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	<title>il Grimaldello &#187; tasse</title>
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		<title>Tasse e debito pubblico</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 06:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Pernigotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Spesso si sente il politico di turno rilanciare l’idea della riduzione delle tasse. Veniamo al motivo per cui non possono venire tagliate così facilmente come viene propagandato. L’Italia è una delle Nazioni più indebitate al mondo. Allo stato attuale delle cose ogni cittadino italiano è portatore di un debito di circa 30.000 € nei confronti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2643" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/tasse-e-debito-pubblico/debito_pubblico/"><img class="alignleft size-medium wp-image-2643" title="debito_pubblico" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/03/debito_pubblico-200x135.jpg" alt="" width="200" height="135" /></a>Spesso si sente il politico di turno rilanciare l’idea della riduzione delle tasse. Veniamo al motivo per cui non possono venire tagliate così facilmente come viene propagandato.<br />
L’Italia è una delle Nazioni più indebitate al mondo. Allo stato attuale delle cose ogni cittadino italiano è portatore di un debito di circa 30.000 € nei confronti di chi ha sottoscritto i buoni del tesoro e le obbligazioni del nostro debito sovrano. La situazione è grave sia in termini assoluti (1.800 miliardi di euro a fine 2009) sia in termini relativi (circa 120% rispetto al PIL). La possibilità di un futuro fallimento dello Stato non è da escludere e di fronte ad un problema tanto serio, chi illude la popolazione che si possano ridurre alcune fonti di introito per il Tesoro (quali ad esempio la tassazione sul reddito imponibile) è un criminale. Sono convinto che il nostro deficit non sia un dramma irrisolvibile ma, prima ancora che lo affermi l’economia, è il buon senso a suggerire di tagliare le spese e solo poi di passare alla ristrutturazione dei ricavi.</p>
<p><strong>C’è una battuta</strong> che Tremonti fa spesso, ridendo ogni volta: “Tante cose non le possiamo fare perché noi abbiamo il terzo debito pubblico del mondo ma non siamo la terza economia del mondo”. Che noi non siamo la terza economia del mondo, ma la sesta/settima (sorpassiamo il Regno Unito di poco), si sa. Che abbiamo il terzo debito pubblico del mondo non è più vero, almeno in termini assoluti: da circa un anno siamo fuori dal podio, dietro a Stati Uniti, Giappone e Germania. Quello che interessa veramente però non è il valore assoluto del debito, bensì la sua incidenza sul PIL:  attualmente per gli USA è pari a circa l’80% e per la Germania intorno al 73%. L’Italia e il Giappone si assomigliano, sono amanti del rischio: il 120% l’una e 170% l’altra. Le due storie però sono diverse.</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-2635" href="http://www.ilgrimaldello.com/2010/03/tasse-e-debito-pubblico/public_debt_percent_gdp_world_map/"><img class="aligncenter size-large wp-image-2635" title="Public_debt_percent_gdp_world_map" src="http://www.ilgrimaldello.com/wp-content/uploads/2010/03/Public_debt_percent_gdp_world_map-600x277.png" alt="" width="600" height="277" /></a>Giappone e Italia</strong> sono Paesi Ocse e fanno parte dei G8, ai vertici del benessere mondiale, dell’invecchiamento della popolazione e dell’indebitamento pubblico. Il Giappone ha una popolazione doppia rispetto a quella italiana e un PIL triplo; entrambi i paesi però hanno toccato nel 2005 il massimo della forza lavoro ed ora la domanda non potrà che decrescere. Nel 2050 avranno il 30% in meno di cittadini in età lavorativa rispetto ad oggi. In entrambi i Paesi gran parte del debito è sottoscritto all’interno. Semplificando la questione potremmo dire che lo Stato si è certamente sovraesposto ma che si sente al sicuro dal fatto che le famiglie sono ricche e hanno acquistato i vari Buoni del Tesoro.<br />
Il debito giapponese toccò nell’estate del 2002 i 675.000 miliardi di yen, pari al 134% della ricchezza allora prodotta e da quel momento non ha fatto altro che salire. L’Italia invece toccò il suo massimo, pari al 124%, nel ’94 e da allora il trend è stato decrescente, fino ad arrivare sotto il 110% nel 2001 e a fermarsi un anno fa, cambiando tendenza. Questo perché l’Italia, dovendo rispettare i vincoli di Maastricht che molti politici criticano, ha ridotto il deficit di bilancio dall’11% del PIL del 1990 a valori inferiori al 3%. Il Giappone, invece, ha visto il surplus dell’1,9% del 1990 diventare uno squilibrio negativo del 6,3% nella spesa pubblica annuale nel 2000.</p>
<p><strong>Venendo allo studio</strong> delle cause di deficit, ci si rende conto che nei due Paesi sono molto diverse. In Italia si ha a che fare con un eccesso di spesa, spesso alla ricerca di un maggior consenso politico, scaricando il problema alle generazioni future. Nel nostro paese la pressione fiscale è valutata dall’Ocse pari al 43,1% del PIL (dati 2003) e recentemente è salita ulteriormente. Il totale delle entrate del settore pubblico è stimato (dati 2005) pari al 44% del PIL. In Giappone invece la pressione fiscale è del 25,3% e le entrate pubbliche sono pari al 31% della ricchezza creata, sempre nel 2005.</p>
<p><strong>Nel caso giapponese</strong> la massiccia crescita del debito pubblico è il risultato combinato della caduta delle entrate fiscali e delle spese pubbliche, decise a più riprese per stimolare l’economia, dopo che con gli anni ’80 l’eccezionale crescita giapponese (+10% negli Anni ’60, +5% negli Anni &#8217;70, +4% negli Anni &#8217;80) si è conclusa. Mentre il Giappone ha spazi per ricorrere alla leva fiscale, questi sono assai più ridotti in Italia. L’unica strada per il nostro Paese sembra essere la lotta all’evasione fiscale.</p>
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