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	<title>il Grimaldello &#187; giovani</title>
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		<title>(Dis)Pari opportunità</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 06:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costantina Magri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Solitamente mi occupo di cinema e comunicazione. Non ho alcun titolo che mi autorizzi a parlare della dignità della donna se non il fatto di essere tale. Che cosa mi ha indotto ad uscire dalla tana dorata del Cineocchio per immergermi nel pentolone bollente di questo dibattito? D’istinto mi torna alla mente la frase di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/04/dispari-opportunita-il-grimaldello.jpg" rel="lightbox[3741]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3748" title="dispari-opportunita-il-grimaldello" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/04/dispari-opportunita-il-grimaldello-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Solitamente mi occupo di cinema e comunicazione.</strong> Non ho alcun titolo che mi autorizzi a parlare della dignità della donna se non il fatto di essere tale. Che cosa mi ha indotto ad uscire dalla tana dorata del <em>Cineocchio</em> per immergermi nel pentolone bollente di questo dibattito? D’istinto mi torna alla mente la frase di una mia coetanea: “La forza di una donna è la sua femminilità”.</p>
<p><strong> Gli italiani vivono di luoghi comuni</strong>, è noto, ma questa specifica affermazione, per quanto apparentemente innocua e persino condivisibile (tanto da essere pronunciata soprattutto dalle donne), è particolarmente significativa.</p>
<p><strong> La parola “femminilità”</strong> infatti, rimanda all’insieme di caratteristiche fisiche e comportamentali tipiche della donna, ed è fondamentale notare come il fatto stesso di definirla “forza” presupponga l’esistenza di un personaggio <em>maschile</em> in posizione di <em>superiorità</em>, su cui questa forza possa fare leva. In altre parole, si sottintende come i posti di potere spettino agli uomini e come l’unico modo per una donna di avvicinarsi ad essi sia l’abile uso del proprio corpo. Ora, l’indignazione non deriva dal fatto in sé, vecchio quanto la storia, ma dalla perdurante accettazione di questa situazione in una società che ha da tempo scelto di definire la parità dei sessi come un valore imprescindibile.<br />
Che sia questa l’origine dell’attuale condizione femminile? Una stortura <em>culturale</em> nascosta tra le pieghe di un luogo comune?</p>
<p><strong>“La forza di una donna è la sua femminilità”</strong>. Interessante. Io avrei detto “il suo talento”, “la sua preparazione”, “il suo cervello”, esattamente come per un uomo…<br />
A tal proposito la protesta femminile contro un certo metodo di selezione della classe dirigente, ben lungi dal ridursi ad una critica (invidiosa?) delle donne meno dotate nei confronti di quelle più scaltre, coglie il succo della questione. Non si tratta infatti di condannare chicchessia per le sue azioni individuali, ma di chiedersi per quale motivo, in ambito professionale, la sostituzione della competenza con l’avvenenza o la disponibilità sessuale sia tanto comune da essere considerata norma.<br />
In molti sostengono che, insomma, non siamo in una dittatura. Ottenere vantaggi utilizzando il proprio corpo è una scelta personale e nulla più di questo testimonia il grado di autodeterminazione raggiunto oggi dalle donne. Non fa una piega: siamo emancipate perché liberamente decidiamo di prostituirci. Però, vorrei soffermarmi sul concetto di “libera scelta”.</p>
<p>La quotidianità di questo paese lascia emergere due grandi modelli:<br />
- la donna che sceglie la via della realizzazione lavorativa solo per mezzo delle proprie capacità;<br />
- la donna che aderisce allo stereotipo diffuso, vi si subordina volontariamente ed utilizza (in grado variabile) il suo ruolo di oggetto erotico per risalire la scala di un successo sociale o professionale vincolato al favore maschile, quindi spesso indipendente dal merito.</p>
<p><strong> Mentre il secondo modello è percepito come vincente</strong>, capace di assicurare quella che è considerata la massima aspirazione di ogni “femmina” (denaro, vezzi), il primo si delinea come una scelta stoico/masochistica, decisamente poco valorizzata, che per vincere le resistenze di un meccanismo pensato per gli uomini, richiede competenza e spirito di sacrificio in una misura non pretesa all’omologo maschile, con il rischio concreto di incorrere, comunque, in una resa.<br />
Per una ragazza nata e vissuta in un tale contesto, per la quale <em>questo</em> è il normale funzionamento delle cose, quanto libera e consapevole è la scelta del proprio riferimento? Quanto pesa la cultura dominante sulla sua decisione? In una realtà sociale ugualitaria e meritocratica, quanto potrebbero cambiare le sue scelte?<br />
La verità è che una scelta può dirsi davvero tale solo quando tutte le alternative sono di <em>pari livello</em> ed egualmente proposte. Non è una vera scelta quella fatta nell’ignoranza o nella necessità di optare per “il meno peggio”. E poiché ciascuno ha il diritto di disporre del proprio corpo come crede, l’esito della decisione non ha alcuna rilevanza: ciò che conta sono solo la libertà e la consapevolezza della scelta, derivanti dalla parità delle opportunità offerte.</p>
<p><strong>È allarmante l’adesione femminile ai modelli dettati dalla cultura maschile</strong>. Non c’è discriminazione più resistente di quella sostenuta dallo stesso discriminato. Il “cuore di mamma” che sprona la figlia a socializzare col presidente di turno, le donne che sgomitano per entrare nella scuderia di un padrone da difendere sempre e comunque, attorno al quale scodinzolare in attesa di un buffetto benevolo, sono il prodotto di un sistema radicato.</p>
<p>Insomma,<strong> tutto gira attorno al solito perno</strong>: la cultura, intesa come <em>senso comune</em> di un paese stravaccato nei peggiori stereotipi di genere, che sviliscono la dignità di entrambi i sessi riducendo la donna ad oggetto sessuale e l’uomo ad animale votato esclusivamente all’accoppiamento.<br />
Dal canto loro, i mezzi di comunicazione contribuiscono con entusiasmo al degrado generale, nonostante alcuni sperticati tentativi di dimostrare, da un lato, che la condizione femminile sui media italiani non potrebbe essere migliore, e dall’altro che la sua mortificazione è cosa diffusa, quindi “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Al di là della contraddizione insita nel sostenere contemporaneamente le due tesi, ciò che andrebbe evidenziato è il fatto che, mentre le televisioni estere propongono quanto meno due modelli, “corpo” e “cervello”, in Italia questo avviene solo per “lui”, mentre per “lei” continua ad imperversare il tipo umano della bambola decerebrata, affiancato tutt’al più dalla conduttrice di programmi per casalinghe. E non è un caso che molte aziende realizzino campagne pubblicitarie “differenziate” per il nostro paese.</p>
<p><strong>Siamo oltre le scelte individuali</strong>. Parliamo di cultura, senso comune, educazione… qualcosa che coinvolge l’<em>intera</em> collettività. Se il femminismo lottava per cambiare la condizione della donna, oggi si chiede <em>agli uomini</em> di respingere una volta per tutte quei cliché obsoleti che, a fronte di una reale crescita femminile, mortificano anche la loro dignità, facendoli apparire disevoluti e incapaci di rapportarsi in modo paritario all’altro sesso. Si tratta di un’evoluzione della società civile sulla quale siamo in forte ritardo e che risente della resistenza passiva del mondo maschile.<br />
Le donne hanno sempre sostenuto le battaglie degli uomini, come lavoratori e come individui. Raramente è successo il contrario. <strong>Questa è l’occasione buona, cari uomini, per invertire la tendenza.</strong></p>
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		<title>Tra le Generazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 07:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[confine]]></category>
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		<description><![CDATA[C&#8217;era una volta una generazione, c&#8217;è ancora, quella che non si è sentita vicina ai propri genitori, che non si è sentita accudita e guardata&#8230;o meglio amata. Figli che hanno avvertito come se un muro senza confini li tenesse separati dai propri genitori, un muro fatto di silenzi. Quegli stessi figli hanno allora coltivato il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/generazioni.jpg" rel="lightbox[3683]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3688" title="generazioni" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2011/01/generazioni-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>C&#8217;era una volta una generazione, c&#8217;è ancora, quella che non si è sentita vicina ai propri genitori, che non si è sentita accudita e guardata&#8230;o meglio amata. Figli che hanno avvertito come se un muro senza confini li tenesse separati dai propri genitori, un muro fatto di silenzi.<br />
Quegli stessi figli hanno allora coltivato il desiderio segreto di diventare un giorno genitori, pronti ad ascoltare, a parlare, attenti al più piccolo dolore dei loro figli. Loro non erano stati amati, pensavano, ma avrebbero sicuramente amato.<br />
E arrivarono i figli di quei figli, il desiderio di quel sogno d&#8217;amore di chi era stato figlio prima di loro. Arrivarono e furono colmi di tutte le attenzioni di una generazione che stava aspettando il momento per proclamare le sue ragioni. Accadde poi qualcosa a quei figli, a quelle promesse di un’amore che si voleva dare.</p>
<p>La prima generazione aveva fatto semplicemente ciò che si doveva fare, essere genitori, impartire regole, non c&#8217;era niente da comunicare, si sentivano solo un tramite, un passaggio, e dai figli volevano soddisfazioni, chiedevano solo la loro realizzazione.<br />
La seconda generazione aveva amato i suoi facendo tutto ciò che si poteva fare, dando più di ciò che riteneva giusto dare. Voleva dei figli felici. Eppure&#8230;</p>
<p>La seconda generazione di genitori non si era sentita accolta a casa e aveva cercato accoglienza nel mondo, ovunque, di corsa, credendo che solo in questo modo avrebbe potuto curare quel dolore, facendo meglio. Nella loro reazione a quel silenzio immenso, a quella cura mancata, non si curarono loro per primi ma prepararono piani per curare. Ma se questa aveva cercato l&#8217;amore nel mondo e la sua soddisfazione in un progetto di rivalsa, qualcosa di diverso e simile accadde ai loro figli.</p>
<p>Quei figli si sentirono talmente accuditi nella loro casa (anche se spesso non amati) che pensarono che quello fosse l’unico posto dove essere sicuri e che il mondo fosse pericoloso. Quell’accoglienza, quei doni, divennero il ricatto d&#8217;amore di chi chiedeva loro la dimostrazione che quando si comunica non si soffre più.<br />
E quei figli invece soffrivano sempre di più, avevano tutto e soffrivano sempre di più.<br />
Fu allora, in un tempo molto lontano, che quelle due generazioni di genitori si incontrarono per capire meglio cosa si fosse sbagliato. Soprattutto la seconda non capiva come fosse stato possibile: aveva fatto di tutto per rendere felici i suoi figli ma qualcosa le era sfuggito e la risposta doveva trovarsi in qualcosa che negato era andato perso. Dopo lunghe discussioni sembrarono giungere ad una conclusione (o forse era solo la prima crepa in un muro che di li&#8217; a poco sarebbe crollato).</p>
<p>Si comprese che i genitori sono veramente dei tramiti e più di tanto non possono fare; e la prima generazione aveva quindi le sue ragioni. Si comprese anche che questo non vuol dire disegnare mura ma semplicemente disegnare confini che possano essere superati, purché non vengano ad essere nascosti.<br />
Ma poi, un pensiero nelle loro menti: l’amore non era qualcosa che potessero dare o ricevere, perché c&#8217;è già da sempre. E’ questo di cui ora avevano bisogno gli ultimi figli. Non più di un amore che potesse essere dato o tolto, di qualcosa da conservare frutto di un comportamento perfetto da ricercare, ma di una certezza che li lanciasse nel mondo solo con loro stessi.</p>
<p>Il pensiero fu così veloce che poterono soltanto accorgersene, sperando che qualcuno di li a poco lo avrebbe colto.</p>
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		<title>Con le S non si scherza</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 15:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucrezia Paci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La favola delle S: “C’erano una volta Schiettezza e Sensibilità” C&#8217;era una volta la signora X, che doveva vedersi con la signora Y per un colloquio di lavoro. Considerando l&#8217;importanza dell&#8217;incontro, la signora X chiese al figlio Z un parere sulla scelta del proprio abbigliamento. Dopo essersi espresso con una smorfia, Z aggiunse: &#8220;Tra l&#8217;altro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La favola delle S: “C’erano una volta Schiettezza e Sensibilità”</h4>
<p><a href="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/mother-confronting-teen.89233033_std.jpg" rel="lightbox[3533]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3538" title="mother-confronting-teen.89233033_std" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/mother-confronting-teen.89233033_std-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>C&#8217;era una volta la signora X, che doveva vedersi con la signora Y per un colloquio di lavoro. Considerando l&#8217;importanza dell&#8217;incontro, la signora X chiese al figlio Z un parere sulla scelta del proprio abbigliamento.<br />
Dopo essersi espresso con una smorfia, Z aggiunse: &#8220;Tra l&#8217;altro, se continui a vestirti così, non andrai da nessuna parte. Ti conci come una ragazzina e sei ridicola&#8221;.<br />
La signora X pianse per 10 minuti in camera; poi si cambiò.</p>
<p>Il colloquio andò bene e, al termine, la signora Y salutò X dicendo: &#8220;Non si dovrebbe dire, ma quel tailleur che indossa le ha fatto guadagnare almeno 3 punti in più&#8221;.<br />
Sulla strada del ritorno, la signora X si soffermò su quel saluto e pensò se fosse il caso di ringraziare o meno il figlio, o per lo meno se Z avesse ragione.</p>
<p>Z era stato schietto esprimendo un giudizio che aveva fatto guadagnare a X 3 punti ad un colloquio. Ma aveva anche urtato la sua sensibilità, facendola piangere per 10 minuti.</p>
<p>Z avrebbe potuto ottenere con schiettezza lo stesso risultato finale (il cambio del vestito), senza far piangere la madre? E la madre avrebbe potuto raggiungere lo stesso punteggio al colloquio se avesse gestito meglio la propria sensibilità, impiegando quei 10 minuti in modo più efficace?</p>
<p>Forse Z poteva essere schietto in modo diverso e X poteva reagire alla critica con una sensibilità più controllata.</p>
<p>Nel frattempo Z si era pentito per critica mossa alla madre, perché aveva sfogato in quel momento un nervosismo, che aveva accumulato in una telefonata 10 minuti prima di essere chiamato da lei in stanza.</p>
<p>Arrivata a casa, la signora X non salutò neanche il figlio, che fino a pochi minuti prima aveva pensato di ringraziare. La sua sensibilità aveva di nuovo avuto il sopravvento sulle intenzioni.</p>
<p>Il figlio, vedendola taciturna e rigida nei propri confronti, le disse: &#8220;Non prendertela con il mondo se il colloquio ti è andato male. Il tailleur non poteva fare miracoli.&#8221; L&#8217;impulsività aveva vinto di nuovo anche lui.</p>
<p>Sentendosi nuovamente offesa, X si rivolse bruscamente a Z: &#8220;Il colloquio l&#8217;ho superato. Peccato per il tailleur: quando mi ha salutato la signora Y mi ha sconsigliato di vestirmi così al lavoro.&#8221;</p>
<p>X rovesciò il proprio scatto emotivo sul figlio, che non si sentì più in colpa.<br />
Z decise di non scusarsi più con la madre, che, anche con quella risposta secca, non fu schietta.</p>
<p>E fu così che nè X nè Z seppero la verità: Z non seppe di avere una madre che in fondo gli era grata per il tailleur e X non seppe di aver un figlio che non pensava quel che aveva detto di lei.</p>
<p>Come direbbe Esopo “the logos deloi oti” (&#8220;la favola insegna che&#8221;) con le S non si scherza.<br />
Schiettezza e sensibilità sono correlate e vanno sempre autogestite, se non volete correre…al riparo dei danni!</p>
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		<title>A lezione di nichilismo</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 07:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[ironia]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo quattro anni di studi universitari credo che sia solo uno il problema del mondo accademico: l’atteggiamento contraddittorio e irrisolto che ha nei confronti delle domande, che vengono affogate in risposte preformulate e accuratamente messe sottovuoto. Qualora lo staff accademico non conosca la ricetta per combinare il nuovo ingrediente, la domanda, con gli altri per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-3499" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/11/a-lezione-di-nichilismo/mask/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3499" title="mask" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/maschera-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a>Dopo quattro anni di studi universitari</strong> credo che sia solo uno il problema del mondo accademico: l’atteggiamento contraddittorio e irrisolto che ha nei confronti delle domande, che vengono affogate in risposte preformulate e accuratamente messe sottovuoto. Qualora lo staff accademico non  conosca la ricetta per combinare il nuovo ingrediente, la domanda, con gli altri per farne una torta, si evita semplicemente di crearne una nuova. Si proclama invece che, dato che nessuna torta contiene attualmente questo ingrediente, significa che questo è inadatto per fare torte, rimarcando più volte le deboli abilità culinarie di chi ha posto per primo tale domanda.</p>
<p><strong>“Devi essere più chiaro”</strong>, “L&#8217;argomento non ha rilevanza”, “Devi fornire prove”, “Chi lo dice?”, “Ma questo è un pensiero pericoloso!”, “Ti devo insegnare il modo di ragionare”, “Le cose non vanno così” sono solo alcune delle frasi chiave per rimarcare tali deboli attività culinarie, che comunque se prese alla lettera possono diventare le basi per un autoanalisi gratuita. Naturalmente il povero studente da quel giorno si crederà veramente un pessimo cuoco, oppure si accorgerà che, dati i poveri menù a cui è abituato lo staff accademico, forse questo ha solamente perso il senso del gusto e provvederà da sé a curarsi del suo personale ingrediente.</p>
<p><strong> Nonostante questa splendida</strong> lezione di coraggio che il mondo universitario può offrire allo studente interessato, mi preoccupa invece il primo caso. Da quel primo episodio infatti penderà il via un processo di annichilimento delle domande. Il principale obbiettivo di qualsiasi cosa si scriva o si ricerchi diventerà quello di essere solo una “piccola aggiunta alle attuali correnti di ricerca”(ci sono correnti? E che effetto ha su queste il surriscaldamento globale?). Si cercherà sempre di rimanere in linea con qualche centinaio di altri ricercatori (basta guardare le centinaia di referenze in fondo ad ogni articolo accademico, referenze queste che ne decidono o meno la pubblicazione) al solo scopo di poter aver ragione, o perlomeno di non avere torto.</p>
<p><strong>Non penso che tutto il mondo accademico</strong> rientri in questa descrizione, ma la mia fiducia è stata messa a dura prova da un master in Economia dove eminenti professori americani (di quelli che decidono i programmi triennali delle facoltà di economia) iniziano la lezione “proclamando di non sapere cosa siano i mercati”. Una tale affermazione di modestia e di stimolo alla discussione potrebbe sembrare anche positiva. Purtroppo tale proclamazione di ignoranza è candidamente seguita da quella relativa all&#8217;inutilità della questione stessa, che viene abbandonata e messa a tacere immediatamente.</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-3500" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/11/a-lezione-di-nichilismo/escher/"><img class="alignright size-medium wp-image-3500" title="escher" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/11/escher-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a>Poiché niente può essere messo a tacere</strong> senza che si fornisca in qualche modo il sostituto per tappare letteralmente lo spazio rimasto vuoto, ecco che mi trovo di fronte bello impacchettato il “Toppabuchi”, un programma di studio per spiegare la nostra realtà. Un programma per una spiegazione che possa mantenere e accudire al suo interno tutte le spiegazioni esistenti e che per questo viene elogiato proprio per la sua versatilità.</p>
<p><strong>Vorrei rendere più chiara</strong> la volontà che guida tali programmi di studio cosicché, qualora uno ci si trovi coinvolto, riesca ad accorgersene e non si preoccupi. In quel caso è sempre meglio affidarsi al FAI DA TE.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Corso in “Come sistematizzare al meglio ciò che non sappiano”.</strong></p>
<p style="text-align: left;"><span style="text-decoration: underline;">Descrizione del corso</span>: In questo corso sarà descritto e analizzato fin nel dettaglio ciò che è necessario sapere per non sapere mai nulla.</p>
<p style="text-align: left;"><span style="text-decoration: underline;">Requisiti di ammissione</span>: Per essere ammessi al corso sarà indispensabile avere una conoscenza base di:</p>
<ul>
<li>“L&#8217;arte di non rispondere alle domande”</li>
<li>“Sistematizzazione caotica della confusione”</li>
<li>“Come creare sfiducia attraverso la fiducia nella sfiducia”</li>
<li>“La creazione dell’universo: come non prendervi parte”</li>
</ul>
<p><span style="text-decoration: underline;">Programma</span>: Il programma del corso evolverà piano piano e inesorabilmente verso il nulla.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Obbiettivi</span>: Il corso prevede il raggiungimento dei seguenti obbiettivi:</p>
<ul>
<li>abbandono di ogni domanda che non porti essenzialmente verso il nulla</li>
<li>come prendere potere dal nulla</li>
<li>come sentirsi importanti nel constatare il nulla</li>
<li>come non rendersi conto che si sta parlando di nulla</li>
</ul>
<p>Ogni lezione inizierà ricordando che:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tutti si conformano perché la conformazione è per ogni persona la migliore scelta quando tutti gli altri si conformano</strong></p>
<p style="text-align: left;">E di fronte alle difficoltà si terrà presente che:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La crisi non esiste, è solo parte di un processo evolutivo che porta verso il rifinimento del “nulla”</strong></p>
<p>A chiunque entro le prime 3 lezioni:</p>
<ul>
<li>non dimostri di aver compreso appieno che nessuna contestazione degli insegnamenti impartiti è possibile (non avendo ancora compreso quindi che non si può contestare qualcosa che “NON è”);</li>
<li>non abbia capito che non c&#8217;è nulla da fare col nulla</li>
<li>non sia fondamentalmente eccitato all&#8217;idea di aver a che fare con il nulla</li>
</ul>
<p style="text-align: left;">sarà impartita una classe straordinaria di “Tutto dipende dalle circostanze” e infine, come ogni buona scuola fa, si cercherà di fargli capire che se continua “a essere” non avrà mai ragione.</p>
<p style="text-align: left;">Se nonostante tutto ciò lo studente continuerà a non capire l&#8217;importanza del nulla, la direzione lascia ogni responsabilità all’interessato non essendo questo ambito di sua competenza e si rifarà al suo principio fondamentale:</p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>“Fare come se niente fosse qualcosa”.</strong></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>La storia si ripete, dagli anni di piombo alle “battute di piombo”</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Oct 2010 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Bortot</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
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		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>

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		<description><![CDATA[Da qualche giorno sui principali mezzi d’informazione si teorizza una nuova stagione del terrorismo. Pare che il recente quanto fantomatico agguato al direttore di Libero, il fumogeno tirato a Bonanni da una contestatrice poi non pentitasi del gesto e, andando più in là nel tempo, al souvenir ricevuto sui denti da Berlusconi siano i capisaldi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3471" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/10/la-storia-si-ripete-dagli-anni-di-piombo-alle-%e2%80%9cbattute-di-piombo%e2%80%9d/guardando-la-tv/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3471" title="guardando la tv" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/10/guardando-la-tv-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" /></a><br />
<strong> Da qualche giorno</strong> sui principali mezzi d’informazione si teorizza una nuova stagione del terrorismo. Pare che il recente quanto fantomatico agguato al direttore di Libero, il fumogeno tirato a Bonanni da una contestatrice poi non pentitasi del gesto e, andando più in là nel tempo, al souvenir ricevuto sui denti da Berlusconi siano i capisaldi sui quali si basa il ragionamento. A mio avviso però la teoria di una nuova stagione del terrorismo é esercizio che riflette più gli schemi mentali di una generazione che non una reale analisi su ciò che sta accadendo qui, ora.</p>
<p><strong>I toni della politica</strong> contemporanei e, in genere nella società, sono sopra le righe e questo perché ha maggiore spazio chi grida, chi si agita, chi va in escandescenze, chi provoca risse. L’arte della provocazione estrema paga sempre in termini di visibilità; il personaggio pubblico teme come la peste l’anonimato e se comincia a scivolarvi suo malgrado, s&#8217;industria a cercare qualche argomento provocatorio e di rottura che serva a porre se stesso alla ribalta delle cronache.</p>
<p><strong>La storia quindi si ripete</strong>, ma non con le stesse modalità. Definirei piuttosto questi gli “anni dell’esibizionismo” e sembra persino inevitabile che grazie a cotanti maestri di visibilità applicata oggi, molti giovani e non, dal loro grigio anonimato, cerchino di uscire da questa loro condizione isolata con la stessa plateale metodica. Il paradosso è che rischiano seriamente di diventare personaggi, di assurgere al ruolo di protagonisti, che si parli di loro, che ottengano più di quei poveri disgraziati loro pari che affidano le loro speranze sul futuro al vivere sociale, alla solidarietà, alla collaborazione, allo studio e al riconoscimento di capacità che non si palesano col cretinismo idiota delle sceneggiate.</p>
<p><strong>Si potrebbe dire</strong>, in altre parole, che se negli anni ’70 è esistita una stagione di grandi rivendicazioni sociali, il fatto che queste siano poi scivolate su un piano violento corrisponde esattamente al modello di contrapposizione e di lotta del periodo; era il proseguimento della politica con altri mezzi, cosa praticata da tutte le parti in lotta. Erano visioni speculari della stessa realtà e delle due una doveva inevitabilmente soccombere. Il buono è che gli ideali erano migliorare lo stato della nostra società, il male il mezzo col quale si voleva portare avanti queste istanze. Oggi il male è che non ci sono più ideali, c’è solo individualismo puro; il bene è che per essere protagonisti bisogna diventare dei pagliacci, se poco istruiti meglio, ma con la capacità di bucare lo schermo o di raccontare barzellette. Non c’è però da cantare vittoria. Se davanti alle selezioni del grande fratello ci sono file chilometriche di giovani in competizione che sperano di emergere, negli anni di piombo avremmo visto gli stessi giovani con passamontagna e molotov. Parlare quindi di una stagione del terrorismo si può fare a patto che si consideri terrorismo l’uso che viene fatto dai mezzi d’informazione e mi permetto di dire che in questo, la vera rivoluzione, è quella oggi vincente di Berlusconi.</p>
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		<title>Lettera agli adulti</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 10:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flaminia Ripani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[adulti]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento]]></category>
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		<description><![CDATA[Scrivo a quella generazione di adulti che rimprovera a noi &#8220;giovani&#8221; di essere fiacchi, pigri, futili nei nostri desideri, capricciosi, svogliati. Scrivo a quella generazione di adulti che vuole cambiamento, novità e ci accusa di non prenderci le nostre responsabilità.  Scrivo a quella generazione di adulti che è talmente terrorizzata da non riuscire neanche a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2930" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/lettera-agli-adulti/lettera-2/"><img class="alignleft size-full wp-image-2930" title="lettera" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/04/lettera.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a><strong>Scrivo</strong> a quella generazione di adulti che rimprovera a noi &#8220;giovani&#8221; di essere fiacchi, pigri, futili nei nostri desideri, capricciosi, svogliati.<br />
Scrivo a quella generazione di adulti che vuole cambiamento, novità e ci accusa di non prenderci le nostre responsabilità.  Scrivo a quella generazione di adulti che è talmente terrorizzata da non riuscire neanche a formulare la domanda più giusta, l&#8217;unica domanda: &#8220;Cosa abbiamo fatto dei nostri ragazzi?&#8221;.  Scrivo a quella generazione che ci ha insegnato che ogni differenza è malattia, ogni sofferenza è vana, ogni volontà di cambiamento stupida; quella generazione che ci ha fatto sentire inadatti, strani nei nostri dolori, nella nostra creatività, nei nostri turbamenti di fronte a un mondo che non ci piaceva; quella generazione che ha permesso che ogni problema venisse risolto con un &#8220;antidepressivo&#8221;; quella generazione che non ha visto nella nostra lotta, nella nostra insoddisfazione un principio di nuova vita, ma solo un principio di morte per la sua cultura.</p>
<p><strong> Ora, mentre ci date antidepressivi</strong>, insegnandoci che tutto è bene così, che niente vale la pena di essere cambiato e che quindi, caso mai qualcuno lo pensasse, significherebbe solo che è incapace di stare al mondo senza metter minimamente in discussione le sue di ragioni; dopo che ci avete levato la lotta, la gioia del percorso; dopo che ci avete insegnato a fingere, a non ascoltarci, a diffidare di noi stessi e a fidarci invece sempre e solo ciecamente degli altri, della tv, dei giornali&#8230;mentre fate tutto ciò reclamate alla nostra generazione un approccio &#8220;critico&#8221; ai problemi, ci chiedete di sostenere in maniera &#8220;creativa&#8221; il vostro mondo, ci chiedete niente di più che essere delle macchine con un bel sorrisino e&#8230;guai a versare lacrime, guai!</p>
<p><strong> Solo agli artisti</strong> è dato di contestare l&#8217;occidente, loro sono sempre un pò &#8220;al di là&#8221; e si sa che un grande impatto sulla realtà non ce l&#8217;hanno&#8230;e stanchi forse si chiuderanno in circoli privati, stanchi fuggiranno.  Solo ai depressi è dato dire che forse qualcosa non va, un brivido percorre chiunque non gli stia attorno, quel brivido che sa di verità.  Con gli antidepressivi state uccidendo i vostri figli, state uccidendo ogni cambiamento, ogni cosa che ancora non sapete e non potete controllare, state salvando una visione del mondo, ma solo la vostra; drogando i vostri figli, chiudete gli occhi su ciò che in voi non vuole cambiare, su ciò che di voi non volete sentire; lentamente insegnate abilmente come morire.  Chiunque avverta quella gabbia stringente in cui si trova, viene isolato, non ascoltato, deriso. Peccato, si dovrebbe vedere in lui quel germe di cambiamento.  Pensate di pensare a noi nei mille talk-show che affollano le nostre tv, pensate di pensare a noi con i mille articoli, con i mille farmaci?<br />
Veramente ci ascoltate? Parole nuove, potenti, parole di cambiamento, di vita&#8230;dove sono?</p>
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		<title>Lavoro per i giovani? Non solo&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 06:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Tessariol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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		<description><![CDATA[Venerdì 26 febbraio si è tenuto a villa Ancillotto a Crocetta del Montello (TV) il primo di una serie di incontri che avranno luogo fino a metà aprile. Lo scopo di questi incontri è quello di aiutare i giovani a capire come cercare lavoro, a fornire loro i primi strumenti per dar vita ad un’impresa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2658" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/lavoro-per-i-giovani-non-solo/giovani_lavoro/"><img class="alignleft size-full wp-image-2658" title="giovani_lavoro" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/03/giovani_lavoro.jpg" alt="" width="200" height="294" /></a>Venerdì 26 febbraio si è tenuto a villa Ancillotto a Crocetta del Montello (TV) il primo di una serie di incontri che avranno luogo fino a metà aprile. Lo scopo di questi incontri è quello di aiutare i giovani a capire come cercare lavoro, a fornire loro i primi strumenti per dar vita ad un’impresa e tentare di dare risposte alla necessità di avere una casa propria.</p>
<p>Questa prima serata aveva l&#8217;obbiettivo di mostrare ai giovani i vari metodi di ricerca di un impiego, le strutture a cui rivolgersi, il funzionamento dei diversi contratti e le richieste delle aziende in questo periodo. Vista l’eterogeneità della platea però la questione non interessava solo i giovani. Anche se il numero dei partecipanti era esiguo, forse a causa di un’informazione che non è riuscita a giungere a tutti gli interessati, i presenti erano realmente interessati all’argomento.</p>
<p>Dopo l’iniziale intervento di rito degli assessori alle politiche giovanili e alle politiche sociali di Crocetta, si sono alternati a parlare operatrici del Piano Locale Giovani (PLG), del Progetto Giovani di Crocetta e del Centro per l’Impiego.</p>
<p>Le prime hanno spiegato brevemente cosa sia il PLG e quali siano i suoi scopi.  Il Piano Locale Giovani nasce con la promozione del Ministero della Gioventù e di sette comuni dell’area del montebellunese (Cornuda, Crocetta del Montello, Giavera del Montello, Maser, Montebelluna, Pederobba e Trevignano) ed ha l&#8217;obbiettivo di trovare delle soluzioni ai bisogni dei giovani partendo dal territorio. In particolare il PLG sta organizzando incontri ed iniziative sulla casa, con un bando di locazione agevolata (6 appartamenti) in collaborazione con Ater per giovani che vogliano uscire dalla proprio famiglia, con la costituzione di un tavolo tecnico per lo sviluppo di politiche dell’abitare e con incontri formativi per parlare di mutui, bioedilizia ecc.. Altre iniziative recenti riguardano il lavoro con l’istituzione di un bando di finanziamento per imprese giovanili, incontri formativi con soggetti territoriali per consulenze ed altri incontri di orientamento per l’accesso nel mondo di lavoro e la conoscenza dei diversi tipi di contratto.</p>
<p>Dopo una breve parentesi in cui è intervenuta l’operatrice del Progetto Giovani territoriale di Crocetta ed addetta allo sportello Informagiovani del comune per dare delle informazioni riguardanti le due strutture, sono intervenute le impiegate del Centro per l’Impiego. Questo servizio, che dipende dalla provincia, cerca di analizzare i bisogni lavorativi del territorio ed attuare di conseguenza delle azioni per facilitare i lavoratori e chi è in cerca di un impiego. Offre la possibilità di iscrizione all’anagrafe dei lavoratori, servizi di accompagnamento per le utenze svantaggiate (over 50, donne e disoccupati da tempo), si occupa dell’inserimento lavorativo di categorie protette (disabili), incrocia domanda/offerta, dà informazioni su possibili tirocini, aiuta gli stranieri e tutela la formazione dei giovani fino ai 18 anni.</p>
<p>Infine è intervenuto un ragazzo che ha partecipato l’anno scorso all’iniziativa del PLG per avvicinare i giovani al lavoro, riuscendo a svolgere un tirocinio in un’azienda locale; questa attività, racconta, lo ha aiutato a capire come funziona il mondo del lavoro ed ha iniziato ad inserirlo nell&#8217;ambiente con il quale dovrà confrontarsi una volta finiti gli studi universitari.</p>
<p>Un incontro rivolto ai giovani dunque ma non solo. In sala vi erano infatti trentenni, stranieri e non, che hanno partecipato per avere delle informazioni su come potersi reinserire nel mondo del lavoro in un periodo in cui trovare un impiego non è una cosa facile.</p>
<p>Link: <a href="http://www.areamontebellunese.it/index.php?lang=it" target="_blank">PLG</a></p>
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		<title>Bamboccioni italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 23:01:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Soldera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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		<description><![CDATA[Giovani italiani, bamboccioni o svantaggiati? Non è facile dirlo, ma un&#8217;indagine ISTAT cerca di svelare il mistero. Svolto tra il 2003 ed il 2007 (i risultati sono però usciti il 28 dicembre 2009) lo studio mette chiaramente in luce come sia sempre più difficile per i giovani italiani uscire dalla famiglia d&#8217;origine. “I dati dell’indagine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1967" title="bamboccioni-thumb" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/01/bamboccioni-thumb-200x233.jpg" alt="bamboccioni-thumb" width="200" height="233" />Giovani italiani, bamboccioni o svantaggiati? Non è facile dirlo, ma un&#8217;indagine ISTAT cerca di svelare il mistero. Svolto tra il 2003 ed il 2007 (i risultati sono però usciti il 28 dicembre 2009) lo studio mette chiaramente in luce come sia sempre più difficile per i giovani italiani uscire dalla famiglia d&#8217;origine.<br />
“I dati dell’indagine di ritorno hanno evidenziato che tra il 2003 e il 2007 pochi uomini e poche donne – il 20,8% nel complesso – hanno lasciato la casa dei genitori. Su 100 che nel 2003 avevano dichiarato di essere certi di uscire dalla famiglia di origine, ne sono usciti poco più della metà (53,4%).Tra coloro che invece avevano dichiarato che probabilmente avrebbero lasciato la casa dei genitori, solo il 24,2% l’ha fatto. Dunque, nonostante l’intenzione (certa o probabile), molti sono i giovani che poi non si sono resi indipendenti dalla famiglia.”<br />
In Italia il 70% dei giovani tra i 25 e i 30 anni vive con i genitori, in Francia e Germania sono il 20% e in Inghilterra il 10%.<br />
“Tra le persone di 18-39 anni al 2003 che sono rimaste in famiglia tra il 2003 e il 2007, il 47,8% dichiara che il motivo per cui vive con la famiglia di origine è la presenza di problemi economici, il 44,8% sta bene così mantenendo comunque la sua libertà e il 23,8% sta ancora studiando.”<br />
Ma davvero è così importante la questione economica? Perchè durante l&#8217;università molti studenti sperimentano con successo la coabitazione, e poi questo strumento viene dimenticato e non riproposto anche nel post laurea?<br />
Il 44,8% dichiara di star bene così, di mantenere bene comunque la propria libertà. Ma l&#8217;idea di libertà e di autonomia dei giovani italiani è così diversa dagli altri giovani d&#8217;europa da determinare questa disparità nella scelta di andar fuori di casa?<br />
Forse è vero che un po&#8217; in fondo siamo dei bamboccioni. Uscir di casa significa anche maggior fatica e il nostro desiderio di autonomia e libertà è così poco sviluppato da venir spazzato via dalla prospettiva di qualche sacrificio in più! Cari giovani, dobbiamo dirlo, abbiamo probabilemente meno voglia dei nostri coetanei europei di imposserssarci della nostra vita!</p>
<p>E voi cosa ne pensate? La discussione è aperta.</p>
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