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/tasse-e-debito-pubblico/debito_pubblico/"><img class="alignleft size-medium wp-image-2643" title="debito_pubblico" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/03/debito_pubblico-200x135.jpg" alt="" width="200" height="135" /></a>Spesso si sente il politico di turno rilanciare l’idea della riduzione delle tasse. Veniamo al motivo per cui non possono venire tagliate così facilmente come viene propagandato.<br />
L’Italia è una delle Nazioni più indebitate al mondo. Allo stato attuale delle cose ogni cittadino italiano è portatore di un debito di circa 30.000 € nei confronti di chi ha sottoscritto i buoni del tesoro e le obbligazioni del nostro debito sovrano. La situazione è grave sia in termini assoluti (1.800 miliardi di euro a fine 2009) sia in termini relativi (circa 120% rispetto al PIL). La possibilità di un futuro fallimento dello Stato non è da escludere e di fronte ad un problema tanto serio, chi illude la popolazione che si possano ridurre alcune fonti di introito per il Tesoro (quali ad esempio la tassazione sul reddito imponibile) è un criminale. Sono convinto che il nostro deficit non sia un dramma irrisolvibile ma, prima ancora che lo affermi l’economia, è il buon senso a suggerire di tagliare le spese e solo poi di passare alla ristrutturazione dei ricavi.</p>
<p><strong>C’è una battuta</strong> che Tremonti fa spesso, ridendo ogni volta: “Tante cose non le possiamo fare perché noi abbiamo il terzo debito pubblico del mondo ma non siamo la terza economia del mondo”. Che noi non siamo la terza economia del mondo, ma la sesta/settima (sorpassiamo il Regno Unito di poco), si sa. Che abbiamo il terzo debito pubblico del mondo non è più vero, almeno in termini assoluti: da circa un anno siamo fuori dal podio, dietro a Stati Uniti, Giappone e Germania. Quello che interessa veramente però non è il valore assoluto del debito, bensì la sua incidenza sul PIL:  attualmente per gli USA è pari a circa l’80% e per la Germania intorno al 73%. L’Italia e il Giappone si assomigliano, sono amanti del rischio: il 120% l’una e 170% l’altra. Le due storie però sono diverse.</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-2635" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/tasse-e-debito-pubblico/public_debt_percent_gdp_world_map/"><img class="aligncenter size-large wp-image-2635" title="Public_debt_percent_gdp_world_map" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/03/Public_debt_percent_gdp_world_map-600x277.png" alt="" width="600" height="277" /></a>Giappone e Italia</strong> sono Paesi Ocse e fanno parte dei G8, ai vertici del benessere mondiale, dell’invecchiamento della popolazione e dell’indebitamento pubblico. Il Giappone ha una popolazione doppia rispetto a quella italiana e un PIL triplo; entrambi i paesi però hanno toccato nel 2005 il massimo della forza lavoro ed ora la domanda non potrà che decrescere. Nel 2050 avranno il 30% in meno di cittadini in età lavorativa rispetto ad oggi. In entrambi i Paesi gran parte del debito è sottoscritto all’interno. Semplificando la questione potremmo dire che lo Stato si è certamente sovraesposto ma che si sente al sicuro dal fatto che le famiglie sono ricche e hanno acquistato i vari Buoni del Tesoro.<br />
Il debito giapponese toccò nell’estate del 2002 i 675.000 miliardi di yen, pari al 134% della ricchezza allora prodotta e da quel momento non ha fatto altro che salire. L’Italia invece toccò il suo massimo, pari al 124%, nel ’94 e da allora il trend è stato decrescente, fino ad arrivare sotto il 110% nel 2001 e a fermarsi un anno fa, cambiando tendenza. Questo perché l’Italia, dovendo rispettare i vincoli di Maastricht che molti politici criticano, ha ridotto il deficit di bilancio dall’11% del PIL del 1990 a valori inferiori al 3%. Il Giappone, invece, ha visto il surplus dell’1,9% del 1990 diventare uno squilibrio negativo del 6,3% nella spesa pubblica annuale nel 2000.</p>
<p><strong>Venendo allo studio</strong> delle cause di deficit, ci si rende conto che nei due Paesi sono molto diverse. In Italia si ha a che fare con un eccesso di spesa, spesso alla ricerca di un maggior consenso politico, scaricando il problema alle generazioni future. Nel nostro paese la pressione fiscale è valutata dall’Ocse pari al 43,1% del PIL (dati 2003) e recentemente è salita ulteriormente. Il totale delle entrate del settore pubblico è stimato (dati 2005) pari al 44% del PIL. In Giappone invece la pressione fiscale è del 25,3% e le entrate pubbliche sono pari al 31% della ricchezza creata, sempre nel 2005.</p>
<p><strong>Nel caso giapponese</strong> la massiccia crescita del debito pubblico è il risultato combinato della caduta delle entrate fiscali e delle spese pubbliche, decise a più riprese per stimolare l’economia, dopo che con gli anni ’80 l’eccezionale crescita giapponese (+10% negli Anni ’60, +5% negli Anni &#8217;70, +4% negli Anni &#8217;80) si è conclusa. Mentre il Giappone ha spazi per ricorrere alla leva fiscale, questi sono assai più ridotti in Italia. L’unica strada per il nostro Paese sembra essere la lotta all’evasione fiscale.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/tasse-e-debito-pubblico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le Banche Armate</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2009/06/banche-armate/</link>
		<comments>http://www.ilgrimaldello.com/2009/06/banche-armate/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 14:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Yuri Ceschin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Banche]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilgrimaldello.com/?p=1233</guid>
		<description><![CDATA[In questi tempi di crisi economica c&#8217;è un settore che non sembra subire perdite ma anzi segna un bel +222% nel 2008. Stiamo parlando dell&#8217;industria della armi che, limitandoci all&#8217;Italia, l&#8217;anno scorso ha mosso un volume d&#8217;affari pari a 4,2 miliardi di euro (contro l&#8217;1,3 del 2007). Sono raddoppiate le operazioni finanziarie autorizzate dal ministero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1448" title="banche_armate" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/banche_armate-200x99.gif" alt="banche_armate" /><strong>In questi tempi</strong> di crisi economica c&#8217;è un settore che non sembra subire perdite ma anzi segna un bel +222% nel 2008. Stiamo parlando dell&#8217;industria della armi che, limitandoci all&#8217;Italia, l&#8217;anno scorso ha mosso un volume d&#8217;affari pari a 4,2 miliardi di euro (contro l&#8217;1,3 del 2007). Sono raddoppiate le operazioni finanziarie autorizzate dal ministero dell&#8217;Economia (1612), aumentata di due volte e mezzo la quantità di denaro &#8220;movimentata&#8221;, triplicati i &#8220;compensi di intermediazione&#8221; (3-5%) che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere, facendo tornare saldamente in vetta alla classidica le banche di &#8220;casa nostra&#8221;, comprese quelle – come Intesa-San Paolo e Unicredit – che in passato avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. <span id="more-1233"></span>Dati questi che il ministero dell’Economia e la Presidenza del Consiglio sono obbligati a fornire in virtù di quanto previsto dalla legge 185/90.</p>
<div id="attachment_1449" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a title="tabella 2008" href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/tabel.jpg" target="_blank" rel="lightbox[1233]"><img class="size-medium wp-image-1449" title="Export di armi" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/tabel-200x208.jpg" alt="tabel" width="200" height="208" /></a><p class="wp-caption-text">Link a Tabella Operazioni Bancarie</p></div>
<p><strong>Al primo posto</strong> nel mondo troviamo quindi Bnl, Banca Nazionale del Lavoro del Gruppo Paribas, che nel 2007 aveva dato un misero contributo di 62 milioni di euro; quest&#8217;anno invece si è rifatta con un incassato di 1 miliardo e 253 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all&#8217;estero, precisando, quasi a volersi discolpare, che comunque opera &#8220;unicamente con Paesi Ue e Nato&#8221;. Al quarto posto c&#8217;è Intesa-San Paolo, con 177 milioni, a cui vanno aggiunti gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo, mentre al sesto posto troviamo il gruppo Ubi che con 206 milioni di euro detiene il 6% del mercato. Da segnalare poi al nono posto Unicredit con 119 milioni di euro (nettamente inferiori ai 404 milioni del 2007) mentre non più presente nella lista è la Banca Popolare di Milano, che ha stretti rapporti con Banca Etica, che nel 2008 non ha avuto nessuna autorizzazione concessa dal Ministero, anche se per gli anni precedenti sono segnalati 437 mila euro di importi relativi a transazioni ancora in corso nel mercato delle armi.</p>
<p><strong>Per quanto riguarda</strong> le spese militari nel mondo, con 40,6 miliardi di dollari in valori correnti l&#8217;Italia mantiene anche nel 2008 l&#8217;ottavo posto: lo si apprende dall&#8217;annuale rapporto reso noto dal Sipri, l&#8217;autorevole Istituto di ricerche di Stoccolma. L&#8217;incremento del budget militare nazionale è dell&#8217;1,8%, ma il costo sociale per ogni italiano è molto più alto perché la spesa pro-capite del nostro Paese è di 689 dollari, una delle maggiori al mondo, e per il quinto anno consecutivo supera di gran lunga la Germania (568 dollari) e da diversi anni anche quella di altri paesi del G8 come Russia (413 dollari) e Giappone (361 dollari). Molto strano per un Paese che si reputa in periodo di pace e che si limita a tenere qualche sparuto gruppo di militari nelle zone calde del pianeta.</p>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1463" title="banche" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/banche-200x192.jpg" alt="banche" width="200" height="192" />L&#8217;Italia non rimane</strong> sconosciuta neppure nella lista delle maggiori aziende produttrici di armi. Il gruppo Finmeccanica infatti, sostenuto dal Ministero dell&#8217;Economia che ne è il principale azionista, da diversi anni occupa un posto nella &#8220;top-ten&#8221; e anche nel 2008, con oltre 9,9 miliardi di dollari di fatturato, mantiene il nono posto nel mondo. Finmeccanica è segnalata dal Sipri anche per l&#8217;acquisizione nel 2008 dell&#8217;azienda americana di elettronica militare DRS Technologies, una delle principali fornitrici statunitensi del Pentagono, che gli è costata 5,2 miliardi di dollari, parte dei quali prestati da Goldman Sachs, Intesa SanPaolo, Mediobanca e Unicredit. Tra gli ordini più importanti del 2008 ci sono le forniture per i 51 elicotteri d’attacco e l’opzione per altri 41 alla Turchia, gli apparati e sistemi per i velivoli Eurofighter dell’Arabia Saudita, i sistemi missilistici Spada per il Pakistan, l&#8217;attività di supporto al sistema di difesa aerea Seawolf inglese e le commesse relative alle fregate navali italo-francesi Fremm.</p>
<p><strong>Nel 1990 in Italia</strong> è stata approvata la legge 185 che disciplina il commercio delle armi e vieta le esportazioni a Paesi belligeranti o responsabili di accertate violazioni dei diritti umani. Come allora dobbiamo considerare gli Stati Uniti? E il Pakistan? E la Turchia che ha invaso il Kurdistan? Negli ultimi mesi del 2008 il Ministro dell&#8217;Economia ha aumentato la sua quota azionaria finanziando Finmeccanica con altri 250 milioni di euro. Forse quei soldi potevano essere utili per altre finalità, vista la situazione di crisi che già si stava prefigurando in quel periodo. Forse potevano servire per migliorare la vita degli abitanti di questo Paese. Forse potevano servire per non peggiorare quella degli abitanti di molti altri Paesi.</p>
<p><strong>Link:</strong> <a title="Banche Armate" href="http://www.banchearmate.it" target="_blank">www.banchearmate.it</a><br />
<strong>Link:</strong> <a title="Sipri" href="http://www.sipri.org/yearbook" target="_blank">www.sipri.org</a><br />
<strong>Link:</strong> <a title="Unimondo" href="http://www.unimondo.org/Notizie/Sipri-nel-2008-l-Italia-ottava-per-spese-militari-e-nell-export-di-armi" target="_blank">www.unimondo.org</a><br />
<strong>Documento:</strong><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/transizioni_bancarie_armi.pdf"> Transazioni Bancarie per il mercato delle armi 2008</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilgrimaldello.com/2009/06/banche-armate/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ecoincentivi: i conti che non tornano</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2009/05/ecoincentivi/</link>
		<comments>http://www.ilgrimaldello.com/2009/05/ecoincentivi/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 12 May 2009 21:39:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Yuri Ceschin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[automobile]]></category>
		<category><![CDATA[incentivi]]></category>
		<category><![CDATA[rottamazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilgrimaldello.com/?p=670</guid>
		<description><![CDATA[Lo scorso aprile il governo ha approvato il disegno di legge, poi convertito in legge, che riguarda il piano di aiuti al settore automobilistico ed in particolare gli incentivi di rottamazione ed i contributi di acquisto per una nuova autovettura. A questi incentivi e contributi si può accedere solo per via indiretta attraverso le case [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-736" title="automobili" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/05/automobili-200x133.jpg" alt="automobili" width="200" height="133" />Lo scorso aprile il governo ha approvato il disegno di legge, poi convertito in legge, che riguarda il piano di aiuti al settore automobilistico ed in particolare gli incentivi di rottamazione ed i contributi di acquisto per una nuova autovettura. A questi incentivi e contributi si può accedere solo per via indiretta attraverso le case automobilistiche; sono infatti queste aziende che convertono sotto forma di sconti sull&#8217;acquisto di nuove autovetture, motocicli e autocarri, le grandi somme di denaro (750 milioni di euro) che lo stato, e quindi i contribuenti, assegna loro.<span id="more-670"></span></p>
<p>Gli incentivi approvati per l&#8217;anno 2009 si possono quindi riassumere in:</p>
<p><strong>Rottamazione auto</strong>: bonus di 1.500 euro. Il beneficio spetta a chi rottama auto Euro 0, Euro 1 o Euro 2 immatricolate fino al 31 dicembre 1999 e acquista una vettura Euro 4 o Euro 5 (con emissioni massime 140 grammi CO2/Km per i veicoli benzina e massimo 130 grammi CO2/Km per i diesel).<br />
<strong>Auto ecologiche</strong>. Incentivi, senza rottamazione, per l&#8217;acquisto di auto ecologiche di 1.500 euro per auto a metano, elettriche e a idrogeno con emissioni non superiori a 120 g/km di Co2. Questi incentivi sono cumulabili a quello per la rottamazione.<br />
<strong>Contributo per impianti a Gpl e a metano</strong>. Contributo statale di 500 euro per un impianto a Gpl e di 650 euro per uno a metano da installare sugli autoveicoli di categoria &#8221; euro 0&#8243;, &#8221; euro 1&#8243; ed &#8221; euro 2&#8243;, fino all&#8217;esaurimento dei fondi statali previsti.<br />
<strong>Incentivi per le due ruote</strong>. Incentivo di 500 euro per la rottamazione di motocicli o ciclomotori Euro 0 o Euro 1 per acquistare un motociclo nuovo Euro 3, fino a 400 cm³ di cilindrata.<br />
<strong>Veicoli commerciali leggeri</strong>. Bonus di 2.500 euro per l&#8217;acquisto di veicoli nuovi in seguito alla rottamazione di veicoli euro 0, 1 e 2 immatricolati entro il 31 dicembre 1999. Gli incentivi salgono a 4.000 euro per l&#8217;acquisto, senza rottamazione, di veicoli nuovi a metano, Gpl o idrogeno. L&#8217;incentivo è cumulabile a quello per la rottamazione.<br />
<strong>Autocarri e caravan</strong>. Per autoveicoli per trasporto promiscuo, autocarri leggeri entro le 3,5 tonnellte, autoveicoli per trasporti specifici, autoveicoli per uso speciale e autocaravan contributo di 2.500 euro per l&#8217;acquisto di veicoli nuovi Euro 4 ed Euro 5 a fronte della contestuale rottamazione di veicoli Euro 0, Euro 1 ed Euro 2 immatricolati prima del 31 dicembre 1999.</p>
<p><strong>Secondo il governo</strong> questo piano di aiuti potrebbe da una parte salvare il posto di lavoro alle migliaia di operai che lavorano nel settore automobilistico (300.000 seconda la Confindustria) e dall&#8217;altra portare ad un rinnovamento del parco circolante a favore di una rivoluzione dei trasporti a bassa emissione. Gli studi e le ricerche fatte da alcuni economisti ed ecologisti sembrano però dimostrare il contrario. L&#8217;aumento degli acquisti di auto porta con sé un inevitabile calo delle vendite di altri beni con la conseguenza che molti settori produttivi si sentirebbero autorizzati ad avanzare richieste di aiuti da parte dello stato, in una rincorsa i cui effetti si neutralizzerebbero a vicenda e che potrebbe compromettere la sostenibilità del debito pubblico. Si avrà infatti un sussidio che comporterà uno spreco di risorse perché il prezzo pagato dal consumatore per il veicolo diventerà inferiore al costo che la società sostiene per produrre il bene stesso. Se a questo aggiungiamo che la gran parte della produzione e assemblaggio dei veicoli é altamente automatizzata e non avviene nel nostro territorio, si capisce bene che i posti di lavoro rimarranno a rischio.</p>
<p><strong>Per quanto riguarda l&#8217;acquirente</strong> la situazione non si dimostra poi tanto rosea e vantaggiosa come certe case automobilistiche amano pubblicizzare. A seguito di un&#8217;indagine sul campo condotta dal portale <a title="Indagine MotorBox" href="http://www.motorbox.com/Auto/Magazine/inchiestaincentivi2009.html" target="_blank">MotorBox</a>, si è riscontrato che il prezzo finale di un&#8217;automobile comprendente gli incentivi statali non é in media più basso di quanto già si spendeva. Questo é dovuto al fatto che le case automobilistiche sono solite applicare di norma dei forti sconti sul prezzo finale di un&#8217;automobile (dovuti ad offerte del mese, supervalutazione dell&#8217;usato ecc.); questo però non succede quando scattano gli incentivi di rottamazione e bonus di stato, che prendono spesso il posto dei normali sconti. Le auto più convenienti risultano invece essere quelle a kilomentri 0 e l&#8217;usato di 6-12 mesi di vita che mantengono una rapporto qualità/prezzo spesso imbattibile.</p>
<p>C&#8217;è però <strong>un altro aspetto</strong>, oltre a quello puramente economico, da tenere in seria considerazione e che viene spesso trascurato. Un articolo pubblicato nel 2000 dalla rivista Transportation Research arriva ad una conclusione sbalorditiva: sostituire le vecchie auto con quelle nuove fa aumentare l&#8217;inquinamento. Anche se lo studio risulta un po&#8217; datato (e forse sarebbe opportuno rifarlo, vista l&#8217;importanza) ci assicura che il 15-20% delle emissioni legate alle auto é prodotto in fase di fabbricazione e conviene quindi tenere in circolazione una macchina per 19 anni, a fronte di un&#8217;età media del parco circolante italiano di 7,5 anni. Secondo le ipotesi della rivista sarebbe dunque più sensato pagare gli automobilisti perché si tengano le loro auto invece di regalare soldi dei contribuenti sotto forma di &#8220;eco&#8221;-incentivi a grandi aziende che li userebbero per invogliare i contribuenti stessi a spendere degl&#8217;altri soldi per comprare le loro auto nuove fiammanti.</p>
<p><strong>Link</strong>: <a title="ACI Incentivi 2009" href="http://www.aci.it/index.php?id=2304" target="_blank">www.aci.it/ecoincentivi2009</a><br />
<strong>Link:</strong> <a title="Rottamazione chi ci guadagna?" href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000925.html" target="_blank">www.lavoce.info/rottamazione-chi-ci-guadagna</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilgrimaldello.com/2009/05/ecoincentivi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

