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	<title>il Grimaldello &#187; Rubriche</title>
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		<title>La scienza dei contenitori</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 07:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libera-mente]]></category>
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		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La facoltà d&#8217;illuderci che la realtà d&#8217;oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall&#8217;altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d&#8217;oggi è destinata a scoprire l&#8217;illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita. &#8220;Luigi Pirandello&#8221; I problemi che si incontrano nella comunicazione derivano spesso da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/03/contenitori2.jpg" rel="lightbox[3730]"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/03/contenitori2.jpg" alt="" title="contenitori2" width="266" height="321" class="alignleft size-full wp-image-3733" /></a><br />
<blockquote>La facoltà d&#8217;illuderci che la realtà d&#8217;oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall&#8217;altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d&#8217;oggi è destinata a scoprire l&#8217;illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.<br />
&#8220;Luigi Pirandello&#8221;</p></blockquote>
<p><strong>I problemi che si incontrano nella comunicazione derivano spesso da un problema di dimensioni.</strong><br />
Le parole possono essere sentieri che ci conducono oltre i nostri limiti verso mondi sconosciuti, un sentiero che necessita di essere visto e quindi di uno sguardo che si guardi &#8220;fuori&#8221; dai suoi confini (perché li dove guardiamo, andiamo e siamo). Tuttavia lo sguardo spesso non va oltre e ogni novità, quando non ci guida oltre, vuole essere compresa e capita, ovvero riportata entro i limiti del nostro mondo.</p>
<p>In tal modo diveniamo solo i contenitori e non gli esploratori coraggiosi a caccia di quei limiti che ci rivelano ciò che non sappiamo ancora di noi stessi. Quando siamo noi a voler fare da contenitori alle novità che ci troviamo davanti, insistendo nel rimanere dove siamo, senza fare un solo passo, proviamo un certo senso di orgoglio che nasce nel constatare, dopo aver mostrato a noi stessi che nessuna novità c&#8217;era, che <strong>il nostro mondo così com&#8217;è va già benissimo e che non c&#8217;è nulla di nuovo da scoprire lì fuori</strong>.</p>
<p>Ma cosa fare invece quando ci troviamo ad aver a che fare con i contenitori altrui? Quando cogliamo una novità e, nel volerla comunicare, il mondo ci dice che in fondo non stiamo dicendo nulla che non sia già stato detto? Quando di fronte ai nostri cambiamenti ci accusano di non essere più gli stessi? Cosa fare quando i contenitori del mondo diventano improvvisamente stretti e non possono più contenerci?<br />
<strong>Quei contenitori sono fatti di nulla, eppure hanno una forma.</strong> Chi vi si trova dentro crede che quella sia l&#8217;unica realtà possibile e non seguirà i segnali che vengono da fuori, perché il nulla non permette la vista. E allora cosa fare?<br />
<strong>Il mondo non vuole cambiare i suoi contenitori e a nulla servirebbe un&#8217;opera di convincimento.</strong> Chi dai contenitori è uscito sicuramente non ne vuole di nuovi e non sarà mai a favore di un suo ridimensionamento entro il contenitore.</p>
<p><strong>La risposta e il trucco è agire sul cambiamento</strong>, che è già un essere sempre fuori dai confini senza però negarli. Come i colori di un quadro cambiano la cornice che li contiene e insieme li mostra. Se la tela è troppo piccola quando si deve dipingere il mondo, l&#8217;unica soluzione per farlo è andare in profondità! Di fronte ai contenitori, scoprite e immergetevi nelle profondità della vostra crescita e i limiti dei contenitori lasceranno posto ai colori del mondo.</p>
<blockquote><p>I confini dividono lo spazio; ma non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni.<br />
&#8220;Zygmunt Bauman&#8221;</p>
<p>Paperinik: Di solito si dice che tutto è bene quel che finisce bene. Per come la vedo io, tutto è bene quel che finisce. Punto.<br />
&#8220;PKNA &#8211; Paperinik New Adventures&#8221;</p></blockquote>
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		<title>Rosabella e la neve</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costantina Magri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Cineocchio]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
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		<category><![CDATA[regista]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Quarto Potere&#8221;, di Orson Welles &#8211; 1941 Attraverso una cascata di dissolvenze incrociate, la macchina da presa oltrepassa i cancelli di un castello un tempo magnifico, ora tetro ed immerso nel buio, risalendo fino ad una grande finestra illuminata oltre la quale un uomo giace nel suo letto. Stringe nella mano una palla di vetro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/1.jpg" rel="lightbox[3694]"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/1-300x387.jpg" alt="" title="1" width="300" height="387" class="alignleft size-medium wp-image-3698" /></a><br />
<h3>&#8220;Quarto Potere&#8221;, di Orson Welles &#8211; 1941</h3>
<p>Attraverso una cascata di dissolvenze incrociate, la macchina da presa oltrepassa i cancelli di un castello un tempo magnifico, ora tetro ed immerso nel buio, risalendo fino ad una grande finestra illuminata oltre la quale un uomo giace nel suo letto. Stringe nella mano una palla di vetro, ma la neve che ricopre la casetta al suo interno sembra cadere anche nella stanza dove il vecchio, solo, pronuncia un’ultima parola prima di morire: “Rosebud” &#8211; <em>Rosabella</em>.<br />
Chi è <em>Rosabella</em>? Cosa significa questo nome? Ecco l’enigma che innesca il racconto, il motore che muove una narrazione complessa e spinge lo spettatore a ricomporne i frammenti, in quello che oggi è considerato il primo film psicologico della storia del cinema, dedicato interamente alla vita e alla personalità di un uomo.</p>
<div style="text-align: center; margin-bottom: 15px;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=LZOzk7T93wE&amp;feature=related" target="_blank"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/quartopotere1-300x220.jpg" alt="" title="quartopotere1-300x220" width="300" height="220" class="aligncenter size-full wp-image-3701" /></a></div>
<p><strong>Un puzzle da ricomporre</strong><br />
Per delineare il suo monumentale protagonista, Charles Foster Kane, Welles costruisce una struttura narrativa intricata ed innovativa, innescata subito dopo il prologo dall’originalissimo espediente del cinegiornale. Realizzata ad imitazione dei notiziari del tempo (il regista fa coincidere il presente del film con il presente reale), questa sequenza introduce il personaggio di Kane attraverso la voce della stampa, che ne annuncia la morte e ripercorre, a partire dall’infanzia, la sua straordinaria vicenda. Nato infatti in un’umile famiglia del Colorado, il piccolo Charles vede mutare la sua sorte quando la madre eredita una ricchissima miniera d’oro. Per garantirgli un futuro senza ombre, la donna lo affida a un tutore, l’uomo d’affari Walter Thatcher, con l’incarico di educarlo ed amministrare la sua fortuna fino al compimento dei 25 anni. Entrato in possesso dell’intero patrimonio e scopertosi proprietario di un giornale, l’Inquirer, Kane intraprende un’attività giornalistica che presto lo rende padrone di un vero e proprio impero mediatico. Enormemente ricco, potente ed influente, tenta la carriera politica candidandosi a governatore di New York, ma perde miseramente le elezioni quando uno scandalo rivela la sua infedeltà matrimoniale. Dopo l’abbandono della prima moglie decide di sposare l’amante, la cantante Susan Alexander, e per lei costruisce il fiabesco castello “Candalù”, non ancora compiuto quando anche questa seconda compagna lo lascia. Dalla sua reggia dorata, ormai vecchio, continua ad amministrare il suo impero in lento disfacimento, morendo solo e dimenticato da tutti. </p>
<div style="text-align: center; margin-bottom: 15px;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=tx4-Ey9rB54&amp;feature=related" target="_blank"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/quartopotere2-300x220.jpg" alt="" title="quartopotere2-300x220" width="300" height="220" class="aligncenter size-full wp-image-3704" /></a></div>
<p>Dal fiume d’immagini e parole del notiziario, ciò che traspare è la figura di un uomo amato da molti e odiato da moltissimi, ricco e misero allo stesso tempo, privo di cariche elettive ma capace di segnare la storia di un paese, volubile nelle proprie posizioni quanto indecifrabile agli occhi dell’opinione pubblica, e nel quale ambiguità e contraddizione sembrano segnare il corso di un’intera esistenza. Ma i produttori del cinegiornale, che ne stanno visionando la versione definitiva prima della proiezione nelle sale, non sono soddisfatti di questa ricostruzione approssimativa e superficiale, e s’interrogano sulla natura profonda dell’uomo dietro al personaggio. Chi era veramente Charles Foster Kane? Esiste una chiave per svelare il mistero della sua personalità? Sono forse le sue ultime parole il bandolo di questa matassa? Con questo pretesto inizia l’indagine del reporter Thompson che, alla ricerca del significato di <em>Rosabella</em>, induce i testimoni diretti della vita del magnate a rievocare vicende e ricordi, in un’incessante alternanza di presente e passato.<br />
Welles sceglie dunque di raccontare il suo personaggio nella forma frammentaria di un rompicapo da risolvere, fornendo ad ogni flashback le tessere di un puzzle che solo alla fine saprà restituire l’immagine dettagliata di una psicologia dolente e complessa.</p>
<p><strong>Il cittadino Kane</strong><br />
Il diario di Thatcher, insieme ai ricordi del fidato Bernstein, dell’amico Leland e della moglie Susan, proprio perché riportati dalle persone più vicine a Kane riescono a ricostruirne la personalità con il realismo di chi lo conosceva bene, rendendo con abilità le molteplici sfaccettature del suo carattere, a cominciare da un’innata predilezione per il potere: da quello economico, legato alla sua immensa fortuna, a quello sociale, esercitato attraverso il controllo della stampa; da quello politico, riflesso nel matrimonio con la nipote del Presidente, a quello familiare, esercitato duramente sulla fragile amante. Ed è proprio attraverso il potere che Kane cerca incessantemente di ottenere l’amore degli altri, dei lettori come dei cittadini, dei suoi amici come delle sue mogli, reiterando ostinatamente l’errore d’interpretare l’amore non come dono, ma come possesso. Forte della sua irresistibile personalità egli desidera, anzi pretende di essere amato. Il matrimonio, la direzione del giornale, la discesa in politica, l’unione con Susan, tutto è dettato dall’unico scopo di essere amato, dalla moglie, dai lettori, dai cittadini, dall’opinione pubblica. Ma in questa instancabile pretesa, in questa ossessione per il possesso delle cose e delle persone, si annida il suo fallimento. Kane è un gigante destinato a una rovinosa caduta. </p>
<div style="text-align: center; margin-bottom: 15px;"><iframe title="YouTube video player" class="youtube-player" type="text/html" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/OWeMu1yKkls?rel=0" frameborder="0"></iframe></div>
<p>La prima sconfitta è quella elettorale, tanto più pungente per un candidato già immaginato alla Casa Bianca; la seconda è quella familiare, giunta con l’abbandono della prima moglie, Emily, e la sua morte in un incidente stradale insieme al loro unico figlio; poi, con la perdita d’influenza mediatica, arriva la sconfitta sociale, e subito dopo quella d’orgoglio, segnata dall’umiliante fallimento di una carriera canora a cui Susan viene crudelmente costretta. Il colpo finale giunge con la rottura di tutti i rapporti umani, l’allontanamento di coloro che si pretendeva possedere e la solitudine, che fa del protagonista una figura decisamente infrequente nel cinema americano: un perdente. Significativa, a questo proposito, è la discrepanza esistente tra il titolo italiano, riferito esclusivamente al potere mediatico, e quello originale, <em>Citizen Kane</em>, che invece individua nell’essere cittadino l’essenza sia pubblica che privata del personaggio.<br />
Fino all’ultimo, nonostante la profonda caratterizzazione, il rapporto di Kane con l’amore resta insondabile, così come la sua vera natura, a testimonianza di un realismo psicologico che prende atto dell’estrema complessità dell’animo umano e, di fronte all’impossibilità di svelarlo in tutti i suoi recessi, rinuncia a molte delle risposte cercate: chi amava davvero Kane? Solo sua madre? Solo il suo giornale? Solo se stesso? Era un uomo buono o crudele? Grande o mediocre? La sua frammentazione interiore è un rompicapo da risolvere, come i puzzle che riempiono le giornate di Susan, come la stessa struttura del racconto, come l’enigma di <em>Rosabella</em>.</p>
<p><strong>Il tempo perduto</strong><br />
Alla fine, Thompson è costretto a constatare il fallimento della sua indagine. Di Kane non resta altro che Candalù, colma di tesori e cianfrusaglie, ed un segreto che mai sarà rivelato. Solo a noi è concesso di scorgere, tra le fiamme che distruggono tutto ciò che non ha valore, la vecchia slitta con cui il piccolo Charles giocava nella neve, nel giorno in cui venne strappato all’amore di sua madre. E sulla slitta, il nome <em>Rosabella</em>.<br />
<em>Rosabella</em> è il piccolo Charles, i suoi giochi e i suoi giorni felici, l’infanzia negata di un uomo rimasto bambino, alla perenne ricerca di un tempo perduto di cui restano solo pochi averi, ed il ricordo di una casa innevata racchiuso in una palla di vetro. Questo è Kane, semplicemente un uomo rimasto bambino, che invece di investire il denaro lo spende per comprare tesori di cui non percepisce il valore; che pretende di ottenere sempre ciò che desidera, di possedere ogni cosa e di essere amato da tutti; che fugge via imbronciato quando gli altri lo rifiutano, per costruire un fiabesco castello nel quale essere un sovrano incontrastato… l’amato re del suo regno deserto.<br />
L’intero film è disseminato degli indizi che conducono alla soluzione di questo mistero, ma solo <em>Rosabella</em> ne è la chiave. Eppure, lasciando l’immenso palazzo vuoto, ormai trasformatosi in un gigantesco mausoleo, Thompson instilla in noi il dubbio che nessun uomo possa essere racchiuso nel significato di una sola parola e che nessun enigma sull’animo umano possa davvero essere risolto.</p>
<div style="text-align: center;margin-bottom:15px;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=FbXOeTYWBXc" target="_blank"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/quartopotere4-300x180.jpg" alt="" title="quartopotere4-300x180" width="300" height="179" class="aligncenter size-full wp-image-3706" /></a></div>
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		<title>Il Giusto Sbaglio</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 07:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando dobbiamo decidere, quando si tratta di compiere una scelta, quando è tempo di entrare in azione, ci troviamo sempre di fronte ad una certa probabilità di andare a fare ciò che è giusto e ad un&#8217;altra di andare a fare ciò che è sbagliato. Che ci piaccia, oppure no, nessuna azione ha la piena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/sbaglio.jpg" rel="lightbox[3668]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3669" title="sbaglio" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/sbaglio-300x176.jpg" alt="" width="300" height="176" /></a>Quando dobbiamo decidere, quando si tratta di compiere una scelta, quando è tempo di entrare in azione, ci troviamo sempre di fronte ad una certa probabilità di andare a fare ciò che è giusto e ad un&#8217;altra di andare a fare ciò che è sbagliato.</p>
<p><strong>Che ci piaccia, oppure no, nessuna azione ha la piena sicurezza di successo.</strong></p>
<p>Ma la cosa positiva di uno sbaglio, o di una riuscita, è che è possibile capire, dopo aver reso l&#8217;azione reale, se si è fatto uno sbaglio, o meno. Se prima di un&#8217;azione abbiamo sempre una percentuale di rischio, dopo un&#8217;azione potremmo essere sicuri della natura del risultato, se solo ci fermassimo a valutarlo.<br />
Eppure spesso la valutazione non viene fatta, o c&#8217;è ma è volontariamente errata, o arriva ma appare in ritardo. <strong>La maggior parte delle persone è pronta a prendersi il merito dei propri successi, ma non il riconoscimento dei propri sbagli.</strong></p>
<p>Così capita anche che uno sbaglio venga interpretato come un successo.<br />
Se non si è pronti ad ammettere di aver sbagliato.<br />
Se si crede di non poter correggere un errore.<br />
Se non si vuole guardare indietro e comprendere la causa dello sbaglio.<br />
Se si teme che sia troppo tardi.<br />
Se si è bloccati dalla paura del pegno da pagare.<br />
Se si è frenati dalla rabbia che rende coscienti che, senza quello sbaglio, tutto sarebbe stato diverso, o migliore, o per lo meno, meno sbagliato.</p>
<p>E d&#8217;un tratto ecco che si preferisce che gli sbagli, ai nostri occhi e giudizio, non esistano più.<br />
<strong>Ma è questo il metodo giusto per non fare altri sbagli?</strong> O per rendere uno sbaglio meno sbagliato?</p>
<p>Mentre cresciamo ci sentiamo spesso dire che &#8220;dobbiamo sbattere noi la testa contro il muro&#8221;, che siamo noi a dover sbagliare per capire che abbiamo sbagliato. Veniamo sguinzagliati nel parco delle scelte, dove da piccoli non riusciamo ancora a distinguere uno scivolo da un&#8217;altalena. Iniziamo a farci un pò male, a sbattere contro qualche spigolo, a cadere da qualche gradino. E avveritamo un pò di dolore, quel po’di dolore sufficiente per fermarci e tornare a casa a medicarci.</p>
<p>E quanto sarebbe più facile, se tutti gli sbagli fossero dolorosi da subito!<br />
Il problema degli sbagli è che spesso non fanno male sul momento.<br />
E&#8217; un pò come se ci rompessimo una gamba ma potessimo tranquillamente continuare a correre, aggravando inconsapevolemente la frattura, fino a quando non sentiremo un dolore fortissimo che improvvisamente non ci consentirà più di muoverci, che ci paralizzerà.</p>
<p>E ci chiederemo a quel punto quando la gamba si è rotta. Contro cosa abbiamo sbattuto. Perchè non ce ne siamo accorti prima. A cosa serva avere un senso di colpa, quando ormai la gamba si è rotta.</p>
<p>La verità è che anche il dolore ha il suo senso.<strong> Il dolore serve a fermarci.</strong> A farci smettere di farsi male.<br />
E&#8217; questa la funzione del dolore. Il dolore c&#8217;è per essere guarito, non ignorato. Prima sentiamo la frattura, prima curiamo la gamba, prima comprendiamo la gravità della botta, prima torniamo a correre di nuovo.</p>
<p><strong>Allora anche gli sbagli esistono ed esistono per essere corretti, non per rimanere sempre sbagliati.</strong></p>
<p>Ecco allora che persino il più grande sbaglio può essere aggiustato.<br />
Perché, anche se continueremo a sentire le conseguenze della frattura sanata, anche se non correremo più come prima, possiamo apprendere da quello sbaglio.<br />
La verità è che anche commettere un grande errore può aiutarci a fare poi la cosa giusta.<br />
Per poter tornare indietro e fare nuovi passi avanti. E capire chi siamo veramente.</p>
<blockquote><p>Io credo che si debba sempre far sapere a una persona che, se fa uno sbaglio, non è la fine del mondo. La fine del mondo sarebbe fare uno sbaglio e nasconderlo. Se uno non è disposto a commettere errori, non saprà mai prendere una decisione giusta. Se però fa sbagli in continuazione, allora sarà meglio che vada a lavorare per la concorrenza.<br />
<em>&#8220;Sandy Weill&#8221;</em></p></blockquote>
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		<title>Il Giusto Confine</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2010/12/il-giusto-confine/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Dec 2010 07:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<category><![CDATA[limiti]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cosa sia un’immersione in superficie è già stato detto: vedere oltre le linee dell’altro, senza bisogno di andare oltre quelle linee. Cogliere uno spazio, senza entrarci o dissacrarlo con i propri passi. Semplicemente sentire in silenzio. Ma cosa accade quando si legge ciò che l’altro non ha ancora letto? Come dire: “Vedo un cumulo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/limite.jpg" rel="lightbox[3660]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3664" title="limite" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/limite-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Che cosa sia un’immersione in superficie è già stato detto: vedere oltre le linee dell’altro, senza bisogno di andare oltre quelle linee. Cogliere uno spazio, senza entrarci o dissacrarlo con i propri passi. Semplicemente sentire in silenzio.</p>
<p><strong>Ma cosa accade quando si legge ciò che l’altro non ha ancora letto?<br />
</strong> Come dire: “Vedo un cumulo di cenere in una stanza che non è la mia, ma di qualcun altro, che continua a non vedere che quella cenere è proprio lì, dentro il suo spazio.”<br />
Tu la vedi, vedi la cenere.<br />
E ti chiedi “Che fare? Parlare o non svelare?”.</p>
<p>Ecco che allora rientri con gli occhi dentro il tuo confine, per guardare da lontano l’altro spazio, dove è confinata la cenere. Sai che la cenere non è sana per lui, sai che continuerà a respirarla pensando che sia solo aria del suo spazio, sai che non gli appartiene perché non sa neanche di averla. <strong>Non rifletti se l’altro sia pronto ad essere aiutato.</strong><br />
E ti chiedi “Che fare? Parlare o non svelare?”<br />
Nella maggior parte dei casi, non riesci a non parlare. La vedi là, vuoi solo che sia rimossa per il bene dell’altro, non pensi al fatto che l’altro possa negare. E sveli. Sveli e vieni negato. Vengono negati il tuo aiuto, le tue parole e persino l’esistenza della cenere.<br />
<strong> Nel primo passaggio finisci con l’essere negato, insieme alla cenere.</strong><br />
E l’unica cosa che puoi fare è restare nel tuo spazio, senza consentire che l’altro lo violi a sua volta, a causa della rabbia per la violazione sentita.<br />
<strong> Se riesci a rientrare nei tuoi confini e a tenere a bada la foga dell’altro</strong>, hai superato il secondo passaggio.</p>
<p>A quel punto l’altro rientrerà nel proprio spazio, dove è rimasta la cenere. Si aprirà il terzo passaggio. Finita la rabbia e prosciugata l’incomprensione, <strong>inizierà a guardarsi intorno</strong>. Avrà due possibilità: stare fermo e continuare a respirare la cenere come fosse aria o avvicinarsi alla cenere e dirsi che aria non era. A prescindere dalla decisione che prenderà, lo avrai messo davanti ad una scelta.</p>
<p>E’ così che funziona.<br />
Possiamo indurre a scegliere, ma non a cosa scegliere.<br />
La scelta spetta all’altro.<br />
A noi spetta metterlo davanti alla sua scelta.</p>
<p><strong>E’ questo il giusto confine: aiutare ma non salvare, rischiare ma senza farsi male.</strong></p>
<p>Le immersioni in superficie fanno vedere oltre il confine, è vero.<br />
Ma proiettano anche chi si immerge in uno spazio che non è il proprio.</p>
<p>Allora bisogna essere attenti ai guardiani e pronti a indietreggiare in caso di allarme, accontentandosi di aver lasciato anche solo una traccia.<br />
<strong> Non perdete mai il giusto confine del vostro rientro in voi stessi.</strong></p>
<blockquote><p>Ci sono avvenimenti di cui la maggior parte di noi esita a parlare perché non si conformano alla realtà quotidiana e sfidano ogni spiegazione razionale. Non sono eventi esterni particolari, ma accadimenti delle nostre vite interiori, respinti come creazioni della fantasia ed esclusi dalla memoria.<br />
D&#8217;improvviso, la percezione della realtà subisce una trasformazione stupefacente o allarmante ma comunque insolita. Il mondo ci appare in una nuova luce, assume un significato particolare. Esperienze del genere possono essere leggere e fugaci, come un soffio d&#8217;aria. Oppure fissarsi profondamente nelle nostre menti.<br />
<em>&#8220;Ernst Jünger&#8221;</em></p></blockquote>
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		<title>Panico: e io dove sono?</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 07:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I dati recenti lo confermano: il 10% della popolazione in alcune città di Italia soffre di attacchi di panico e almeno una persona su tre ne ha avuto uno. Pare che il numero delle persone colpite dal DAP (disturbo da attacco di panico) vada aumentando e con esso l’intolleranza alla manifestazione del disturbo. Oggi un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/attacco-di-panico.jpg" rel="lightbox[3652]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3653" title="attacco-di-panico" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/attacco-di-panico-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong>I dati recenti lo confermano</strong>: il 10% della popolazione in alcune città di Italia soffre di attacchi di panico e almeno una persona su tre ne ha avuto uno. Pare che il numero delle persone colpite dal DAP (disturbo da attacco di panico) vada aumentando e con esso l’intolleranza alla manifestazione del disturbo. Oggi un attacco di panico viene presentato come una malattia da curare, piuttosto che come una reazione di un segnale da seguire.</p>
<p><strong>Analizzare il fenomeno da un punto</strong> di vista statistico ed esporne cure farmacologiche e terapeutiche rappresenta, tuttavia, un approccio incompleto al problema, se non lo si accompagna da uno studio psico-sociologico della condizione attuale della persona e dell’organizzazione in cui questa è inserita.</p>
<p><strong>L’uomo nasce come essere agente</strong>, vale a dire come responsabile motivatore delle proprie azioni, e si sviluppa attraverso l’interazione con l’ambiente esterno, con cui si relaziona e da cui riceve stimoli di azione. Motivazioni interne, che nascono dall’individuo, possono essere così alimentate come indebolite dalle percezioni esterne. Il rischio: tramutare percezioni esterne in motivazioni apparentemente interne, a lungo termine, compromettenti.</p>
<p><strong>Se naturali motivazioni interne portano</strong> alla produzione di reali attività esterne, motivazioni artificiali, che nascono dall’esterno, portano all’inibizione delle reali attività esterne e all’attitudine ad azioni non naturalmente prodotte. Nell’uso moderno del termine attività si è soliti intendere un’azione che, attraverso un dispendio di energia, operi un cambiamento su una situazione già esistente allo scopo del raggiungimento di una meta. Vale a dire che si attiva non un’azione ma una reazione, avente come motivazione lo scopo stesso della reazione.</p>
<p>Ad esempio dire “<strong>sono spinto a svolgere questo lavoro per insicurezza di altre opportunità</strong>” è ben diverso dal dire “sono spinto a svolgere questo lavoro per mia cura ed interesse”: se nel primo caso l’obiettivo è la motivazione stessa, ossia la mancanza di insicurezza, nel secondo caso l’obiettivo è correlato alla motivazione, ma non si identifica con essa. Dare luogo nella realtà ad una motivazione interna è infatti ben diverso dall’agire per il bisogno di calmare una percezione esterna, che insinuandosi come motivazione, diventa obiettivo e di conseguenza ostacolo al raggiungimento dello stesso.</p>
<p><strong>La diffusione di attività non spontanee</strong>, vale a dire non prodotte da motivazioni interne, ha portato alla diffusione del disturbo da attacco di panico. La mancanza di motivazioni reali ha accelerato la crescita dei fattori ansiogeni: nel momento in cui la persona diventa consapevole di non avere una propria motivazione motrice, avverte la propria impotenza sulle azioni e il peso della perdita di controllo.</p>
<p><strong>L’attacco di panico altro non è che la manifestazione estrema di un disagio imploso nell’ansia ed esploso in azioni</strong>, che non si riescono a controllare. Si manifesta all’improvviso, senza alcuna ragione apparente, in una paura quasi paralizzante, non collegabile come livello di intensità alla situazione corrente. Dura da pochi minuti a mezz’ora, perché maggiore non è il tempo di resistenza del corpo all’imperativo “attacca o fuggi”. I sintomi dell’attacco sono tutti mimatori: alcuni sintomi mimano l’infarto cardiaco (fitte al cuore, dolori al torace, aumento delle palpitazioni), altri problemi gastrointestinali (nausea, difficoltà di deglutizione, gastrite), altri problemi respiratori (paura di soffocare), altri ancora problemi neurologici (paura di morire nel momento, sensazione di esplosione della testa, sensazione di impazzire) e neurovegetativi (sudorazione, tremori, vampate di calore, formicolio agli arti).</p>
<p><strong>Traumi passati non risolti</strong>, psicologici o fisici, o persistenza nell’età adulta di un problema di attaccamento (solitamente riconducibile al rapporto soffocante con la figura materna, che nell’infanzia non consente al bambino di elaborare una propria sicurezza) rappresentano il fulcro di origine del potenziale sviluppo del DPA.<br />
Dopo la prima produzione di un attacco di panico, gli altri vengono generalmente riprodotti non per la stessa paura, che ha dato luogo al primo, ma per la paura dell’attacco stesso. Si innesta così il “circolo della paura per la paura”, risolvibile solo con una presa di coscienza della natura dell’attacco (“è solo una reazione del mio corpo”, “è una scarica di adrenalina che passa”) e, in un secondo tempo, con la comprensione e con la correzione del motivo induttore.</p>
<p><strong>L’urgenza di agire e di risolvere</strong>, la visione del disturbo non come un disagio della persona ma come una malattia uguale per tutti, la convinzione di non poter affrontare le situazioni quotidiane e la costante paura che l’attacco si ripresenti, possono condurre la persona all’assunzione di psicofarmaci. Questi ultimi, se regolarmente prescritti, possono ridurre la persona all’inibizione non solo della paura ma di tutti gli altri stati emotivi, che non diventano più autonomamente riproducibili.</p>
<p><strong>La pazienza</strong> (“non devo risolverlo ora” ,“resto sospeso in questa situazione”), <strong>l’accettazione del disagio</strong> (“è successo”), <strong>il senso di sicurezza personale</strong> (“posso venirne a capo”), <strong>il coraggio di scavare dentro di se </strong>(mi chiedo “chi sono io?”) e <strong>l’assunzione della propria responsabilità</strong> (dirsi “io ho reagito ad un ambiente esterno” anziché dire “l’ambiente esterno mi ha fatto questo”) sono, al contrario, le chiavi di lettura di questa equazione. Un’equazione in cui l’IO deve passare da incognita a numero, prendendo la propria forma, calcolando la soluzione dell’incognita stessa e dicendo “ho risolto” a quel maestro severo chiamato società.</p>
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		<title>Letting Go</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 07:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Don&#8217;t say that you&#8217;ve been thinking, cause I know it&#8217;s just the drink in you Quando si dice a qualcuno di lasciarlo libero, spesso chi pronuncia queste parole si confonde tra due concetti di fondo: il dare e il ricevere. In poche parole, chi dice di dare la libertà è in realtà chi la riceve, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Don&#8217;t say that you&#8217;ve been thinking, cause I know it&#8217;s just the drink in you</h4>
<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/perdersi.jpg" rel="lightbox[3614]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3617" title="perdersi" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/perdersi-300x308.jpg" alt="" width="300" height="308" /></a>Quando si dice a qualcuno di lasciarlo libero, spesso chi pronuncia queste parole si confonde tra due concetti di fondo: il dare e il ricevere. In poche parole, chi dice di dare la libertà è in realtà chi la riceve, anche se non lo sa. E viene lasciato libero di fare, seguendo le proprie convinzioni lungo quella che ha preferito essere la sua strada.<br />
La seconda confusione di concetti è quella tra autorizzazioni e libertà. Essere lasciati liberi di agire non equivale, infatti, ad essere autorizzati a rientrare nella sfera dell’altro, come soppianto alle proprie esigenze o come richiamo di sentimento.</p>
<p>Se scegliere significa decidere quale di due alternative volere, ogni scelta, vissuta da chi la promuove come rinuncia, non è una reale scelta e ogni rinuncia, mascherata da scelta, non è una decisione di scelta.<br />
Rinuncia è, al contrario, decisione di non scelta.</p>
<p>Cosa spinge, allora, chi ha scelto di rinunciare, a rinunciare a quella rinuncia, in un secondo tempo?<br />
Cosa lo fa ripensare?<br />
Cosi come il forte ha i propri momenti di debolezza, nella stessa logica il debole ha i propri momenti di forza, o di egoismo, da intendere come accentramento del sé, o, in alcuni casi, di vigliaccheria, se la rinuncia della rinuncia non viene dichiarata ma solo usata in momenti di smarrimento.<br />
Ogni ripensamento dovrebbe far riflettere, non spaventare.<br />
Se si riflettesse di più sulla trappola degli smarrimenti, ci si accorgerebbe che a smarrirsi è solo chi ha preso una strada sbagliata.</p>
<p>Non è mai troppo tardi per se stessi: per smettere di travestire rinunce sotto spoglie di scelte, per guardare in faccia il proprio spavento, per interiorizzare ciò che si è rinunciato a perdere.<br />
Ma per quanto riguarda l’altra persona, a cui si è rinunciato, un ripensamento non basta a saldare la delusione. E così, per lo meno, alcune condizioni dovrebbero essere chiare per chi scelga di tramutare una rinuncia in una decisione di ritorno.</p>
<p>Si ritorna tendendo la mano, non mostrandola di sfuggita.<br />
Si parla chiaro, non esistono messaggi tra le righe.<br />
Si tira fuori il coraggio, non ci nasconde dietro l&#8217;alibi delle debolezze passate.<br />
Si dimostra di essere cambiati, dando prova di essere sicuri delle proprie scelte e pronti a rischiare.</p>
<p>Chi ama non ama giocare.<br />
Chi ama non partecipa ai giochi di ruolo.<br />
Chi ama è sicuro del proprio ruolo. E non si tratta di un gioco.</p>
<blockquote><p>&#8220;Volevo solo cercare di vivere ciò che spontaneamente veniva da me.<br />
Perché fu tanto difficile?&#8221;<br />
- H.Hesse -</p></blockquote>
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		<title>Se solo fosse un gioco</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 07:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa succede quando si gioca a dama con il tempo? Quando ci dicono &#8220;non scherzare con il fuoco&#8221;, il messaggio tra le righe sarebbe “non avvicinarti troppo al fuoco perchè brucia”. Vale a dire che, in fondo, si conosce già la fine a cui si va incontro, a fronte di una determinata azione. Ma se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Cosa succede quando si gioca a dama con il tempo?</h4>
<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/tempo-istante.jpg" rel="lightbox[3606]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3607" title="tempo-istante" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/tempo-istante-300x294.jpg" alt="" width="300" height="294" /></a>Quando ci dicono &#8220;non scherzare con il fuoco&#8221;, il messaggio tra le righe sarebbe “non avvicinarti troppo al fuoco perchè brucia”. Vale a dire che, in fondo, si conosce già la fine a cui si va incontro, a fronte di una determinata azione.</p>
<p>Ma se si scherzasse con qualcosa di cui non si sapesse quale sia il risultato a cui si può arrivare?<br />
Pensiamo un attimo al tempo.<br />
Nel tempo incontriamo persone, che neanche avevamo deciso di incontrare, viviamo circostanze, che non avremmo vissuto se avessimo incontrato persone diverse, e facciamo scelte a cui non ci saremmo trovati di fronte, se solo ci fossimo trovati in circostanze differenti.</p>
<p>Per ognuno di noi sarebbe curioso andare a capire quale sia stata la prima volta in cui la vita ha iniziato ad essere influenzata, ovvero quale sia stato il primo reale anello della sua catena.</p>
<p>Quanti di voi pensano a come sarebbero andate diversamente le cose, &#8220;se solo&#8221; &#8230;.?<br />
Se solo non si fosse incontrata una particolare persona, se solo non si fosse venuti a conoscenza di qualcosa, se solo non ci si fosse trovati in mezzo ad una determinata situazione, se solo si avesse avuto il coraggio di fare un&#8217;altra scelta, se solo fossero state prese decisioni diverse.</p>
<p>Dicono che la storia non si faccia né con i &#8220;ma&#8221; né con i &#8220;sé&#8221;. Ma siamo proprio sicuri che sia questa la verità?</p>
<p>Probabilmente il detto &#8220;la storia si fa senza ma e senza se&#8221; è più un monito che una verità. Per questo, proprio perché la storia è fatta di condizionamenti concatenati, sarebbe meglio non chiedersi come sarebbe stato &#8220;se&#8230;&#8221;. E non giocare con il tempo.</p>
<p>Ci si lamenta spesso dicendo di voler tornare indietro, per voler cambiare solo quella piccola cosa.<br />
E se avessimo la possibilità di tornare nel tempo passato e ci accorgessimo, ripercorrendo una strada modificata e facendo scelte diverse, di aver raggiunto una condizione peggiore rispetto a quella in cui ci trovavamo prima del &#8220;viaggio&#8221;? O, peggio ancora, se vedessimo che le cose si sarebbero completamente rivoluzionate in positivo a seguito di una decisione diversa?</p>
<p>Se nel primo caso, essendo giunti a conclusioni ancor peggiori delle precedenti, ci lamenteremmo del viaggio, nel secondo caso vorremmo non averlo mai intrapreso.<br />
Così ci convinciamo che una decisione diversa non avrebbe cambiato troppo la nostra vita, quasi per sentirci meno in colpa, o meno appesantiti dalle nostre azioni.</p>
<p>Quando si scherza con il tempo, non c&#8217;è mai da giocare più di tanto.<br />
Diversamente da quanto accade con il fuoco, che -si sa- ci fa bruciare, la conclusione a cui si può arrivare giocando con il tempo resta un punto interrogativo.</p>
<p>Forse alcuni giochi non andrebbero fatti, se non si vuole essere sorpresi dalla fine.<br />
Forse andrebbe bene giocare con il tempo, ma per una stima delle decisioni future, dove ancora è tutto da vedere e provare.</p>
<p>Ma per il tempo passato non si può rischiare.<br />
E&#8217; incredibile quanto siano irremovibili le catene.</p>
<blockquote><p>&#8220;L&#8217;unica ragione per la quale la gente vuole dominare il futuro è cambiare il passato.&#8221;<br />
Milan Kundera</p></blockquote>
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		<title>Le forme del cambiamento</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 07:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando cambiare significa restar fedeli a se stessi e quando cambiare significa andarsene da ciò che si è. “Chi nasce tondo non può morire quadrato.” Di solito si dice che le cose siano destinate a cambiare o meno e che il cambiamento sia l&#8217;essenza stessa della vita di ognuno, senza riflettere sul fatto che un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Quando cambiare significa restar fedeli a se stessi e quando cambiare significa andarsene da ciò che si è.</h4>
<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/transformation3.jpg" rel="lightbox[3583]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3588" title="transformation3" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/transformation3-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>“Chi nasce tondo non può morire quadrato.”<br />
Di solito si dice che le cose siano destinate a cambiare o meno e che il cambiamento sia l&#8217;essenza stessa della vita di ognuno, senza riflettere sul fatto che un cambiamento debba essere assecondato o meno da chi si predispone a cambiare.</p>
<p>Pensare che nulla ci possa condizionare, è vero, sarebbe illusorio, ma pensare che qualcosa possa arrivare addirittura a plasmarci sarebbe, del resto, del tutto esagerato.</p>
<p>Le cose succedono e non possiamo evitare che accadano.<br />
Le emozioni si provano e non possiamo liberarcene a comando.<br />
Le persone si allontanano e non possiamo richiamarle con un fischio.<br />
Ma è anche vero che si attribuisce alle cose il potere che poi hanno.<br />
Che le emozioni si insediano ma si possono gestire.<br />
Che le persone, che se ne sono andate, qualcosa avranno pur lasciato.</p>
<p>Cambiare o non rinunciare a quello che si ha, o che si è, si ridurebbe quindi ad una nostra decisione.<br />
Soprattutto oggi, quando verità e convenienza non vanno più d’accordo, quando anche andare avanti sulla propria strada, senza cambiare segnaletica e corsia, rischia di esser visto come una rinuncia ad guadagno, ogni decisione dovrebbe richiedere coraggio.<br />
Avere coraggio diventerebbe la prima arma di difesa contro la cedevole convinzione di volersi privare di quei valori e insegnamenti appresi, che d’un tratto rappresentano un peso che è di ostacolo al guadagno stesso.</p>
<p>Cosa resterebbe, infatti, di qualcuno se non restasse più nulla di lui?<br />
Quanto starebbe bene un cerchio nelle forme di un quadrato?<br />
E quanto resisterebbe un quadrato nelle forme di un cerchio?</p>
<p>E&#8217; vero, ci sono persone che vogliono cambiare e cambiano.<br />
Che si sentono rigenerate perchè sono cambiate, perchè, ai loro occhi,&#8221;ce l&#8217;hanno fatta&#8221;.<br />
Che molti cerchi diventano quadrati e in quattro spigoli non stanno neanche male, dopotutto.</p>
<p>Ma nessuno ha mai detto che siamo tutti uguali.<br />
O che cambiare sia un segno di forza.<br />
O che chi cambia potrà essere felice.</p>
<p>Probabilmente la felicità si trova solo nei confini della propria forma.<br />
Ecco perché a soffrire di più sono quelli che non sanno cosa vogliono, non quelli che non hanno ciò che vorrebbero.<br />
Forse alcune forme non sanno ancora se sentirsi cerchi, o quadrati.<br />
E non sanno voler altro dalla propria natura che cambiarla di nuovo.<br />
Perchè non tutti, di natura, restano fedeli a se stessi.<br />
E così anche chi nasce tondo può morire quadrato.<br />
Se alla sua forma non tiene poi tanto.<br />
Se è disposto a smontare linee e a riposizionarle in modo diverso, disperdendo ciò che vi era dentro.</p>
<p><strong>Amate la vostra forma e non smettete mai di cercarla dentro voi stessi, in modo che, se anche non saprete cosa volere, almeno saprete dove trovarlo.</strong></p>
<blockquote><p>&#8220;Noi spose di un tempo senza durata<br />
noi, anime-bolle-di-vento-e-sapone,<br />
sospinte in un eterno mutare.</p>
<p>Amiamo ciò che ci somiglia,<br />
e comprendiamo<br />
ciò che il vento ha scritto<br />
sulla sabbia.&#8221;<br />
<em>- H. Hesse -</em></p></blockquote>
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		<title>Vuoti di Storia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2010 07:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando tutto ciò che ricordiamo su di noi non basta Ognuno è il frutto di ciò che ha vissuto. Così, nel bene o nel male, nella dimenticanza o nel ricordo, si è quel che si è per ciò che si è passato. Per questo la rimozione forzata di un evento non inciderebbe tanto sullo stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Quando tutto ciò che ricordiamo su di noi non basta</h4>
<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/raccontare-leggere.jpg" rel="lightbox[3571]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3573" title="raccontare-leggere" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/raccontare-leggere-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a> Ognuno è il frutto di ciò che ha vissuto. Così, nel bene o nel male, nella dimenticanza o nel ricordo, si è quel che si è per ciò che si è passato.</p>
<p>Per questo la rimozione forzata di un evento non inciderebbe tanto sullo stato di essenza dell&#8217;individuo, quanto su quello della sua coscienza. Chi rimuove è in un certo senso incosciente del perchè della propria essenza, senza di fatto riuscire a modificare ciò che è diventato, come vorrebbe.</p>
<p>Chi ricorda al contrario matura nella consapevolezza di sè.<br />
Eppure recenti studi della psicogenealogia hanno dimostrato che ricordare ciò che è successo esclusivamente a se stessi non basta. Pare che alcune caratteristiche e luoghi della personalità siano ereditati da quelle familiari.</p>
<p>In questo senso sarebbe necessario ricostruire i precedenti di storia che sarebbero stati vissuti da parenti anche lontani, prima che noi arrivassimo a vivere i nostri.</p>
<p>E di colpo la responsabilità si sposterebbe da se stessi agli altri.</p>
<p>Il punto è che non tutti vogliono raccontare. Alcuni preferiscono cancellare per paura, altri ricordare in silenzio. Altri ancora dicono di farlo per prteggerci.<br />
Paradossalmente si ritrovano ad aver paura del passato, spaventati da qualcosa che conoscono già, piuttosto che ad aver paura del futuro e di qualcosa che non conoscono ancora affatto.</p>
<p>Potremmo allora dire che il limite dei ricordi è duplice: uno viene autoimposto, l&#8217;altro ci viene imposto dagli altri.</p>
<p>Così chi non cede ai &#8220;vuoti di memoria&#8221; (definisco così le rimozioni forzate) si ritrova ad avere &#8220;vuoti di storia&#8221; (definisco così mancanze di passati altrui non svelati) a proprio carico, ma non per propria responsabilità.</p>
<p>Dicono che la storia sia maestra. Poi che si ripeta.</p>
<p>Allora, se si vuole proteggere qualcuno, gli insegnamenti dovrebbero essere trasmessi, anzichè archiviati.</p>
<p>I vuoti di memoria ci rendono incoscienti.<br />
In compenso i vuoti di storia ci mettono in confusione.</p>
<p>Raccontateci le vostre storie, se tenete sul serio alla nostra.</p>
<blockquote><p>&#8220;La storia ci dà l&#8217;idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano&#8221;<br />
<em> Croce</em></p></blockquote>
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		<title>Immersione in superficie</title>
		<link>http://www.ilgrimaldello.com/2010/11/immersione-in-superficie/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Nov 2010 11:35:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vietato oltrepassare la linea gialla Dovrebbe essere più o meno così. Ognuno dovrebbe avere la propria piccola area di spazio, dove nessuno possa entrare senza il suo permesso. Chi diceva che gli spazi non contavano, probabilmente, o non ne aveva mai avuti o ne aveva avuti troppi. La prima verità è che gli spazi sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Vietato oltrepassare la linea gialla</h4>
<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/linea-gialla.jpg" rel="lightbox[3543]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3550" title="linea gialla" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/linea-gialla-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dovrebbe essere più o meno così. Ognuno dovrebbe avere la propria piccola area di spazio, dove nessuno possa entrare senza il suo permesso.</p>
<p>Chi diceva che gli spazi non contavano, probabilmente, o non ne aveva mai avuti o ne aveva avuti troppi.</p>
<p>La prima verità è che gli spazi sono importanti e ci servono.<br />
La seconda verità è che gli spazi non vengono rispettati. Che non si sa mai dove inizia e dove finisce uno spazio, che si vuole sempre andare oltre il confine sperando di prendere qualcosa in più, una volta entrati in uno spazio che non è il nostro.</p>
<p>La terza verità è che, quando un confine viene superato e uno spazio violato, succede un gran trambusto. Che ogni cosa oscilla sul proprio posto fino a perderlo, che tutto va rimesso come era, prima che qualcuno entrasse nel nostro spazio.</p>
<p>La quarta verità è che, una volta che un confine viene superato, è quasi impossibile tornare indietro.</p>
<p>Così, per evitare un dissesto, ci attiviamo per proteggere i nostri spazi da soli, senza confidare che capiranno fin dove protrarsi.</p>
<p>E tracciamo linee. Tra la nostra camera e il resto della casa, tra noi e chi ci è vicino, tra il presente ed il passato, tra i nostri bisogni e le nostre paure, tra ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo che accada.</p>
<p>E ci arrabbiamo quando qualcuno oltrepassa una linea. Perchè non aveva il permesso, perchè non può capire, perchè non deve sapere, perchè in fondo è meglio così.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi siamo noi a decidere chi far entrare e chi far uscire, chi far rimanere dentro e chi allontanare.<br />
E non ci accorgiamo che quelle linee, che avevamo tracciato per proteggerci, a volte possono anche soffocarci, farci sentire stretti e compressi in qualcosa che, forse, andrebbe liberato.</p>
<p>Poi capita anche che qualcuno, senza permesso, riesca ad entrare dentro i tuoi spazi, senza bisogno di oltrepassare la linea. Che resti fuori ma ti guardi dentro. Che riesca ad immergersi in superficie, senza dover andare a fondo. Che ti faccia comprendere che le linee, alla fine, non servono per chi è in grado di capirle.</p>
<p>Forse gli spazi andrebbero rispettati, è vero.<br />
Ma anche qualche linea andrebbe tolta, sperando che non sempre i muri servano o serva abbatterli.</p>
<p>Diamo tempo allo spazio per liberarci delle barriere e spazio al tempo per immergerci in superficie.</p>
<blockquote><p>&#8220;Gli eventi e gli incontri non sono zavorre, o vie strette di cui non si conosce l&#8217;uscita, ma piuttosto specchi – piccoli, grandi, convessi, deformanti, scheggianti, oscurati – capaci comunque, con il loro riflesso, di farci conoscere una parte ancora ignota di noi stessi.</p>
<p>Lungo i bivi della tua strada incontrerai altre vite. Conoscerle o non conoscerle, viverle a fondo o lasciarle perdere, dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo.&#8221;</p>
<p>Susanna Tamaro</p></blockquote>
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