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	<title>il Grimaldello &#187; featured</title>
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		<title>(Dis)Pari opportunità</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 06:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costantina Magri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Solitamente mi occupo di cinema e comunicazione. Non ho alcun titolo che mi autorizzi a parlare della dignità della donna se non il fatto di essere tale. Che cosa mi ha indotto ad uscire dalla tana dorata del Cineocchio per immergermi nel pentolone bollente di questo dibattito? D’istinto mi torna alla mente la frase di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/04/dispari-opportunita-il-grimaldello.jpg" rel="lightbox[3741]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3748" title="dispari-opportunita-il-grimaldello" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/04/dispari-opportunita-il-grimaldello-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Solitamente mi occupo di cinema e comunicazione.</strong> Non ho alcun titolo che mi autorizzi a parlare della dignità della donna se non il fatto di essere tale. Che cosa mi ha indotto ad uscire dalla tana dorata del <em>Cineocchio</em> per immergermi nel pentolone bollente di questo dibattito? D’istinto mi torna alla mente la frase di una mia coetanea: “La forza di una donna è la sua femminilità”.</p>
<p><strong> Gli italiani vivono di luoghi comuni</strong>, è noto, ma questa specifica affermazione, per quanto apparentemente innocua e persino condivisibile (tanto da essere pronunciata soprattutto dalle donne), è particolarmente significativa.</p>
<p><strong> La parola “femminilità”</strong> infatti, rimanda all’insieme di caratteristiche fisiche e comportamentali tipiche della donna, ed è fondamentale notare come il fatto stesso di definirla “forza” presupponga l’esistenza di un personaggio <em>maschile</em> in posizione di <em>superiorità</em>, su cui questa forza possa fare leva. In altre parole, si sottintende come i posti di potere spettino agli uomini e come l’unico modo per una donna di avvicinarsi ad essi sia l’abile uso del proprio corpo. Ora, l’indignazione non deriva dal fatto in sé, vecchio quanto la storia, ma dalla perdurante accettazione di questa situazione in una società che ha da tempo scelto di definire la parità dei sessi come un valore imprescindibile.<br />
Che sia questa l’origine dell’attuale condizione femminile? Una stortura <em>culturale</em> nascosta tra le pieghe di un luogo comune?</p>
<p><strong>“La forza di una donna è la sua femminilità”</strong>. Interessante. Io avrei detto “il suo talento”, “la sua preparazione”, “il suo cervello”, esattamente come per un uomo…<br />
A tal proposito la protesta femminile contro un certo metodo di selezione della classe dirigente, ben lungi dal ridursi ad una critica (invidiosa?) delle donne meno dotate nei confronti di quelle più scaltre, coglie il succo della questione. Non si tratta infatti di condannare chicchessia per le sue azioni individuali, ma di chiedersi per quale motivo, in ambito professionale, la sostituzione della competenza con l’avvenenza o la disponibilità sessuale sia tanto comune da essere considerata norma.<br />
In molti sostengono che, insomma, non siamo in una dittatura. Ottenere vantaggi utilizzando il proprio corpo è una scelta personale e nulla più di questo testimonia il grado di autodeterminazione raggiunto oggi dalle donne. Non fa una piega: siamo emancipate perché liberamente decidiamo di prostituirci. Però, vorrei soffermarmi sul concetto di “libera scelta”.</p>
<p>La quotidianità di questo paese lascia emergere due grandi modelli:<br />
- la donna che sceglie la via della realizzazione lavorativa solo per mezzo delle proprie capacità;<br />
- la donna che aderisce allo stereotipo diffuso, vi si subordina volontariamente ed utilizza (in grado variabile) il suo ruolo di oggetto erotico per risalire la scala di un successo sociale o professionale vincolato al favore maschile, quindi spesso indipendente dal merito.</p>
<p><strong> Mentre il secondo modello è percepito come vincente</strong>, capace di assicurare quella che è considerata la massima aspirazione di ogni “femmina” (denaro, vezzi), il primo si delinea come una scelta stoico/masochistica, decisamente poco valorizzata, che per vincere le resistenze di un meccanismo pensato per gli uomini, richiede competenza e spirito di sacrificio in una misura non pretesa all’omologo maschile, con il rischio concreto di incorrere, comunque, in una resa.<br />
Per una ragazza nata e vissuta in un tale contesto, per la quale <em>questo</em> è il normale funzionamento delle cose, quanto libera e consapevole è la scelta del proprio riferimento? Quanto pesa la cultura dominante sulla sua decisione? In una realtà sociale ugualitaria e meritocratica, quanto potrebbero cambiare le sue scelte?<br />
La verità è che una scelta può dirsi davvero tale solo quando tutte le alternative sono di <em>pari livello</em> ed egualmente proposte. Non è una vera scelta quella fatta nell’ignoranza o nella necessità di optare per “il meno peggio”. E poiché ciascuno ha il diritto di disporre del proprio corpo come crede, l’esito della decisione non ha alcuna rilevanza: ciò che conta sono solo la libertà e la consapevolezza della scelta, derivanti dalla parità delle opportunità offerte.</p>
<p><strong>È allarmante l’adesione femminile ai modelli dettati dalla cultura maschile</strong>. Non c’è discriminazione più resistente di quella sostenuta dallo stesso discriminato. Il “cuore di mamma” che sprona la figlia a socializzare col presidente di turno, le donne che sgomitano per entrare nella scuderia di un padrone da difendere sempre e comunque, attorno al quale scodinzolare in attesa di un buffetto benevolo, sono il prodotto di un sistema radicato.</p>
<p>Insomma,<strong> tutto gira attorno al solito perno</strong>: la cultura, intesa come <em>senso comune</em> di un paese stravaccato nei peggiori stereotipi di genere, che sviliscono la dignità di entrambi i sessi riducendo la donna ad oggetto sessuale e l’uomo ad animale votato esclusivamente all’accoppiamento.<br />
Dal canto loro, i mezzi di comunicazione contribuiscono con entusiasmo al degrado generale, nonostante alcuni sperticati tentativi di dimostrare, da un lato, che la condizione femminile sui media italiani non potrebbe essere migliore, e dall’altro che la sua mortificazione è cosa diffusa, quindi “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Al di là della contraddizione insita nel sostenere contemporaneamente le due tesi, ciò che andrebbe evidenziato è il fatto che, mentre le televisioni estere propongono quanto meno due modelli, “corpo” e “cervello”, in Italia questo avviene solo per “lui”, mentre per “lei” continua ad imperversare il tipo umano della bambola decerebrata, affiancato tutt’al più dalla conduttrice di programmi per casalinghe. E non è un caso che molte aziende realizzino campagne pubblicitarie “differenziate” per il nostro paese.</p>
<p><strong>Siamo oltre le scelte individuali</strong>. Parliamo di cultura, senso comune, educazione… qualcosa che coinvolge l’<em>intera</em> collettività. Se il femminismo lottava per cambiare la condizione della donna, oggi si chiede <em>agli uomini</em> di respingere una volta per tutte quei cliché obsoleti che, a fronte di una reale crescita femminile, mortificano anche la loro dignità, facendoli apparire disevoluti e incapaci di rapportarsi in modo paritario all’altro sesso. Si tratta di un’evoluzione della società civile sulla quale siamo in forte ritardo e che risente della resistenza passiva del mondo maschile.<br />
Le donne hanno sempre sostenuto le battaglie degli uomini, come lavoratori e come individui. Raramente è successo il contrario. <strong>Questa è l’occasione buona, cari uomini, per invertire la tendenza.</strong></p>
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		<title>La scienza dei contenitori</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 07:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La facoltà d&#8217;illuderci che la realtà d&#8217;oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall&#8217;altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d&#8217;oggi è destinata a scoprire l&#8217;illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita. &#8220;Luigi Pirandello&#8221; I problemi che si incontrano nella comunicazione derivano spesso da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/03/contenitori2.jpg" rel="lightbox[3730]"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/03/contenitori2.jpg" alt="" title="contenitori2" width="266" height="321" class="alignleft size-full wp-image-3733" /></a><br />
<blockquote>La facoltà d&#8217;illuderci che la realtà d&#8217;oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall&#8217;altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d&#8217;oggi è destinata a scoprire l&#8217;illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.<br />
&#8220;Luigi Pirandello&#8221;</p></blockquote>
<p><strong>I problemi che si incontrano nella comunicazione derivano spesso da un problema di dimensioni.</strong><br />
Le parole possono essere sentieri che ci conducono oltre i nostri limiti verso mondi sconosciuti, un sentiero che necessita di essere visto e quindi di uno sguardo che si guardi &#8220;fuori&#8221; dai suoi confini (perché li dove guardiamo, andiamo e siamo). Tuttavia lo sguardo spesso non va oltre e ogni novità, quando non ci guida oltre, vuole essere compresa e capita, ovvero riportata entro i limiti del nostro mondo.</p>
<p>In tal modo diveniamo solo i contenitori e non gli esploratori coraggiosi a caccia di quei limiti che ci rivelano ciò che non sappiamo ancora di noi stessi. Quando siamo noi a voler fare da contenitori alle novità che ci troviamo davanti, insistendo nel rimanere dove siamo, senza fare un solo passo, proviamo un certo senso di orgoglio che nasce nel constatare, dopo aver mostrato a noi stessi che nessuna novità c&#8217;era, che <strong>il nostro mondo così com&#8217;è va già benissimo e che non c&#8217;è nulla di nuovo da scoprire lì fuori</strong>.</p>
<p>Ma cosa fare invece quando ci troviamo ad aver a che fare con i contenitori altrui? Quando cogliamo una novità e, nel volerla comunicare, il mondo ci dice che in fondo non stiamo dicendo nulla che non sia già stato detto? Quando di fronte ai nostri cambiamenti ci accusano di non essere più gli stessi? Cosa fare quando i contenitori del mondo diventano improvvisamente stretti e non possono più contenerci?<br />
<strong>Quei contenitori sono fatti di nulla, eppure hanno una forma.</strong> Chi vi si trova dentro crede che quella sia l&#8217;unica realtà possibile e non seguirà i segnali che vengono da fuori, perché il nulla non permette la vista. E allora cosa fare?<br />
<strong>Il mondo non vuole cambiare i suoi contenitori e a nulla servirebbe un&#8217;opera di convincimento.</strong> Chi dai contenitori è uscito sicuramente non ne vuole di nuovi e non sarà mai a favore di un suo ridimensionamento entro il contenitore.</p>
<p><strong>La risposta e il trucco è agire sul cambiamento</strong>, che è già un essere sempre fuori dai confini senza però negarli. Come i colori di un quadro cambiano la cornice che li contiene e insieme li mostra. Se la tela è troppo piccola quando si deve dipingere il mondo, l&#8217;unica soluzione per farlo è andare in profondità! Di fronte ai contenitori, scoprite e immergetevi nelle profondità della vostra crescita e i limiti dei contenitori lasceranno posto ai colori del mondo.</p>
<blockquote><p>I confini dividono lo spazio; ma non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni.<br />
&#8220;Zygmunt Bauman&#8221;</p>
<p>Paperinik: Di solito si dice che tutto è bene quel che finisce bene. Per come la vedo io, tutto è bene quel che finisce. Punto.<br />
&#8220;PKNA &#8211; Paperinik New Adventures&#8221;</p></blockquote>
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		<title>Rosabella e la neve</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costantina Magri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Quarto Potere&#8221;, di Orson Welles &#8211; 1941 Attraverso una cascata di dissolvenze incrociate, la macchina da presa oltrepassa i cancelli di un castello un tempo magnifico, ora tetro ed immerso nel buio, risalendo fino ad una grande finestra illuminata oltre la quale un uomo giace nel suo letto. Stringe nella mano una palla di vetro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/1.jpg" rel="lightbox[3694]"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/1-300x387.jpg" alt="" title="1" width="300" height="387" class="alignleft size-medium wp-image-3698" /></a><br />
<h3>&#8220;Quarto Potere&#8221;, di Orson Welles &#8211; 1941</h3>
<p>Attraverso una cascata di dissolvenze incrociate, la macchina da presa oltrepassa i cancelli di un castello un tempo magnifico, ora tetro ed immerso nel buio, risalendo fino ad una grande finestra illuminata oltre la quale un uomo giace nel suo letto. Stringe nella mano una palla di vetro, ma la neve che ricopre la casetta al suo interno sembra cadere anche nella stanza dove il vecchio, solo, pronuncia un’ultima parola prima di morire: “Rosebud” &#8211; <em>Rosabella</em>.<br />
Chi è <em>Rosabella</em>? Cosa significa questo nome? Ecco l’enigma che innesca il racconto, il motore che muove una narrazione complessa e spinge lo spettatore a ricomporne i frammenti, in quello che oggi è considerato il primo film psicologico della storia del cinema, dedicato interamente alla vita e alla personalità di un uomo.</p>
<div style="text-align: center; margin-bottom: 15px;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=LZOzk7T93wE&amp;feature=related" target="_blank"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/quartopotere1-300x220.jpg" alt="" title="quartopotere1-300x220" width="300" height="220" class="aligncenter size-full wp-image-3701" /></a></div>
<p><strong>Un puzzle da ricomporre</strong><br />
Per delineare il suo monumentale protagonista, Charles Foster Kane, Welles costruisce una struttura narrativa intricata ed innovativa, innescata subito dopo il prologo dall’originalissimo espediente del cinegiornale. Realizzata ad imitazione dei notiziari del tempo (il regista fa coincidere il presente del film con il presente reale), questa sequenza introduce il personaggio di Kane attraverso la voce della stampa, che ne annuncia la morte e ripercorre, a partire dall’infanzia, la sua straordinaria vicenda. Nato infatti in un’umile famiglia del Colorado, il piccolo Charles vede mutare la sua sorte quando la madre eredita una ricchissima miniera d’oro. Per garantirgli un futuro senza ombre, la donna lo affida a un tutore, l’uomo d’affari Walter Thatcher, con l’incarico di educarlo ed amministrare la sua fortuna fino al compimento dei 25 anni. Entrato in possesso dell’intero patrimonio e scopertosi proprietario di un giornale, l’Inquirer, Kane intraprende un’attività giornalistica che presto lo rende padrone di un vero e proprio impero mediatico. Enormemente ricco, potente ed influente, tenta la carriera politica candidandosi a governatore di New York, ma perde miseramente le elezioni quando uno scandalo rivela la sua infedeltà matrimoniale. Dopo l’abbandono della prima moglie decide di sposare l’amante, la cantante Susan Alexander, e per lei costruisce il fiabesco castello “Candalù”, non ancora compiuto quando anche questa seconda compagna lo lascia. Dalla sua reggia dorata, ormai vecchio, continua ad amministrare il suo impero in lento disfacimento, morendo solo e dimenticato da tutti. </p>
<div style="text-align: center; margin-bottom: 15px;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=tx4-Ey9rB54&amp;feature=related" target="_blank"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/quartopotere2-300x220.jpg" alt="" title="quartopotere2-300x220" width="300" height="220" class="aligncenter size-full wp-image-3704" /></a></div>
<p>Dal fiume d’immagini e parole del notiziario, ciò che traspare è la figura di un uomo amato da molti e odiato da moltissimi, ricco e misero allo stesso tempo, privo di cariche elettive ma capace di segnare la storia di un paese, volubile nelle proprie posizioni quanto indecifrabile agli occhi dell’opinione pubblica, e nel quale ambiguità e contraddizione sembrano segnare il corso di un’intera esistenza. Ma i produttori del cinegiornale, che ne stanno visionando la versione definitiva prima della proiezione nelle sale, non sono soddisfatti di questa ricostruzione approssimativa e superficiale, e s’interrogano sulla natura profonda dell’uomo dietro al personaggio. Chi era veramente Charles Foster Kane? Esiste una chiave per svelare il mistero della sua personalità? Sono forse le sue ultime parole il bandolo di questa matassa? Con questo pretesto inizia l’indagine del reporter Thompson che, alla ricerca del significato di <em>Rosabella</em>, induce i testimoni diretti della vita del magnate a rievocare vicende e ricordi, in un’incessante alternanza di presente e passato.<br />
Welles sceglie dunque di raccontare il suo personaggio nella forma frammentaria di un rompicapo da risolvere, fornendo ad ogni flashback le tessere di un puzzle che solo alla fine saprà restituire l’immagine dettagliata di una psicologia dolente e complessa.</p>
<p><strong>Il cittadino Kane</strong><br />
Il diario di Thatcher, insieme ai ricordi del fidato Bernstein, dell’amico Leland e della moglie Susan, proprio perché riportati dalle persone più vicine a Kane riescono a ricostruirne la personalità con il realismo di chi lo conosceva bene, rendendo con abilità le molteplici sfaccettature del suo carattere, a cominciare da un’innata predilezione per il potere: da quello economico, legato alla sua immensa fortuna, a quello sociale, esercitato attraverso il controllo della stampa; da quello politico, riflesso nel matrimonio con la nipote del Presidente, a quello familiare, esercitato duramente sulla fragile amante. Ed è proprio attraverso il potere che Kane cerca incessantemente di ottenere l’amore degli altri, dei lettori come dei cittadini, dei suoi amici come delle sue mogli, reiterando ostinatamente l’errore d’interpretare l’amore non come dono, ma come possesso. Forte della sua irresistibile personalità egli desidera, anzi pretende di essere amato. Il matrimonio, la direzione del giornale, la discesa in politica, l’unione con Susan, tutto è dettato dall’unico scopo di essere amato, dalla moglie, dai lettori, dai cittadini, dall’opinione pubblica. Ma in questa instancabile pretesa, in questa ossessione per il possesso delle cose e delle persone, si annida il suo fallimento. Kane è un gigante destinato a una rovinosa caduta. </p>
<div style="text-align: center; margin-bottom: 15px;"><iframe title="YouTube video player" class="youtube-player" type="text/html" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/OWeMu1yKkls?rel=0" frameborder="0"></iframe></div>
<p>La prima sconfitta è quella elettorale, tanto più pungente per un candidato già immaginato alla Casa Bianca; la seconda è quella familiare, giunta con l’abbandono della prima moglie, Emily, e la sua morte in un incidente stradale insieme al loro unico figlio; poi, con la perdita d’influenza mediatica, arriva la sconfitta sociale, e subito dopo quella d’orgoglio, segnata dall’umiliante fallimento di una carriera canora a cui Susan viene crudelmente costretta. Il colpo finale giunge con la rottura di tutti i rapporti umani, l’allontanamento di coloro che si pretendeva possedere e la solitudine, che fa del protagonista una figura decisamente infrequente nel cinema americano: un perdente. Significativa, a questo proposito, è la discrepanza esistente tra il titolo italiano, riferito esclusivamente al potere mediatico, e quello originale, <em>Citizen Kane</em>, che invece individua nell’essere cittadino l’essenza sia pubblica che privata del personaggio.<br />
Fino all’ultimo, nonostante la profonda caratterizzazione, il rapporto di Kane con l’amore resta insondabile, così come la sua vera natura, a testimonianza di un realismo psicologico che prende atto dell’estrema complessità dell’animo umano e, di fronte all’impossibilità di svelarlo in tutti i suoi recessi, rinuncia a molte delle risposte cercate: chi amava davvero Kane? Solo sua madre? Solo il suo giornale? Solo se stesso? Era un uomo buono o crudele? Grande o mediocre? La sua frammentazione interiore è un rompicapo da risolvere, come i puzzle che riempiono le giornate di Susan, come la stessa struttura del racconto, come l’enigma di <em>Rosabella</em>.</p>
<p><strong>Il tempo perduto</strong><br />
Alla fine, Thompson è costretto a constatare il fallimento della sua indagine. Di Kane non resta altro che Candalù, colma di tesori e cianfrusaglie, ed un segreto che mai sarà rivelato. Solo a noi è concesso di scorgere, tra le fiamme che distruggono tutto ciò che non ha valore, la vecchia slitta con cui il piccolo Charles giocava nella neve, nel giorno in cui venne strappato all’amore di sua madre. E sulla slitta, il nome <em>Rosabella</em>.<br />
<em>Rosabella</em> è il piccolo Charles, i suoi giochi e i suoi giorni felici, l’infanzia negata di un uomo rimasto bambino, alla perenne ricerca di un tempo perduto di cui restano solo pochi averi, ed il ricordo di una casa innevata racchiuso in una palla di vetro. Questo è Kane, semplicemente un uomo rimasto bambino, che invece di investire il denaro lo spende per comprare tesori di cui non percepisce il valore; che pretende di ottenere sempre ciò che desidera, di possedere ogni cosa e di essere amato da tutti; che fugge via imbronciato quando gli altri lo rifiutano, per costruire un fiabesco castello nel quale essere un sovrano incontrastato… l’amato re del suo regno deserto.<br />
L’intero film è disseminato degli indizi che conducono alla soluzione di questo mistero, ma solo <em>Rosabella</em> ne è la chiave. Eppure, lasciando l’immenso palazzo vuoto, ormai trasformatosi in un gigantesco mausoleo, Thompson instilla in noi il dubbio che nessun uomo possa essere racchiuso nel significato di una sola parola e che nessun enigma sull’animo umano possa davvero essere risolto.</p>
<div style="text-align: center;margin-bottom:15px;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=FbXOeTYWBXc" target="_blank"><img src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/quartopotere4-300x180.jpg" alt="" title="quartopotere4-300x180" width="300" height="179" class="aligncenter size-full wp-image-3706" /></a></div>
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		<title>Tra le Generazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 07:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;era una volta una generazione, c&#8217;è ancora, quella che non si è sentita vicina ai propri genitori, che non si è sentita accudita e guardata&#8230;o meglio amata. Figli che hanno avvertito come se un muro senza confini li tenesse separati dai propri genitori, un muro fatto di silenzi. Quegli stessi figli hanno allora coltivato il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/generazioni.jpg" rel="lightbox[3683]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3688" title="generazioni" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/generazioni-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>C&#8217;era una volta una generazione, c&#8217;è ancora, quella che non si è sentita vicina ai propri genitori, che non si è sentita accudita e guardata&#8230;o meglio amata. Figli che hanno avvertito come se un muro senza confini li tenesse separati dai propri genitori, un muro fatto di silenzi.<br />
Quegli stessi figli hanno allora coltivato il desiderio segreto di diventare un giorno genitori, pronti ad ascoltare, a parlare, attenti al più piccolo dolore dei loro figli. Loro non erano stati amati, pensavano, ma avrebbero sicuramente amato.<br />
E arrivarono i figli di quei figli, il desiderio di quel sogno d&#8217;amore di chi era stato figlio prima di loro. Arrivarono e furono colmi di tutte le attenzioni di una generazione che stava aspettando il momento per proclamare le sue ragioni. Accadde poi qualcosa a quei figli, a quelle promesse di un’amore che si voleva dare.</p>
<p>La prima generazione aveva fatto semplicemente ciò che si doveva fare, essere genitori, impartire regole, non c&#8217;era niente da comunicare, si sentivano solo un tramite, un passaggio, e dai figli volevano soddisfazioni, chiedevano solo la loro realizzazione.<br />
La seconda generazione aveva amato i suoi facendo tutto ciò che si poteva fare, dando più di ciò che riteneva giusto dare. Voleva dei figli felici. Eppure&#8230;</p>
<p>La seconda generazione di genitori non si era sentita accolta a casa e aveva cercato accoglienza nel mondo, ovunque, di corsa, credendo che solo in questo modo avrebbe potuto curare quel dolore, facendo meglio. Nella loro reazione a quel silenzio immenso, a quella cura mancata, non si curarono loro per primi ma prepararono piani per curare. Ma se questa aveva cercato l&#8217;amore nel mondo e la sua soddisfazione in un progetto di rivalsa, qualcosa di diverso e simile accadde ai loro figli.</p>
<p>Quei figli si sentirono talmente accuditi nella loro casa (anche se spesso non amati) che pensarono che quello fosse l’unico posto dove essere sicuri e che il mondo fosse pericoloso. Quell’accoglienza, quei doni, divennero il ricatto d&#8217;amore di chi chiedeva loro la dimostrazione che quando si comunica non si soffre più.<br />
E quei figli invece soffrivano sempre di più, avevano tutto e soffrivano sempre di più.<br />
Fu allora, in un tempo molto lontano, che quelle due generazioni di genitori si incontrarono per capire meglio cosa si fosse sbagliato. Soprattutto la seconda non capiva come fosse stato possibile: aveva fatto di tutto per rendere felici i suoi figli ma qualcosa le era sfuggito e la risposta doveva trovarsi in qualcosa che negato era andato perso. Dopo lunghe discussioni sembrarono giungere ad una conclusione (o forse era solo la prima crepa in un muro che di li&#8217; a poco sarebbe crollato).</p>
<p>Si comprese che i genitori sono veramente dei tramiti e più di tanto non possono fare; e la prima generazione aveva quindi le sue ragioni. Si comprese anche che questo non vuol dire disegnare mura ma semplicemente disegnare confini che possano essere superati, purché non vengano ad essere nascosti.<br />
Ma poi, un pensiero nelle loro menti: l’amore non era qualcosa che potessero dare o ricevere, perché c&#8217;è già da sempre. E’ questo di cui ora avevano bisogno gli ultimi figli. Non più di un amore che potesse essere dato o tolto, di qualcosa da conservare frutto di un comportamento perfetto da ricercare, ma di una certezza che li lanciasse nel mondo solo con loro stessi.</p>
<p>Il pensiero fu così veloce che poterono soltanto accorgersene, sperando che qualcuno di li a poco lo avrebbe colto.</p>
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		<title>Il Giusto Sbaglio</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 07:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando dobbiamo decidere, quando si tratta di compiere una scelta, quando è tempo di entrare in azione, ci troviamo sempre di fronte ad una certa probabilità di andare a fare ciò che è giusto e ad un&#8217;altra di andare a fare ciò che è sbagliato. Che ci piaccia, oppure no, nessuna azione ha la piena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/sbaglio.jpg" rel="lightbox[3668]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3669" title="sbaglio" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/sbaglio-300x176.jpg" alt="" width="300" height="176" /></a>Quando dobbiamo decidere, quando si tratta di compiere una scelta, quando è tempo di entrare in azione, ci troviamo sempre di fronte ad una certa probabilità di andare a fare ciò che è giusto e ad un&#8217;altra di andare a fare ciò che è sbagliato.</p>
<p><strong>Che ci piaccia, oppure no, nessuna azione ha la piena sicurezza di successo.</strong></p>
<p>Ma la cosa positiva di uno sbaglio, o di una riuscita, è che è possibile capire, dopo aver reso l&#8217;azione reale, se si è fatto uno sbaglio, o meno. Se prima di un&#8217;azione abbiamo sempre una percentuale di rischio, dopo un&#8217;azione potremmo essere sicuri della natura del risultato, se solo ci fermassimo a valutarlo.<br />
Eppure spesso la valutazione non viene fatta, o c&#8217;è ma è volontariamente errata, o arriva ma appare in ritardo. <strong>La maggior parte delle persone è pronta a prendersi il merito dei propri successi, ma non il riconoscimento dei propri sbagli.</strong></p>
<p>Così capita anche che uno sbaglio venga interpretato come un successo.<br />
Se non si è pronti ad ammettere di aver sbagliato.<br />
Se si crede di non poter correggere un errore.<br />
Se non si vuole guardare indietro e comprendere la causa dello sbaglio.<br />
Se si teme che sia troppo tardi.<br />
Se si è bloccati dalla paura del pegno da pagare.<br />
Se si è frenati dalla rabbia che rende coscienti che, senza quello sbaglio, tutto sarebbe stato diverso, o migliore, o per lo meno, meno sbagliato.</p>
<p>E d&#8217;un tratto ecco che si preferisce che gli sbagli, ai nostri occhi e giudizio, non esistano più.<br />
<strong>Ma è questo il metodo giusto per non fare altri sbagli?</strong> O per rendere uno sbaglio meno sbagliato?</p>
<p>Mentre cresciamo ci sentiamo spesso dire che &#8220;dobbiamo sbattere noi la testa contro il muro&#8221;, che siamo noi a dover sbagliare per capire che abbiamo sbagliato. Veniamo sguinzagliati nel parco delle scelte, dove da piccoli non riusciamo ancora a distinguere uno scivolo da un&#8217;altalena. Iniziamo a farci un pò male, a sbattere contro qualche spigolo, a cadere da qualche gradino. E avveritamo un pò di dolore, quel po’di dolore sufficiente per fermarci e tornare a casa a medicarci.</p>
<p>E quanto sarebbe più facile, se tutti gli sbagli fossero dolorosi da subito!<br />
Il problema degli sbagli è che spesso non fanno male sul momento.<br />
E&#8217; un pò come se ci rompessimo una gamba ma potessimo tranquillamente continuare a correre, aggravando inconsapevolemente la frattura, fino a quando non sentiremo un dolore fortissimo che improvvisamente non ci consentirà più di muoverci, che ci paralizzerà.</p>
<p>E ci chiederemo a quel punto quando la gamba si è rotta. Contro cosa abbiamo sbattuto. Perchè non ce ne siamo accorti prima. A cosa serva avere un senso di colpa, quando ormai la gamba si è rotta.</p>
<p>La verità è che anche il dolore ha il suo senso.<strong> Il dolore serve a fermarci.</strong> A farci smettere di farsi male.<br />
E&#8217; questa la funzione del dolore. Il dolore c&#8217;è per essere guarito, non ignorato. Prima sentiamo la frattura, prima curiamo la gamba, prima comprendiamo la gravità della botta, prima torniamo a correre di nuovo.</p>
<p><strong>Allora anche gli sbagli esistono ed esistono per essere corretti, non per rimanere sempre sbagliati.</strong></p>
<p>Ecco allora che persino il più grande sbaglio può essere aggiustato.<br />
Perché, anche se continueremo a sentire le conseguenze della frattura sanata, anche se non correremo più come prima, possiamo apprendere da quello sbaglio.<br />
La verità è che anche commettere un grande errore può aiutarci a fare poi la cosa giusta.<br />
Per poter tornare indietro e fare nuovi passi avanti. E capire chi siamo veramente.</p>
<blockquote><p>Io credo che si debba sempre far sapere a una persona che, se fa uno sbaglio, non è la fine del mondo. La fine del mondo sarebbe fare uno sbaglio e nasconderlo. Se uno non è disposto a commettere errori, non saprà mai prendere una decisione giusta. Se però fa sbagli in continuazione, allora sarà meglio che vada a lavorare per la concorrenza.<br />
<em>&#8220;Sandy Weill&#8221;</em></p></blockquote>
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		<title>Il Giusto Confine</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Dec 2010 07:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cosa sia un’immersione in superficie è già stato detto: vedere oltre le linee dell’altro, senza bisogno di andare oltre quelle linee. Cogliere uno spazio, senza entrarci o dissacrarlo con i propri passi. Semplicemente sentire in silenzio. Ma cosa accade quando si legge ciò che l’altro non ha ancora letto? Come dire: “Vedo un cumulo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/limite.jpg" rel="lightbox[3660]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3664" title="limite" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/limite-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Che cosa sia un’immersione in superficie è già stato detto: vedere oltre le linee dell’altro, senza bisogno di andare oltre quelle linee. Cogliere uno spazio, senza entrarci o dissacrarlo con i propri passi. Semplicemente sentire in silenzio.</p>
<p><strong>Ma cosa accade quando si legge ciò che l’altro non ha ancora letto?<br />
</strong> Come dire: “Vedo un cumulo di cenere in una stanza che non è la mia, ma di qualcun altro, che continua a non vedere che quella cenere è proprio lì, dentro il suo spazio.”<br />
Tu la vedi, vedi la cenere.<br />
E ti chiedi “Che fare? Parlare o non svelare?”.</p>
<p>Ecco che allora rientri con gli occhi dentro il tuo confine, per guardare da lontano l’altro spazio, dove è confinata la cenere. Sai che la cenere non è sana per lui, sai che continuerà a respirarla pensando che sia solo aria del suo spazio, sai che non gli appartiene perché non sa neanche di averla. <strong>Non rifletti se l’altro sia pronto ad essere aiutato.</strong><br />
E ti chiedi “Che fare? Parlare o non svelare?”<br />
Nella maggior parte dei casi, non riesci a non parlare. La vedi là, vuoi solo che sia rimossa per il bene dell’altro, non pensi al fatto che l’altro possa negare. E sveli. Sveli e vieni negato. Vengono negati il tuo aiuto, le tue parole e persino l’esistenza della cenere.<br />
<strong> Nel primo passaggio finisci con l’essere negato, insieme alla cenere.</strong><br />
E l’unica cosa che puoi fare è restare nel tuo spazio, senza consentire che l’altro lo violi a sua volta, a causa della rabbia per la violazione sentita.<br />
<strong> Se riesci a rientrare nei tuoi confini e a tenere a bada la foga dell’altro</strong>, hai superato il secondo passaggio.</p>
<p>A quel punto l’altro rientrerà nel proprio spazio, dove è rimasta la cenere. Si aprirà il terzo passaggio. Finita la rabbia e prosciugata l’incomprensione, <strong>inizierà a guardarsi intorno</strong>. Avrà due possibilità: stare fermo e continuare a respirare la cenere come fosse aria o avvicinarsi alla cenere e dirsi che aria non era. A prescindere dalla decisione che prenderà, lo avrai messo davanti ad una scelta.</p>
<p>E’ così che funziona.<br />
Possiamo indurre a scegliere, ma non a cosa scegliere.<br />
La scelta spetta all’altro.<br />
A noi spetta metterlo davanti alla sua scelta.</p>
<p><strong>E’ questo il giusto confine: aiutare ma non salvare, rischiare ma senza farsi male.</strong></p>
<p>Le immersioni in superficie fanno vedere oltre il confine, è vero.<br />
Ma proiettano anche chi si immerge in uno spazio che non è il proprio.</p>
<p>Allora bisogna essere attenti ai guardiani e pronti a indietreggiare in caso di allarme, accontentandosi di aver lasciato anche solo una traccia.<br />
<strong> Non perdete mai il giusto confine del vostro rientro in voi stessi.</strong></p>
<blockquote><p>Ci sono avvenimenti di cui la maggior parte di noi esita a parlare perché non si conformano alla realtà quotidiana e sfidano ogni spiegazione razionale. Non sono eventi esterni particolari, ma accadimenti delle nostre vite interiori, respinti come creazioni della fantasia ed esclusi dalla memoria.<br />
D&#8217;improvviso, la percezione della realtà subisce una trasformazione stupefacente o allarmante ma comunque insolita. Il mondo ci appare in una nuova luce, assume un significato particolare. Esperienze del genere possono essere leggere e fugaci, come un soffio d&#8217;aria. Oppure fissarsi profondamente nelle nostre menti.<br />
<em>&#8220;Ernst Jünger&#8221;</em></p></blockquote>
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		<title>Panico: e io dove sono?</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 07:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I dati recenti lo confermano: il 10% della popolazione in alcune città di Italia soffre di attacchi di panico e almeno una persona su tre ne ha avuto uno. Pare che il numero delle persone colpite dal DAP (disturbo da attacco di panico) vada aumentando e con esso l’intolleranza alla manifestazione del disturbo. Oggi un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/attacco-di-panico.jpg" rel="lightbox[3652]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3653" title="attacco-di-panico" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/attacco-di-panico-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong>I dati recenti lo confermano</strong>: il 10% della popolazione in alcune città di Italia soffre di attacchi di panico e almeno una persona su tre ne ha avuto uno. Pare che il numero delle persone colpite dal DAP (disturbo da attacco di panico) vada aumentando e con esso l’intolleranza alla manifestazione del disturbo. Oggi un attacco di panico viene presentato come una malattia da curare, piuttosto che come una reazione di un segnale da seguire.</p>
<p><strong>Analizzare il fenomeno da un punto</strong> di vista statistico ed esporne cure farmacologiche e terapeutiche rappresenta, tuttavia, un approccio incompleto al problema, se non lo si accompagna da uno studio psico-sociologico della condizione attuale della persona e dell’organizzazione in cui questa è inserita.</p>
<p><strong>L’uomo nasce come essere agente</strong>, vale a dire come responsabile motivatore delle proprie azioni, e si sviluppa attraverso l’interazione con l’ambiente esterno, con cui si relaziona e da cui riceve stimoli di azione. Motivazioni interne, che nascono dall’individuo, possono essere così alimentate come indebolite dalle percezioni esterne. Il rischio: tramutare percezioni esterne in motivazioni apparentemente interne, a lungo termine, compromettenti.</p>
<p><strong>Se naturali motivazioni interne portano</strong> alla produzione di reali attività esterne, motivazioni artificiali, che nascono dall’esterno, portano all’inibizione delle reali attività esterne e all’attitudine ad azioni non naturalmente prodotte. Nell’uso moderno del termine attività si è soliti intendere un’azione che, attraverso un dispendio di energia, operi un cambiamento su una situazione già esistente allo scopo del raggiungimento di una meta. Vale a dire che si attiva non un’azione ma una reazione, avente come motivazione lo scopo stesso della reazione.</p>
<p>Ad esempio dire “<strong>sono spinto a svolgere questo lavoro per insicurezza di altre opportunità</strong>” è ben diverso dal dire “sono spinto a svolgere questo lavoro per mia cura ed interesse”: se nel primo caso l’obiettivo è la motivazione stessa, ossia la mancanza di insicurezza, nel secondo caso l’obiettivo è correlato alla motivazione, ma non si identifica con essa. Dare luogo nella realtà ad una motivazione interna è infatti ben diverso dall’agire per il bisogno di calmare una percezione esterna, che insinuandosi come motivazione, diventa obiettivo e di conseguenza ostacolo al raggiungimento dello stesso.</p>
<p><strong>La diffusione di attività non spontanee</strong>, vale a dire non prodotte da motivazioni interne, ha portato alla diffusione del disturbo da attacco di panico. La mancanza di motivazioni reali ha accelerato la crescita dei fattori ansiogeni: nel momento in cui la persona diventa consapevole di non avere una propria motivazione motrice, avverte la propria impotenza sulle azioni e il peso della perdita di controllo.</p>
<p><strong>L’attacco di panico altro non è che la manifestazione estrema di un disagio imploso nell’ansia ed esploso in azioni</strong>, che non si riescono a controllare. Si manifesta all’improvviso, senza alcuna ragione apparente, in una paura quasi paralizzante, non collegabile come livello di intensità alla situazione corrente. Dura da pochi minuti a mezz’ora, perché maggiore non è il tempo di resistenza del corpo all’imperativo “attacca o fuggi”. I sintomi dell’attacco sono tutti mimatori: alcuni sintomi mimano l’infarto cardiaco (fitte al cuore, dolori al torace, aumento delle palpitazioni), altri problemi gastrointestinali (nausea, difficoltà di deglutizione, gastrite), altri problemi respiratori (paura di soffocare), altri ancora problemi neurologici (paura di morire nel momento, sensazione di esplosione della testa, sensazione di impazzire) e neurovegetativi (sudorazione, tremori, vampate di calore, formicolio agli arti).</p>
<p><strong>Traumi passati non risolti</strong>, psicologici o fisici, o persistenza nell’età adulta di un problema di attaccamento (solitamente riconducibile al rapporto soffocante con la figura materna, che nell’infanzia non consente al bambino di elaborare una propria sicurezza) rappresentano il fulcro di origine del potenziale sviluppo del DPA.<br />
Dopo la prima produzione di un attacco di panico, gli altri vengono generalmente riprodotti non per la stessa paura, che ha dato luogo al primo, ma per la paura dell’attacco stesso. Si innesta così il “circolo della paura per la paura”, risolvibile solo con una presa di coscienza della natura dell’attacco (“è solo una reazione del mio corpo”, “è una scarica di adrenalina che passa”) e, in un secondo tempo, con la comprensione e con la correzione del motivo induttore.</p>
<p><strong>L’urgenza di agire e di risolvere</strong>, la visione del disturbo non come un disagio della persona ma come una malattia uguale per tutti, la convinzione di non poter affrontare le situazioni quotidiane e la costante paura che l’attacco si ripresenti, possono condurre la persona all’assunzione di psicofarmaci. Questi ultimi, se regolarmente prescritti, possono ridurre la persona all’inibizione non solo della paura ma di tutti gli altri stati emotivi, che non diventano più autonomamente riproducibili.</p>
<p><strong>La pazienza</strong> (“non devo risolverlo ora” ,“resto sospeso in questa situazione”), <strong>l’accettazione del disagio</strong> (“è successo”), <strong>il senso di sicurezza personale</strong> (“posso venirne a capo”), <strong>il coraggio di scavare dentro di se </strong>(mi chiedo “chi sono io?”) e <strong>l’assunzione della propria responsabilità</strong> (dirsi “io ho reagito ad un ambiente esterno” anziché dire “l’ambiente esterno mi ha fatto questo”) sono, al contrario, le chiavi di lettura di questa equazione. Un’equazione in cui l’IO deve passare da incognita a numero, prendendo la propria forma, calcolando la soluzione dell’incognita stessa e dicendo “ho risolto” a quel maestro severo chiamato società.</p>
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		<title>L’educazione alla regolamentazione</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 07:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
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		<description><![CDATA[Alla luce delle attuali proteste universitarie che stanno avendo luogo in Italia e nel Regno Unito, reputo sia necessario iniziare a comprendere il piano inclinato lungo cui si sta muovendo il pensiero “per” e dell&#8217;educazione, quel pensiero che la lega “costitutivamente” al progresso economico e sotto la cui egida si muovono anche quelle riforme tanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/educazione.jpg" rel="lightbox[3553]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3585" title="educazione" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/12/educazione-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>Alla luce delle attuali proteste universitarie che stanno avendo luogo in Italia e nel Regno Unito, reputo sia necessario iniziare a comprendere il piano inclinato lungo cui si sta muovendo il pensiero “per” e dell&#8217;educazione, quel pensiero che la lega “costitutivamente” al progresso economico e sotto la cui egida si muovono anche quelle riforme tanto contestate. Se da una parte queste vengono avvertite come dannose per l&#8217;educazione universitaria, d&#8217;altra sanciscono e legittimizzano, rendendolo necessario, tale legame (o meglio prendono atto di un processo che ha già avuto il suo avvio) fra la dimensione dell&#8217;economico e dell&#8217;educazione. Negli stessi giorni in cui sono iniziate le proteste universitarie, ha avuto luogo anche l&#8217;inaugurazione dell&#8217;anno accademico dell&#8217;Università Commerciale Luigi Bocconi. I relatori invitati a parlare all&#8217;evento hanno evidenziato il legame di cui parlo, affiancandolo e ponendolo a sostegno necessario alla dimensione istituzionale e normativa. Prendo quindi proprio questa circostanza ad esempio di come tale legame tra educazione e progresso economico appaia per loro del tutto naturale.</p>
<h4>Regole. Per educare i giovani alla cultura della legalità e per stimolare lo sviluppo economico.</h4>
<p>È stato quello delle regole il tema centrale dell’inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011 all’Università Bocconi. Mario Monti, con incredibile doti sintetiche, è riuscito a riassumere l&#8217;obiettivo che debba guidare l&#8217;istruzione all&#8217;università Bocconi, e non solo. Lo descrive nei termini di &#8220;compattamento generale degli individui al fine di  creare una moderna economia di mercato con poteri pubblici forti e imparziali, capaci di stabilire e far rispettare le regole del gioco”. A questo punto sorge la mia confusione nel constatare che la parola imparzialità, posto che sia un aggettivo positivo, venga ad essere affiancata alla necessità di stabilire e far rispettare le regole del gioco. Ma quali? E chi le ha decise? Non meno vago nel rimanere vago e allo stesso tempo preciso (i miracoli dell&#8217;attuale management universitario) è stato Guido Tabellini.</p>
<blockquote><p>“La sfida principale per l’Italia è lo sviluppo economico, il cui rallentamento è dovuto anche a fattori culturali, a un’insufficiente diffusione di una cultura della legalità che ostacola il buon funzionamento delle istituzioni. L’azione di un’università come la Bocconi è importante, dal momento che l’istruzione è lo strumento principale per incidere in modo duraturo sugli atteggiamenti culturali”</p></blockquote>
<p><strong>Nel suo discorso</strong>, sviluppo economico e cultura vengono legati indissolubilmente. Il processo è gia in atto da tempo e questo è tema che fa da sottofondo alle proteste universitarie che stanno avendo luogo in Italia e nel Regno Unito proprio in questi giorni. Tabellini non ha dubbi né pause nel procedere del suo pensiero che lega in maniera profonda economia ed istruzione. Sarebbe invece necessario proprio fermarsi e chiedersi quale sia il compito dell&#8217;istruzione, prima di legarla così profondamente alle sorti dell&#8217;economia mondiale. In particolare la definizione di istruzione come fondamentale e necessaria, se non come fondamento del “progresso economico”, rende urgente una ancor più lunga pausa  per poter intendere realmente cosa sia questo progresso economico. La storia ci ha già parlato, ci ha già comunicato a lungo i tesori dell’educazione. Il discorso economico invece è qualcosa che è della nostra epoca e di cui dobbiamo ancora scoprire la saggezza e la verità che gli è dietro, che resta nascosta dalla dimensione del “potere” che oggi gli è costitutivamente legata. La questione economica infatti si è andata pian piano formulando fin dalla nascita degli Stati nazionali come portatori di debito pubblico per arrivare al suo odierno perfezionamento,  lì dove le istituzioni sono divenute attori sul mercato.</p>
<p><strong>Tema scottante</strong> all’interno dell’attuale dibattito sull’educazione e la possibilità di accedervi è quello della meritocrazia. Nulla si potrebbe infatti aggiungere alle testuali parole pronunciate dal rettore dell’università italiana.</p>
<blockquote><p>&#8220;Il riconoscimento del merito e la valorizzazione delle capacità individuali sono un aspetto centrale per formare senso di appartenenza e di identificazione con la società in cui viviamo: possiamo condividere un senso di appartenenza solo nei confronti di una società giusta, che offre opportunità a tutti, e dove il merito è riconosciuto. Come università siamo però attenti a evitare che la meritocrazia non sia così esasperata da degenerare in competizione eccessiva. La Bocconi si è dotata di un sistema di regole il più possibile eque, che sono fatte rispettare con imparzialità. Anche questo è un modo per diffondere il rispetto delle istituzioni e per sviluppare senso di appartenenza a una comunità di cui si condividono i valori”.</p></blockquote>
<p>Eppure una semplice riga dice più di mille parole: “Siamo però attenti a evitare che la meritocrazia non sia così esasperata da degenerare in competizione eccessiva.” Ma di quale meritocrazia stiamo parlando? Una meritocrazia che va direttamente nella direzione di una competizione tra individui che dev&#8217;essere controllata è una meritocrazia?  Cosa vuol dire “meritocrazia senza esagerare”?  Chi decide e come viene messo in pratica tale controllo? Quel’è la linea che di volta in volta definisce quando la competitività è troppa? Molto probabilmente il merito di cui si parla trova il suo punto di partenza e quindi la sua logica conclusione nella competitività tra individui. Non so quanto sia possibile arginare tale tendenza che la meritorcrazia, così intesa, porta con sé.</p>
<p><strong>A parlare durante l&#8217;inaugurazione</strong> dell&#8217;anno accademico bocconiano è stato anche Kishore Mahbubaniean (Lee Kuan Yew School of Public Policy, National University of Singapore). Tema del suo intervento è stato: &#8220;L’Europa può ispirare l’Asia?&#8221; La sua risposta: sì e no. I successi europei vengono elencati uno ad uno e affiancati all’attuale sentimento di scoraggiamento che nutrono gli attuali paesi europei, che trova la sua conferma nel fatto che “Sono pochi i giovani che credono che le loro vite miglioreranno”.<br />
Fermandomi su tale osservazione mi domando: cosa succede quando lo stesso scoraggiamento viene visto come un difetto? E perche&#8217; sarebbe la societa&#8217; stessa a doverci consentire di credere che le nostre vite miglioreranno? Non sarebbe piu&#8217; reale dirci che sta a noi costruire..e poi darcene la possibilita&#8217;? E ancora, perché dovremmo credere (poichè si crede in ciò che si vede, nelle opere, in ciò che appare agli occhi come evidente, non in ciò che non si vede) che le nostre vite miglioreranno? Forse se non si crede in qualcosa significa semplicemente che quel qualcosa non è vero. Non serve a nulla dare prove in continuazione per convincerci dell’esistenza di Babbo Natale. Mentre Babbo Natale esiste, le prospettive di miglioroamento della vita facendo rimanere tutto uguale, nel mondo e in noi  stessi dunque, è altamente improbabile.</p>
<p><strong>In merito all’esistenza di Babbo Natale</strong> ho varie prove, nonostante la costante campagna che ha avuto inizio quando avevo 7 anni per far sì che smettessi di credergli, nel corso della vita mi si è dimostrato il contrario. Se ben ricordo funziona cosi: si desidera qualcosa, la si scrive in modo da definirla e si agisce in modo da ottenerla. In questo modo in un tempo e in un luogo ben definito arriverà come un dono. Non frutto di una specifica azione ma come dono a ciò che siamo e come realizzazione dei nostri desideri, in una notte in cui un nuovo mondo ha inizio. E&#8217; così che si chiede a Babbo Natale e dato che ogni volta che si applica la formula i risutati sono certi, non vedo perché non dovrei credergli dando invece credito al fatto che la mia vita migliorerà per cieca fiducia in una società sulla via del progresso. Babbo Natale non arriva solo perché è gia arrivato nel nostro passato o per i nostri genitori. I suoi doni sono una conquista continua che dipende solo dalla personale capacità di desiderare, dalla fiducia (ovvero dall’aperura al mondo e non alla “fede“ in qualcuno), dalla costanza e dall&#8217;azione.</p>
<p><strong>Tra i doni</strong>, elencati da  Kishore Mahbubaniean, di cui l&#8217;Europa sarebbe la portatrice e la portavoce vi è naturalmente la cultura della pace:</p>
<blockquote><p>“La più grande realizzazione dell’Europa per la civiltà non è solo quella di aver prevenuto qualsiasi guerra tra due stati dell’Unione europea dopo la Seconda Guerra Mondiale. [...] Ha realizzato qualcosa ancora più degno di nota: ha annullato ogni prospettiva di guerra.”</p></blockquote>
<p><strong>Vorrei avere un’idea più chiara</strong> di cosa si intenda quì per guerra: le forme passate di guerre, la guerra di trincea o la guerra fra paesi in generale? Dire che si è eliminata ogni forma di guerra senza specificarne il tipo può solamente indicare la nostra incapacità di vedere il luogo in qui questa ogni giorno si compie, nelle famiglie, nelle nostre vite, sui mercati finanziari, nelle nostre teste, fra vicini. Forse l’autore identifica con la guerra solo un qualcosa che trova due o più parti in contrapposizione per l&#8217;ottenimento di qualcosa e che provoca quindi un gran numero di morti. Questa già sarebbe una definizione più esatta e tuttavia vorrei ancora avere la prova che le guerre che si svolgono costantemente all&#8217;interno delle nostre vita e quella guerra di cui sembra consistere la nostra stessa intera società, dove parole come competizione sono diventate parole meritevoli, provochino un minor numero di morti, fuori o all&#8217;interno della civiltà occidentale (i cui confini non sono mai stati così “mobili”). E poi per morte si intende solo la morte fisica? O in una società laica, libera, che voglia promuovere la piena realizzazione individuale, la morte spirituale non dovrebbe avere minore importanza di quella fisica?</p>
<p>Viene poi suggerito che:</p>
<blockquote><p>“..Gli asiatici potrebbero e dovrebbero rivolgersi all’Europa per capire come generare una simile disposizione in Asia..”</p></blockquote>
<p><strong>Ma è possibile generare  tali disposizioni?</strong> Generare comportamenti e modificarli, come se si trattasse di un esperiemnto di ingegneria genetica? La pace posa veramente su uno pseudo aspetto comportamentale da assimilare o generare? Dov&#8217;è l&#8217;uomo in tutto questo? Non è la pace una conquista continua su cui non è mai possibile appoggiarsi? La pace che regna tra i paesi europei che tipo di pace è? E in vista di cosa? Prima di emularla così a scatola chiusa o di proporla così velocemente, non è necessario un pensiero su di essa?</p>
<p>Altro pregio europeo è quello di aver generato una &#8220;cultura della compassione&#8221;, un progresso questo dato che..</p>
<blockquote><p>“..Fin dall’alba dell’umanità ci siamo misurati con il problema della disuguaglianza..”</p></blockquote>
<p><strong>Ma è veramente un problema la disuguaglianza?</strong> O è la ricchezza del genere umano? Cosa vuol dire che nella disuguaglianza consiste il problema? E come viene risolto dalla compassione? Attraverso politiche sociali? Quand&#8217;è che la compassione è stata legata al pensiero dell’uguaglianza e della disuguaglianza? E dov&#8217;è che l&#8217;uguaglianza e la disuguaglianza si pongono a sostegno di un pensiero della compassione?</p>
<p>E continua:</p>
<blockquote><p>“Nell’età feudale differenze di classe e di casta tra l’aristocrazia e i contadini erano profondamente radicate. [...]Oggi l’Europa ha eliminato ogni traccia di feudalesimo, anche se esiste ancora qualche casa reale.”</p></blockquote>
<p>Ma è la differenza fra classi ciò che caratterizza l&#8217;età medievale oppure a caratterizzarla è il rapporto con il potere, oltre alla sua distribuzione?</p>
<p><strong>Il terzo dono dell’europa</strong> al mondo sarebbe la cultura della cooperazione:</p>
<blockquote><p>“Il moderno concetto di stato sovrano è un concetto europeo. Alla fine dell’età coloniale europea, gli stati che avevano appena ottenuto l’indipendenza abbracciarono con convinzione l’idea di sovranità nazionale perché dava loro la libertà e l’indipendenza d’azione che avevano a lungo sognato. [...] Gli stati dell’Unione Europea hanno intrapreso la loro marcia verso una stabile cessione della loro sovranità alle istituzioni europee. Il modello europeo di cooperazione è tutt’altro che perfetto. Pochi stati asiatici, soprattutto tra le nuove potenze emergenti, sono disposti a cedere la propria sovranità a organismi internazionali, anche se viviamo in un mondo in cui la cooperazione trans‐nazionale è una necessità e non una scelta. “</p></blockquote>
<p><strong>Sono confusa.</strong> Mi sembra che ad essere così sancita sia solo un ultimo tipo di superiorità: la superiorità europea, certo non per colore, per razza o per intelletto, ma per progresso e possibilità che questa consente. Non è un caso se a partire dall’educazione e dal suo legame con il progresso economico, mi sono sempre più mossa verso una comprensione di quel progresso stesso che qualifica l’economico. Lo stesso Tabellini inoltre reputa che le regole e le istituzioni rivestano un ruolo estremmaente importante in questo processo, perché il gioco c&#8217;è, è stato definito e le regole sono state scoperte, non ci rimane altro che adottarle. All’educazione non è dato scoprire nulla ma semplicemente constatare, confermare e costruire le basi solide perché tale cultura della legalità possa appunto stabilizzarsi. Eppure&#8230;</p>
<blockquote><p>&#8220;Con le regole fisse c&#8217;è sicurezza, comodità, convenienza. Lascia andare quel comfort, lascia andare quella convenienza, quella sicurezza. Comincia a vivere una vita pericolosa. E una vita è vita solo quando vivi pericolosamente, quando è una grande avventura, un&#8217;esplorazione di ciò che rimane sempre sconosciuto.&#8221;<br />
Osho</p></blockquote>
<p><strong>Un’ultima nota personale,</strong> che è anche un appello, relativa a tutti coloro che dicono che le proteste di questi giorni sono segno di una strumentalizzazione sui giovani. Per quanto mi riguarda tutte le volte che ho protestato, mi sono ribellata, ho cercato per il cambiamento nella mia vita e ho visto ingiustizie intorno a me, non è stato mai perché strumentalizzata, ma perché in cerca di libertà e verità. Certo possiamo sbagliare, nel cercare si possono scegliere esempi sbagliati o rimanere delusi da qualcosa in cui abbiamo creduto. Spesso chi vede tanta strumentalizzazione e ogni protesta come frutto di essa è perché ha proprio questo davanti agli occhi; forse è proprio chi vorrebbe strumentalizzarci che per paura nell’ammetterlo vede la strumentalizzazione intorno ma mai dentro.</p>
<p><strong>Fonti:</strong><br />
<em><a href="http://www.stampa.unibocconi.it/editor/archivio_pdf/BocconiUniversitaDelleRegole20101122165521.pdf">Comunicato stampa Università Commerciale L. Bocconi 23 novermbre 2010</a><br />
<a href="http://www.viasarfatti25.unibocconi.it/notizia.php?idArt=6592&amp;key=flash">Tabellini, “lo sviluppo Economico dipende dalla cultura”</a><br />
<a href="http://www.stampa.unibocconi.it/editor/archivio_pdf/RelazioneMahbubani20101122165648.pdf">Relazione Mahbubuani</a><br />
<a href="http://www.iea-nantes.fr/fr/informations-pratiques/annuaire/bdd/personne_id/36">Alain Supiot: “ Homo Juridicus”, Pagina personale IEA</a><br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Educazione">Definizione di educazione</a><br />
<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Behavioural_sciences">Behavioural Sciences</a></em></p>
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		<title>Immersione in superficie</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Nov 2010 11:35:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Libera-mente]]></category>
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		<category><![CDATA[limiti]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>

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		<description><![CDATA[Vietato oltrepassare la linea gialla Dovrebbe essere più o meno così. Ognuno dovrebbe avere la propria piccola area di spazio, dove nessuno possa entrare senza il suo permesso. Chi diceva che gli spazi non contavano, probabilmente, o non ne aveva mai avuti o ne aveva avuti troppi. La prima verità è che gli spazi sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Vietato oltrepassare la linea gialla</h4>
<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/linea-gialla.jpg" rel="lightbox[3543]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3550" title="linea gialla" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/linea-gialla-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dovrebbe essere più o meno così. Ognuno dovrebbe avere la propria piccola area di spazio, dove nessuno possa entrare senza il suo permesso.</p>
<p>Chi diceva che gli spazi non contavano, probabilmente, o non ne aveva mai avuti o ne aveva avuti troppi.</p>
<p>La prima verità è che gli spazi sono importanti e ci servono.<br />
La seconda verità è che gli spazi non vengono rispettati. Che non si sa mai dove inizia e dove finisce uno spazio, che si vuole sempre andare oltre il confine sperando di prendere qualcosa in più, una volta entrati in uno spazio che non è il nostro.</p>
<p>La terza verità è che, quando un confine viene superato e uno spazio violato, succede un gran trambusto. Che ogni cosa oscilla sul proprio posto fino a perderlo, che tutto va rimesso come era, prima che qualcuno entrasse nel nostro spazio.</p>
<p>La quarta verità è che, una volta che un confine viene superato, è quasi impossibile tornare indietro.</p>
<p>Così, per evitare un dissesto, ci attiviamo per proteggere i nostri spazi da soli, senza confidare che capiranno fin dove protrarsi.</p>
<p>E tracciamo linee. Tra la nostra camera e il resto della casa, tra noi e chi ci è vicino, tra il presente ed il passato, tra i nostri bisogni e le nostre paure, tra ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo che accada.</p>
<p>E ci arrabbiamo quando qualcuno oltrepassa una linea. Perchè non aveva il permesso, perchè non può capire, perchè non deve sapere, perchè in fondo è meglio così.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi siamo noi a decidere chi far entrare e chi far uscire, chi far rimanere dentro e chi allontanare.<br />
E non ci accorgiamo che quelle linee, che avevamo tracciato per proteggerci, a volte possono anche soffocarci, farci sentire stretti e compressi in qualcosa che, forse, andrebbe liberato.</p>
<p>Poi capita anche che qualcuno, senza permesso, riesca ad entrare dentro i tuoi spazi, senza bisogno di oltrepassare la linea. Che resti fuori ma ti guardi dentro. Che riesca ad immergersi in superficie, senza dover andare a fondo. Che ti faccia comprendere che le linee, alla fine, non servono per chi è in grado di capirle.</p>
<p>Forse gli spazi andrebbero rispettati, è vero.<br />
Ma anche qualche linea andrebbe tolta, sperando che non sempre i muri servano o serva abbatterli.</p>
<p>Diamo tempo allo spazio per liberarci delle barriere e spazio al tempo per immergerci in superficie.</p>
<blockquote><p>&#8220;Gli eventi e gli incontri non sono zavorre, o vie strette di cui non si conosce l&#8217;uscita, ma piuttosto specchi – piccoli, grandi, convessi, deformanti, scheggianti, oscurati – capaci comunque, con il loro riflesso, di farci conoscere una parte ancora ignota di noi stessi.</p>
<p>Lungo i bivi della tua strada incontrerai altre vite. Conoscerle o non conoscerle, viverle a fondo o lasciarle perdere, dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo.&#8221;</p>
<p>Susanna Tamaro</p></blockquote>
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		<title>Internet ed educazione: ritorno al Medioevo?</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 07:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cesare Trione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[Libro]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/free_video_learning.jpg" rel="lightbox[3431]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3523" title="free_video_learning" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/free_video_learning-300x430.jpg" alt="" width="300" height="430" /></a><strong>Una buona riflessione sull&#8217;argomento </strong>è stata fatta in un articolo della rivista “Atlantic”, intitolato “Is Google making us stupid?” (&#8220;Google ci sta rendendo stupidi?&#8221; ndr.) e scritto da Nicholas Carr. L&#8217;autore fa risalire la sua diminuita capacità di concentrazione nella lettura al largo uso che egli ha fatto di internet negli ultimi anni. Infatti, argomenta lo scrittore, il modo in cui le informazioni vengono distribuite nel web disabitua il lettore a leggere a fondo un qualunque testo. Un esempio calzante di N. Carr è quello dei link, paragonati alle note a piè di pagina di un libro. Tuttavia, prosegue l&#8217;autore, mentre la nota di un libro si trova nella stessa pagina della parola cui si riferisce, un link apre una pagina del tutto nuova, compromettendo la capacità di concentrazione del lettore.</p>
<p><strong>Personalmente, credo che N. Carr abbia avuto una giusta intuizione</strong>. Anche la lettura di un semplice romanzo può risultare faticosa al giorno d&#8217;oggi. Nella scrittura si sente quasi la necessità di dover tramutare alcune parole in link, per esempio per spiegare il motivo di alcune scelte o il significato di alcune parole. Penso inoltre si possa trovare proprio in questa intuizione parte della ragione per cui molti ragazzi, anche giovanissimi, a scuola o all&#8217;università, non riescano ad affermarsi nello studio, pur essendo allo stesso tempo abilissimi nell&#8217;uso delle nuove tecnologie.</p>
<p><strong>Una domanda allora sorge spontanea</strong>: in futuro, questo diverso approccio alla lettura ed allo studio, arriverà a rimodellare i sistemi scolastici? (ammesso che non stia già accadendo).<br />
Il sistema scolastico attuale è ormai arrivato ad un punto di svolta, di cambiamento, perché è un&#8217;istituzione vecchia sotto molti punti di vista. Bisogna però riuscire a capire la direzione che questa prenderà.<br />
I computer ed internet hanno un potenziale enorme, tanto che potrebbe risultare formativo usare questi strumenti a scuola o all&#8217;università. Dovremmo chiederci però se tale sistema possa risultare alla fine valido tanto quanto la classica scuola, come è stata pensata in principio:  una sola persona, il professore, trasmette il sapere a decine di altre persone dando vita ad un effetto “moltiplicativo” della conoscenza. Inoltre gli alunni, facendo una vita comune e condividendo esperienze, imparano anche a convivere tra di loro, apprendendo valori che non sono scritti né sui libri, né sul web. Vista in un questo modo, la scuola acquista sicuramente anche una funzione sociale da non trascurare. Imporre l&#8217;uso del computer potrebbe compromettere la socialità degli alunni, già comunque difficile di per sé.</p>
<p><strong>Internet presenta poi un ulteriore problema.</strong> Alcuni motori di ricerca, per ridurre il tempo necessario per avere i risultati dalla rete, elaborano gli input immessi dall&#8217;utente e i risultati da lui selezionati. Così facendo si cerca di capire il modo di pensare dell&#8217;utente per poi potergli offrire un “servizio migliore”, mettendo in maggiore evidenza certi risultati piuttosto che altri. Questo è tuttavia un modo molto discutibile di procedere, se si pensa al potere che hanno queste grandi società nel controllare le informazioni. Anche i bibliotecari possono nascondere alcuni libri, ma internet può produrre lo stesso effetto su una scala molto più vasta.</p>
<p><strong>Forse è solo la Storia che si ripete. </strong>Nel medioevo era il clero ad avere il monopolio della cultura, poiché il resto della popolazione era del tutto analfabeta. È possibile che stiamo entrando in un nuovo medioevo? E allora perché parlare di progresso?</p>
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