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	<title>il Grimaldello &#187; Economia</title>
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		<title>Africa, PIL, Crescita e Benessere</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal Rapporto Onu 2009 si prevede che l&#8217;economia africana sia destinata a crescere in media del 4,3% nel 2010, rispetto all&#8217;1,6% del 2009. Una crescita che tuttavia potrebbe non intaccare povertà e disoccupazione, che anzi sono previste in aumento. Questo è quanto è stato affermato dalla Commissione Economica per l&#8217;Africa delle Nazioni Unite. Si tratta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2827" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/africa-pil-crescita-e-benessere/colours-of-africa/"><img class="alignleft size-large wp-image-2827" title="colours-of-africa" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/04/colours-of-africa-392x600.jpg" alt="" width="200" height="305" /></a><strong>Dal Rapporto Onu 2009</strong> si prevede che l&#8217;economia africana sia destinata a crescere in media del 4,3% nel 2010, rispetto all&#8217;1,6% del 2009. Una crescita che tuttavia potrebbe non intaccare povertà e disoccupazione, che anzi sono previste in aumento. Questo è quanto è stato affermato dalla Commissione Economica per l&#8217;Africa delle Nazioni Unite. Si tratta di tassi di crescita che non consentono di creare un gran numero di posti di lavoro.  Secondo le stime, nell’Africa Sub-Sahariana, il tasso di disoccupazione ha raggiunto l&#8217;8,2 per cento nel 2009 e sembra non subirà eccessivi cambiamenti fra il 2009 e il 2010. Questo aumento limitato non riflette l&#8217;impatto reale della crisi nella regione e dovrebbe essere valutato congiuntamente ad altri indicatori come il numero dei lavoratori vulnerabili e i working poors.</p>
<p><strong>Nell&#8217;Africa Settentrionale</strong> si stima che il tasso di disoccupazione generale abbia raggiunto nel 2009 il 10,5% e si prevede resterà elevato anche nel 2010, intorno al 10,6%. Ciò comporterebbe un aumento di 300.000 disoccupati rispetto al 2009. Complessivamente, la difficile situazione del mercato del lavoro prima della crisi ha accentuato l&#8217;impatto di una crescita economica ridotta e la regione avrà senza dubbio bisogno di molto tempo per riprendersi. Alti sono i rischi di inflazione, che potrebbe salire a due cifre a causa degli effetti ritardati dell&#8217;aumento del prezzo del petrolio e dei generi alimentari. In particolare: Malawi, Repubblica Democratica del Congo, Zambia e Angola, nonostante siano arrivati ad una crescita media del 5% in questi ultimi anni, hanno subito un aumento della disoccupazione nei primi tre mentre il quarto ha mostrato un aumento drastico dell&#8217;occupazione nel settore informale. Il rapporto ha ribadito come l&#8217;Africa abbia bisogno di mobilitare il proprio capitale per finanziare gli investimenti e la crescita. L&#8217;attuale crisi economica mondiale ha mostrato la vulnerabilità del continente in balia delle sorti dell&#8217;economia mondiale ma ha anche dimostrato che l&#8217;Africa non può contare su fonti esterne per finanziare il proprio sviluppo in modo sostenibile.</p>
<p><strong>A prima vista questi risultati</strong> ci pongono di fronte ad un’assoluta mancanza di senso ed eppure tutto viene percepito come assolutamente normale. Nonostante l’ambiguità del termine &#8220;normalità&#8221; usato per dar conto o persino giustificare risultati di per sé ambigui, resta da chiederci dove possa condurre invece il dubbio di chi, di fronte a questi dati così chiaramente presentati, avverta che non sia normale la divergenza fra un PIL in aumento e una disoccupazione crescente. Approfondendo il problema si nota poi come non possa risultare normale neanche la spiegazione, i metodi e gli strumenti necessari per rendere conto di tale situazione. Sembra infatti che quel valore di riferimento scelto per rendere conto della ricchezza di un paese, il PIL appunto, differisca notevolmente da quelle che dovrebbero essere le conseguenze, se non i motori primi, di questa maggior ricchezza. In situazioni come quella africana, dove interessi multinazionali e internazionali sono in un rapporto di cooperazione competitiva o di competitività cooperativa, il benessere non fa tutt’uno con il PIL.</p>
<p><strong>Provo a spiegare</strong> a cosa potrebbero essere dovuti questi dati, senza cadere in un pessimismo che non ha motivo d’essere se non quando voglia essere mantenuto, così come in una condanna che non porti a cambiamenti.<br />
Il Pil è comunemente il valore di riferimento per misurare la ricchezza di una paese prodotta al suo interno e il suo livello di sviluppo economico. Nello specifico caso africano, i dati ci pongono di fronte ad un aumento del Pil a cui non corrisponde un equivalente aumento dell’occupazione. Il principale motivo potrebbe essere che la crescita del Pil sia stata provocata per maggior misura dall’aumento del prezzo delle materie prime, a sua volta determinato dalla crisi di liquidità dei mercati finanziari che dal 2007 ha scosso le borse di tutto il mondo. Una crisi che senza dubbio non ha portato alla crescita dell’occupazione.</p>
<p><strong>Nonostante le grandi iniezioni</strong> di liquidità di Bernanke (presidente della Federal Reserve statunitense), la situazione altamente instabile dei mercati non ha consentito la restaurazione della fiducia necessaria alle banche per effettuare il loro lavoro. Gli istituti di credito, non godendo più di fiducia reciproca, non si prestavano soldi se non a tassi molto elevati. La conseguenza è stata un costo più alto del capitale per chi si trovava in possesso di mutui accesi o nel caso delle imprese, che in mancanza di soldi per nuovi investimenti, hanno agito anche effettuando crescenti tagli del personale.<br />
Comunque le ingenti iniezioni di liquidità erano state effettuate e la stagnazione del circuito della fiducia non poteva tradursi in un continuo mantenimento di tale liquidità in eccesso all&#8217;interno delle banche (ovvero in regime di tesaurizzazione); questa avrebbe dovuto prima o poi trovare sbocco, se non altro almeno per la paura stessa di una futura svalutazione. E&#8217; così che gli investimenti si sono diretti verso il mercato delle materie prime facendone così aumentare il prezzo, in particolare dei prodotti agricoli e del grano.<br />
Una crescita dei prezzi delle materie prime si traduce così in un aumento del Pil. In tal caso però ad aumentare è solo il reddito di coloro impiegati nel settore primario, mentre il resto della popolazione risente soltanto degli effetti negativi dell’aumento dei prezzi al consumo, risultante in una diminuzione del potere reale di acquisto.</p>
<p><strong>Forse è necessario porre</strong> delle domande che siano soprattutto domande ben poste. A stupire e lasciare sconcertati non sono tanto i dati registrati quanto il fatto che si cerchi di affrontare il problema senza risolvere i problemi che lo hanno generato. Sarà perché i dati appaiono incontrovertibili, perché le ricette già esistono, perché le alternative sono sempre nascoste, ma si tratta di vedere come la situazione sia il frutto di decisioni, di modi di agire e di un sistema che non permette di essere pensato, solo seguito nei suoi movimenti.</p>
<p><strong>Quindi mi chiederei</strong>:</p>
<p>- E&#8217; il Pil una misura idonea della ricchezza di un paese? La moneta, così come la conosciamo e si presenta sui nostri mercati, non necessita anch’essa di essere ripensata &#8211; o forse semplicemente pensata? Non è il caso di proporre una riflessione sull’intero sistema economico, difeso nei suoi fondamenti dalla Mainstream attuale? Una riflessione che possa metterele carte in chiaro fin dal principio, in modo che lo possano essere anche alla fine.<br />
Riporto a riguardo ciò che ha affermato il presidente dell’Istat Luigi Biggeri durante il convegno “Liberiamoci dal Pil” il 2 e il 25 maggio 2008: “Bisogna smettere di conferire al Pil (Prodotto Interno Lordo) valenze che non gli appartengono: si tratta di un indicatore nato per misurare la produzione e l&#8217;efficienza di mercato. Esistono altri indicatori per misurare il benessere e la qualità della vita. Il Pil inoltre non fornisce alcuna indicazione rispetto alla distribuzione interna del reddito.”</p>
<p>- Cosa dire della dimensione globale che ha assunto il commercio internazionale dove tutti sono legati a tutti? Ciò implica una riflessione comune da parte di tutte le nazioni sulla necessità di una cooperazione nella soluzione di problemi che, anche quando locali, assumono rilevanza internazionale. A proposito di questo basti accennare al caso &#8220;Subprime&#8221;, che ha avuto inizio nella provincia americana e ripercussioni sull’intera economia mondiale.</p>
<p>- Qual’è il rapporto fra Società ed Economia? Sembra ormai che sfera pubblica ed economica si siano intrecciate fino quasi a confondersi, anche quando affermano di voler essere indipendenti (quell’indipendenza che viene cercata proprio quando si sa di non poter fare a meno dell’altro). Infatti l’una ha bisogno dell’altra, ma non secondo misura e regola ma secondo reti di salvataggio e obiettivi di volta in volta definiti secondo gli interessi del momento.</p>
<p>-E l’Africa? Questa sarebbe già così di per sé una domanda. Penso che sia un continente degno di tutta l’attenzione possibile, data la vuota retorica che circonda spesso ogni discussione a riguardo.</p>
<p>- Democrazia = Apertura dei mercati finanziari? Perché la connessione fra esportazione del modello economico occidentale e democratizzazione si presenta così naturale? In cosa consiste in fondo la democratizzazione della finanza? Sembra quasi esserci in fondo un messaggio di liberazione dell’uomo dal lavoro. Forse sarebbe questo però l’inizio della schiavitù, che, se vogliamo, è sempre stata schiavitù per debiti.</p>
<p>- E infine perché alcuni credono solo nel potere illimitato e molti non credono semplicemente più?</p>
<p><strong>Fonti:</strong><br />
- <a href="http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=9538&amp;amp;IdModule=1"> Africa: cresce l’economia, non l’occupazione<br />
- </a><a href="http://www.archive.org/details/CGrossaCrisi_600">Intervista a massimo amato e luca fantacci</a><br />
- <a href="http://www.rassegna.it/mobile/articolo.cfm?ida=57494">Oltre 200 milioni di disoccupati nel mondo</a><br />
- <a href="http://www.unimondo.org/Guide/Economia/Decrescita/Terra-Futura-dal-Pil-alla-decrescita-per-sviluppo-e-benessere">Terra Futura: dal Pil alla decrescita per sviluppo e benessere</a><br />
- <em>Paul Collier e Anthony Venables, “Rethinking trade preferences: how Africa can diversify its exports”, The World Economy, 30(7), 2007.”</em></p>
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		<title>Economia, società, crisi e cambiamento</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 12:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Dogma]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un gran parlar di soldi in giro…
Invece nell’unico luogo adatto per parlarne, le Facoltà di Economia, non se ne parla mai veramente come un vero oggetto di studio. La questione viene chiusa abbastanza velocemente dopo aver detto, o meglio proclamato, che la moneta è &#8220;merce universalmente sostituibile il cui prezzo è il tasso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-2813" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/economia-societa-crisi-e-cambiamento/businessmen1/"><img class="alignleft size-medium wp-image-2813" title="businessmen1" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/04/businessmen1-200x153.jpg" alt="" width="200" height="153" /></a>C’è un gran parlar di soldi in giro…</strong><br />
Invece nell’unico luogo adatto per parlarne, le Facoltà di Economia, non se ne parla mai veramente come un vero oggetto di studio. La questione viene chiusa abbastanza velocemente dopo aver detto, o meglio proclamato, che la moneta è &#8220;merce universalmente sostituibile il cui prezzo è il tasso di interesse&#8221;. Viene naturale fare un parallelo fra l’ortodossia che vige in economia e un certo modo d&#8217;essere della teologia. Perché questo parallelo con la teologia?! Perché l’odierno atteggiamento che i sostenitori dell&#8217;attuale Mainstream economica hanno è proprio simile a quello dei sacerdoti in difesa di un dogma.</p>
<p><strong>Tale impostazione di tipo religioso-dogmatico</strong> si inizia a scorgerla osservando il silenzio che circonda ogni discorso attorno alla moneta e alle ipotesi alla base dei modelli economici. Questi ultimi dovrebbero essere a fondamento di un sistema volto a consentire l’equilibrato svolgersi degli scambi economici o perlomeno a permettere sempre un incontro fra creditori e debitori (il vero compito della finanza, da &#8220;finantia&#8221; che nel latino del tardo impero stava proprio a significare &#8220;risoluzione amichevole di una controversia&#8221;) nonché tra consumatori e produttori. Peccato che nelle facoltà di economia non si parli mai dei fini, dei &#8220;perché&#8221;, degli obiettivi che una società responsabile dovrebbe perseguire attraverso una sana economia (quella per cui un economista è propriamente colui che studia quel qualcosa che è di tutti e di nessuno). O meglio, se ne parla all’interno di uno schema in cui non è possibile porre veramente alcuna domanda, poiché tutte le risposte sono già state date in modo che gli unici discorsi possibili diventino quelli attorno alla potenziale efficacia, o alla possibile correzione, di modelli già perfetti di per sè.</p>
<p><strong>E&#8217; un po&#8217; come voler cercare</strong> di risolvere i problemi della fisica quantistica attraverso le leggi della fisica meccanica, riconducendo ogni errore incontrato ad un errore di misurazione, ma mai all’inadeguatezza del metodo di ricerca. Si parla di debitori e creditori, di società, di moneta, di consumatori e  produttori, senza che ad essere indagata sia la stessa dimensione ontologica in cui debito e credito sorgono. Senza cioè avere un’idea di ciò di cui si sta parlando. I pensieri si fanno così molto confusi e complicati, venendo ad essere sostenuti da una logica matematica che regge finché regge. Fino a quando cioè non si presenta una CRISI. A questo punto tutti gli operatori sul mercato ammettono la propria ignoranza in materia, per poi affermare che la crisi stessa è “solo” il necessario corollario della crescita economica che l&#8217;attuale sistema consente di perseguire. In seguito rievocano invece la necessità di una regolamentazione dei mercati finanziari da parte dello stato solo per dichiarare poi, di nuovo, la paura di un possibile dirigismo statale.</p>
<p><strong>Che la crisi sia un fenomeno</strong> che lascia i sostenitori della Mainstream economica senza risposte è confermato dal fatto che sul Finantial Times del 30 Gennaio 2007 si legge: “ Il problema […] è che non abbiamo la capacità di anticipare i tempi e i fattori scatenanti della crisi. Prima o poi capita qualcosa. Se fossimo capaci di anticipare tempi e fattori scatenanti, le crisi non si verificherebbero”. Che il sistema attuale sia, come afferma la stessa Mainstream, come l’unico sistema possibile è confermato da un’affermazione di Eichengreen qualche mese dopo la fine della crisi argentina: “Il sistema oggi prevalente può essere ampiamente criticato ma non è screditato. Il punto di vista dominante, per parafrasare il sir Winston Churchill a proposito della democrazia, è che esso costituisce il peggior modo di organizzare l’allocazione delle risorse finanziarie, tranne le alternative possibili.” e “Come dobbiamo valutare che cosa deve essere fatto, quanto è stato fatto e quanto resta da fare? La mia valutazione si basa sul presupposto che le crisi siano un concomitante inevitabile del funzionamento dei mercati finanziari.” I discorsi e le affermazioni terroristiche riguardo alla crisi fanno il panorama generale sempre più confuso. Difficile scorgere solo un punto di riferimento in mezzo al dilagare di posizioni che per lo più non vogliono cercare soluzioni ma solo continuare a gestire il problema all’interno di un sistema di per sé problematico, come se gestire una malattia fosse lo stesso che curarla. Ciò che ne va perso in un caso come nell’altro è il senso del tutto. O forse è il senso che manca sin dal principio.</p>
<p><strong>Nella scienza economica</strong>, il dogma dell’efficienza va di pari passo con una visione della vita in cui a governare e a muovere il mondo sia esclusivamente il caso, che può elargire grande benessere a tutti in periodi di crescita economica per poi distribuire le perdite a caso e “per” caso in periodi di crisi. Il caso: ovvero un regime di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite senza nessuna possibile contestazione. Anche qui ciò che va perso è la possibilità stessa della “responsabilità” come modo di essere dell’uomo nel mondo. Un uomo che agisce e che per agire sceglie. Un uomo le cui scelte non vengono determinate da un sistema che funziona senza di lui.</p>
<p><strong>Il rischio è</strong> che in tutto questo trambusto a venire screditata sia proprio l’Economia come scienza nella sua totalità, nella sua ricchezza di prospettive. Lo stesso rischio che si riscontra infatti nella Teologia, dove, dato un certo modo di fare della religione, ad essere penalizzato è proprio il messaggio che testi come il Vangelo e la Bibbia ci offrono da sempre e per sempre. Questo rischio è reale anche per le scienze economiche, in cui gli attuali &#8220;sacerdoti&#8221;, l’elite finanziaria, tanto più vengono condannati quanto più assumono potere. Ad uno sguardo più attento, e rifacendosi allo studio di ricercatori che si pongono fuori dall’attuale Mainstream economica, si possono iniziare a scorgere dei punti di riferimento che possano mostrarci di cosa principalmente si occupi l’economia come scienza. Solo in questo modo possiamo vedere come la forma che ha oggi sia in realtà il risultato di un modo di vedere la vita (intesa come vita di comunità a partire dagli individui che la compongono) che si sposa con parole come Potere, Potenziamento, Efficienza e Caso. D&#8217;altra parte si scoprono le basi su cui invece far sorgere una nuova economia, che rispecchi una visione più profonda della realtà, che piuttosto possa danzare con la vita.</p>
<p><strong>Ogni scienza</strong> in fondo fa proprio questo: descrive a suo modo leggi universali. Le cose che si scoprono sono in finale sempre le stesse. Ogni scienza è di per sè una piccola-grande opera d’arte.</p>
<p><em>Ho preso spunto da Massimo Amato, docente di storia economica e autore di numerosi libri di critica economica come l&#8217;ultimo “L’enigma della moneta”; Tony Lawson, docente presso l’univesità di Cambridge; Ugo Pagano e Massimo D’Antoni docenti presso l’Università di Siena.</em></p>
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		<title>Tasse e debito pubblico</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 06:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Pernigotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso si sente il politico di turno rilanciare l’idea della riduzione delle tasse. Veniamo al motivo per cui non possono venire tagliate così facilmente come viene propagandato.
L’Italia è una delle Nazioni più indebitate al mondo. Allo stato attuale delle cose ogni cittadino italiano è portatore di un debito di circa 30.000 € nei confronti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2643" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/tasse-e-debito-pubblico/debito_pubblico/"><img class="alignleft size-medium wp-image-2643" title="debito_pubblico" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/03/debito_pubblico-200x135.jpg" alt="" width="200" height="135" /></a>Spesso si sente il politico di turno rilanciare l’idea della riduzione delle tasse. Veniamo al motivo per cui non possono venire tagliate così facilmente come viene propagandato.<br />
L’Italia è una delle Nazioni più indebitate al mondo. Allo stato attuale delle cose ogni cittadino italiano è portatore di un debito di circa 30.000 € nei confronti di chi ha sottoscritto i buoni del tesoro e le obbligazioni del nostro debito sovrano. La situazione è grave sia in termini assoluti (1.800 miliardi di euro a fine 2009) sia in termini relativi (circa 120% rispetto al PIL). La possibilità di un futuro fallimento dello Stato non è da escludere e di fronte ad un problema tanto serio, chi illude la popolazione che si possano ridurre alcune fonti di introito per il Tesoro (quali ad esempio la tassazione sul reddito imponibile) è un criminale. Sono convinto che il nostro deficit non sia un dramma irrisolvibile ma, prima ancora che lo affermi l’economia, è il buon senso a suggerire di tagliare le spese e solo poi di passare alla ristrutturazione dei ricavi.</p>
<p><strong>C’è una battuta</strong> che Tremonti fa spesso, ridendo ogni volta: “Tante cose non le possiamo fare perché noi abbiamo il terzo debito pubblico del mondo ma non siamo la terza economia del mondo”. Che noi non siamo la terza economia del mondo, ma la sesta/settima (sorpassiamo il Regno Unito di poco), si sa. Che abbiamo il terzo debito pubblico del mondo non è più vero, almeno in termini assoluti: da circa un anno siamo fuori dal podio, dietro a Stati Uniti, Giappone e Germania. Quello che interessa veramente però non è il valore assoluto del debito, bensì la sua incidenza sul PIL:  attualmente per gli USA è pari a circa l’80% e per la Germania intorno al 73%. L’Italia e il Giappone si assomigliano, sono amanti del rischio: il 120% l’una e 170% l’altra. Le due storie però sono diverse.</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-2635" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/tasse-e-debito-pubblico/public_debt_percent_gdp_world_map/"><img class="aligncenter size-large wp-image-2635" title="Public_debt_percent_gdp_world_map" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/03/Public_debt_percent_gdp_world_map-600x277.png" alt="" width="600" height="277" /></a>Giappone e Italia</strong> sono Paesi Ocse e fanno parte dei G8, ai vertici del benessere mondiale, dell’invecchiamento della popolazione e dell’indebitamento pubblico. Il Giappone ha una popolazione doppia rispetto a quella italiana e un PIL triplo; entrambi i paesi però hanno toccato nel 2005 il massimo della forza lavoro ed ora la domanda non potrà che decrescere. Nel 2050 avranno il 30% in meno di cittadini in età lavorativa rispetto ad oggi. In entrambi i Paesi gran parte del debito è sottoscritto all’interno. Semplificando la questione potremmo dire che lo Stato si è certamente sovraesposto ma che si sente al sicuro dal fatto che le famiglie sono ricche e hanno acquistato i vari Buoni del Tesoro.<br />
Il debito giapponese toccò nell’estate del 2002 i 675.000 miliardi di yen, pari al 134% della ricchezza allora prodotta e da quel momento non ha fatto altro che salire. L’Italia invece toccò il suo massimo, pari al 124%, nel ’94 e da allora il trend è stato decrescente, fino ad arrivare sotto il 110% nel 2001 e a fermarsi un anno fa, cambiando tendenza. Questo perché l’Italia, dovendo rispettare i vincoli di Maastricht che molti politici criticano, ha ridotto il deficit di bilancio dall’11% del PIL del 1990 a valori inferiori al 3%. Il Giappone, invece, ha visto il surplus dell’1,9% del 1990 diventare uno squilibrio negativo del 6,3% nella spesa pubblica annuale nel 2000.</p>
<p><strong>Venendo allo studio</strong> delle cause di deficit, ci si rende conto che nei due Paesi sono molto diverse. In Italia si ha a che fare con un eccesso di spesa, spesso alla ricerca di un maggior consenso politico, scaricando il problema alle generazioni future. Nel nostro paese la pressione fiscale è valutata dall’Ocse pari al 43,1% del PIL (dati 2003) e recentemente è salita ulteriormente. Il totale delle entrate del settore pubblico è stimato (dati 2005) pari al 44% del PIL. In Giappone invece la pressione fiscale è del 25,3% e le entrate pubbliche sono pari al 31% della ricchezza creata, sempre nel 2005.</p>
<p><strong>Nel caso giapponese</strong> la massiccia crescita del debito pubblico è il risultato combinato della caduta delle entrate fiscali e delle spese pubbliche, decise a più riprese per stimolare l’economia, dopo che con gli anni ’80 l’eccezionale crescita giapponese (+10% negli Anni ’60, +5% negli Anni &#8216;70, +4% negli Anni &#8216;80) si è conclusa. Mentre il Giappone ha spazi per ricorrere alla leva fiscale, questi sono assai più ridotti in Italia. L’unica strada per il nostro Paese sembra essere la lotta all’evasione fiscale.</p>
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		<title>Le Banche Armate</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2009/06/banche-armate/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 14:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Yuri Ceschin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Banche]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi tempi di crisi economica c&#8217;è un settore che non sembra subire perdite ma anzi segna un bel +222% nel 2008. Stiamo parlando dell&#8217;industria della armi che, limitandoci all&#8217;Italia, l&#8217;anno scorso ha mosso un volume d&#8217;affari pari a 4,2 miliardi di euro (contro l&#8217;1,3 del 2007). Sono raddoppiate le operazioni finanziarie autorizzate dal ministero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1448" title="banche_armate" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/banche_armate-200x99.gif" alt="banche_armate" /><strong>In questi tempi</strong> di crisi economica c&#8217;è un settore che non sembra subire perdite ma anzi segna un bel +222% nel 2008. Stiamo parlando dell&#8217;industria della armi che, limitandoci all&#8217;Italia, l&#8217;anno scorso ha mosso un volume d&#8217;affari pari a 4,2 miliardi di euro (contro l&#8217;1,3 del 2007). Sono raddoppiate le operazioni finanziarie autorizzate dal ministero dell&#8217;Economia (1612), aumentata di due volte e mezzo la quantità di denaro &#8220;movimentata&#8221;, triplicati i &#8220;compensi di intermediazione&#8221; (3-5%) che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere, facendo tornare saldamente in vetta alla classidica le banche di &#8220;casa nostra&#8221;, comprese quelle – come Intesa-San Paolo e Unicredit – che in passato avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. <span id="more-1233"></span>Dati questi che il ministero dell’Economia e la Presidenza del Consiglio sono obbligati a fornire in virtù di quanto previsto dalla legge 185/90.</p>
<div id="attachment_1449" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a title="tabella 2008" href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/tabel.jpg" target="_blank" rel="lightbox[1233]"><img class="size-medium wp-image-1449" title="Export di armi" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/tabel-200x208.jpg" alt="tabel" width="200" height="208" /></a><p class="wp-caption-text">Link a Tabella Operazioni Bancarie</p></div>
<p><strong>Al primo posto</strong> nel mondo troviamo quindi Bnl, Banca Nazionale del Lavoro del Gruppo Paribas, che nel 2007 aveva dato un misero contributo di 62 milioni di euro; quest&#8217;anno invece si è rifatta con un incassato di 1 miliardo e 253 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all&#8217;estero, precisando, quasi a volersi discolpare, che comunque opera &#8220;unicamente con Paesi Ue e Nato&#8221;. Al quarto posto c&#8217;è Intesa-San Paolo, con 177 milioni, a cui vanno aggiunti gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo, mentre al sesto posto troviamo il gruppo Ubi che con 206 milioni di euro detiene il 6% del mercato. Da segnalare poi al nono posto Unicredit con 119 milioni di euro (nettamente inferiori ai 404 milioni del 2007) mentre non più presente nella lista è la Banca Popolare di Milano, che ha stretti rapporti con Banca Etica, che nel 2008 non ha avuto nessuna autorizzazione concessa dal Ministero, anche se per gli anni precedenti sono segnalati 437 mila euro di importi relativi a transazioni ancora in corso nel mercato delle armi.</p>
<p><strong>Per quanto riguarda</strong> le spese militari nel mondo, con 40,6 miliardi di dollari in valori correnti l&#8217;Italia mantiene anche nel 2008 l&#8217;ottavo posto: lo si apprende dall&#8217;annuale rapporto reso noto dal Sipri, l&#8217;autorevole Istituto di ricerche di Stoccolma. L&#8217;incremento del budget militare nazionale è dell&#8217;1,8%, ma il costo sociale per ogni italiano è molto più alto perché la spesa pro-capite del nostro Paese è di 689 dollari, una delle maggiori al mondo, e per il quinto anno consecutivo supera di gran lunga la Germania (568 dollari) e da diversi anni anche quella di altri paesi del G8 come Russia (413 dollari) e Giappone (361 dollari). Molto strano per un Paese che si reputa in periodo di pace e che si limita a tenere qualche sparuto gruppo di militari nelle zone calde del pianeta.</p>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1463" title="banche" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/banche-200x192.jpg" alt="banche" width="200" height="192" />L&#8217;Italia non rimane</strong> sconosciuta neppure nella lista delle maggiori aziende produttrici di armi. Il gruppo Finmeccanica infatti, sostenuto dal Ministero dell&#8217;Economia che ne è il principale azionista, da diversi anni occupa un posto nella &#8220;top-ten&#8221; e anche nel 2008, con oltre 9,9 miliardi di dollari di fatturato, mantiene il nono posto nel mondo. Finmeccanica è segnalata dal Sipri anche per l&#8217;acquisizione nel 2008 dell&#8217;azienda americana di elettronica militare DRS Technologies, una delle principali fornitrici statunitensi del Pentagono, che gli è costata 5,2 miliardi di dollari, parte dei quali prestati da Goldman Sachs, Intesa SanPaolo, Mediobanca e Unicredit. Tra gli ordini più importanti del 2008 ci sono le forniture per i 51 elicotteri d’attacco e l’opzione per altri 41 alla Turchia, gli apparati e sistemi per i velivoli Eurofighter dell’Arabia Saudita, i sistemi missilistici Spada per il Pakistan, l&#8217;attività di supporto al sistema di difesa aerea Seawolf inglese e le commesse relative alle fregate navali italo-francesi Fremm.</p>
<p><strong>Nel 1990 in Italia</strong> è stata approvata la legge 185 che disciplina il commercio delle armi e vieta le esportazioni a Paesi belligeranti o responsabili di accertate violazioni dei diritti umani. Come allora dobbiamo considerare gli Stati Uniti? E il Pakistan? E la Turchia che ha invaso il Kurdistan? Negli ultimi mesi del 2008 il Ministro dell&#8217;Economia ha aumentato la sua quota azionaria finanziando Finmeccanica con altri 250 milioni di euro. Forse quei soldi potevano essere utili per altre finalità, vista la situazione di crisi che già si stava prefigurando in quel periodo. Forse potevano servire per migliorare la vita degli abitanti di questo Paese. Forse potevano servire per non peggiorare quella degli abitanti di molti altri Paesi.</p>
<p><strong>Link:</strong> <a title="Banche Armate" href="http://www.banchearmate.it" target="_blank">www.banchearmate.it</a><br />
<strong>Link:</strong> <a title="Sipri" href="http://www.sipri.org/yearbook" target="_blank">www.sipri.org</a><br />
<strong>Link:</strong> <a title="Unimondo" href="http://www.unimondo.org/Notizie/Sipri-nel-2008-l-Italia-ottava-per-spese-militari-e-nell-export-di-armi" target="_blank">www.unimondo.org</a><br />
<strong>Documento:</strong><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/06/transizioni_bancarie_armi.pdf"> Transazioni Bancarie per il mercato delle armi 2008</a></p>
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		<title>Ecoincentivi: i conti che non tornano</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2009 21:39:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Yuri Ceschin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[automobile]]></category>
		<category><![CDATA[incentivi]]></category>
		<category><![CDATA[rottamazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo scorso aprile il governo ha approvato il disegno di legge, poi convertito in legge, che riguarda il piano di aiuti al settore automobilistico ed in particolare gli incentivi di rottamazione ed i contributi di acquisto per una nuova autovettura. A questi incentivi e contributi si può accedere solo per via indiretta attraverso le case [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-736" title="automobili" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2009/05/automobili-200x133.jpg" alt="automobili" width="200" height="133" />Lo scorso aprile il governo ha approvato il disegno di legge, poi convertito in legge, che riguarda il piano di aiuti al settore automobilistico ed in particolare gli incentivi di rottamazione ed i contributi di acquisto per una nuova autovettura. A questi incentivi e contributi si può accedere solo per via indiretta attraverso le case automobilistiche; sono infatti queste aziende che convertono sotto forma di sconti sull&#8217;acquisto di nuove autovetture, motocicli e autocarri, le grandi somme di denaro (750 milioni di euro) che lo stato, e quindi i contribuenti, assegna loro.<span id="more-670"></span></p>
<p>Gli incentivi approvati per l&#8217;anno 2009 si possono quindi riassumere in:</p>
<p><strong>Rottamazione auto</strong>: bonus di 1.500 euro. Il beneficio spetta a chi rottama auto Euro 0, Euro 1 o Euro 2 immatricolate fino al 31 dicembre 1999 e acquista una vettura Euro 4 o Euro 5 (con emissioni massime 140 grammi CO2/Km per i veicoli benzina e massimo 130 grammi CO2/Km per i diesel).<br />
<strong>Auto ecologiche</strong>. Incentivi, senza rottamazione, per l&#8217;acquisto di auto ecologiche di 1.500 euro per auto a metano, elettriche e a idrogeno con emissioni non superiori a 120 g/km di Co2. Questi incentivi sono cumulabili a quello per la rottamazione.<br />
<strong>Contributo per impianti a Gpl e a metano</strong>. Contributo statale di 500 euro per un impianto a Gpl e di 650 euro per uno a metano da installare sugli autoveicoli di categoria &#8221; euro 0&#8243;, &#8221; euro 1&#8243; ed &#8221; euro 2&#8243;, fino all&#8217;esaurimento dei fondi statali previsti.<br />
<strong>Incentivi per le due ruote</strong>. Incentivo di 500 euro per la rottamazione di motocicli o ciclomotori Euro 0 o Euro 1 per acquistare un motociclo nuovo Euro 3, fino a 400 cm³ di cilindrata.<br />
<strong>Veicoli commerciali leggeri</strong>. Bonus di 2.500 euro per l&#8217;acquisto di veicoli nuovi in seguito alla rottamazione di veicoli euro 0, 1 e 2 immatricolati entro il 31 dicembre 1999. Gli incentivi salgono a 4.000 euro per l&#8217;acquisto, senza rottamazione, di veicoli nuovi a metano, Gpl o idrogeno. L&#8217;incentivo è cumulabile a quello per la rottamazione.<br />
<strong>Autocarri e caravan</strong>. Per autoveicoli per trasporto promiscuo, autocarri leggeri entro le 3,5 tonnellte, autoveicoli per trasporti specifici, autoveicoli per uso speciale e autocaravan contributo di 2.500 euro per l&#8217;acquisto di veicoli nuovi Euro 4 ed Euro 5 a fronte della contestuale rottamazione di veicoli Euro 0, Euro 1 ed Euro 2 immatricolati prima del 31 dicembre 1999.</p>
<p><strong>Secondo il governo</strong> questo piano di aiuti potrebbe da una parte salvare il posto di lavoro alle migliaia di operai che lavorano nel settore automobilistico (300.000 seconda la Confindustria) e dall&#8217;altra portare ad un rinnovamento del parco circolante a favore di una rivoluzione dei trasporti a bassa emissione. Gli studi e le ricerche fatte da alcuni economisti ed ecologisti sembrano però dimostrare il contrario. L&#8217;aumento degli acquisti di auto porta con sé un inevitabile calo delle vendite di altri beni con la conseguenza che molti settori produttivi si sentirebbero autorizzati ad avanzare richieste di aiuti da parte dello stato, in una rincorsa i cui effetti si neutralizzerebbero a vicenda e che potrebbe compromettere la sostenibilità del debito pubblico. Si avrà infatti un sussidio che comporterà uno spreco di risorse perché il prezzo pagato dal consumatore per il veicolo diventerà inferiore al costo che la società sostiene per produrre il bene stesso. Se a questo aggiungiamo che la gran parte della produzione e assemblaggio dei veicoli é altamente automatizzata e non avviene nel nostro territorio, si capisce bene che i posti di lavoro rimarranno a rischio.</p>
<p><strong>Per quanto riguarda l&#8217;acquirente</strong> la situazione non si dimostra poi tanto rosea e vantaggiosa come certe case automobilistiche amano pubblicizzare. A seguito di un&#8217;indagine sul campo condotta dal portale <a title="Indagine MotorBox" href="http://www.motorbox.com/Auto/Magazine/inchiestaincentivi2009.html" target="_blank">MotorBox</a>, si è riscontrato che il prezzo finale di un&#8217;automobile comprendente gli incentivi statali non é in media più basso di quanto già si spendeva. Questo é dovuto al fatto che le case automobilistiche sono solite applicare di norma dei forti sconti sul prezzo finale di un&#8217;automobile (dovuti ad offerte del mese, supervalutazione dell&#8217;usato ecc.); questo però non succede quando scattano gli incentivi di rottamazione e bonus di stato, che prendono spesso il posto dei normali sconti. Le auto più convenienti risultano invece essere quelle a kilomentri 0 e l&#8217;usato di 6-12 mesi di vita che mantengono una rapporto qualità/prezzo spesso imbattibile.</p>
<p>C&#8217;è però <strong>un altro aspetto</strong>, oltre a quello puramente economico, da tenere in seria considerazione e che viene spesso trascurato. Un articolo pubblicato nel 2000 dalla rivista Transportation Research arriva ad una conclusione sbalorditiva: sostituire le vecchie auto con quelle nuove fa aumentare l&#8217;inquinamento. Anche se lo studio risulta un po&#8217; datato (e forse sarebbe opportuno rifarlo, vista l&#8217;importanza) ci assicura che il 15-20% delle emissioni legate alle auto é prodotto in fase di fabbricazione e conviene quindi tenere in circolazione una macchina per 19 anni, a fronte di un&#8217;età media del parco circolante italiano di 7,5 anni. Secondo le ipotesi della rivista sarebbe dunque più sensato pagare gli automobilisti perché si tengano le loro auto invece di regalare soldi dei contribuenti sotto forma di &#8220;eco&#8221;-incentivi a grandi aziende che li userebbero per invogliare i contribuenti stessi a spendere degl&#8217;altri soldi per comprare le loro auto nuove fiammanti.</p>
<p><strong>Link</strong>: <a title="ACI Incentivi 2009" href="http://www.aci.it/index.php?id=2304" target="_blank">www.aci.it/ecoincentivi2009</a><br />
<strong>Link:</strong> <a title="Rottamazione chi ci guadagna?" href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000925.html" target="_blank">www.lavoce.info/rottamazione-chi-ci-guadagna</a></p>
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